Il lavoro agile e il coraggio di essere fedeli a se stessi

Sul mio tavolo da pranzo l’odore del caffè a fine giornata è ancora forte anche se la caffettiera non c’è, è distante relegata nel lavandino. L’aroma che si staglia qui però è ancora intenso come se il caffè fosse appena sgorgato dagli anfratti della moca, il profumo mi stringe il viso mentre scrivo ed è notte fonda. Forse le narici sono impazzite per via dell’ora tarda, gli odori modificati e resi più forti dall’essersi disabituati all’odore del fuori.
Questa è la nuova percezione di lavoro agile: quell’odore che mi riempie le narici da mattina a sera. Questa è la nuova dimensione in cui vivo, con la sensazione che gli orari non esistano più e che il tempo sia una linea infinita inframmezzata solo dai momenti che passo nel letto. Il tempo non ha inizio, non ha fine. Non capisci dove comincia il lavoro e dove finisci tu. Non capisci dov’è il fuori di dove e dove vada a tuffarsi il tempo quando tu ti tuffi sul cuscino. Non trovo la dimensione in cui sono, fluttuo come Matthew McConaughey in una scena di Interstellar, tra varie dimensioni possibili.
Continua a leggere

Dignità, Rispetto, Possibilità, Merito, Diritto al lavoro. Da quando abbiamo cominciato a perderci?

Ci siamo dimenticati come si lotta per una causa comune. Oppure semplicemente non ci interessa farlo perché “tengo famiglia” o perché ci piace raccogliere le briciole che ci lascia chi “ce l’ha fatta”.
Manca la lotta di classe ma, senza rispolverare il perso romanticismo da lotta, ci manca pure un passaggio precedente e cioè la capacità di comprendere le difficoltà altrui.
Ci ripetiamo “meglio a lui che a me”, e tiriamo avanti sperando che al prossimo turno della roulette russa gli sfortunati non saremo noi. Non siamo avvezzi a guardare cosa ci succede accanto perché altrimenti capiremmo che a volte chi dà il pane, in realtà sta concedendo solo le sue briciole.
Ci ho pensato, me lo chiedo da tempo. Cosa stiamo lasciando a chi verrà e ai nostri figli? Quale messaggio portiamo ogni giorno alle persone? Di quale idea ci facciamo portavoce? Continua a leggere

Born to be manager: i nati con la camicia che fanno ridere i polli e i recruiter

Nati imparati.
È questa la definizione che spesso viene affibbiata a chi pensa di esser nato con la camicia o di aver capito subito come gira il mondo del lavoro.
Niccolò Copernico disse che la Terra gira intorno al Sole e in qualche modo anche Jimmy Fontana ha riproposto la stessa teoria.
Altri, meno noti di loro, sono davvero convinti di sapere come gira il mondo anche quando hanno poca esperienza del mondo stesso.
Negli ultimi anni ho visto moltiplicarsi il numero di corsi e master per diventare manager, scarseggiano però quelli in cui si insegna a capire dagli altri, a sospendere il giudizio ma soprattutto ad ascoltare. L’ascolto è la principale capacità da sviluppare se si vuole diventare leader. Ma magari oggi si è più avvezzi a voler diventare manager anziché leader.
Da qualche osservazione naturalistica, mi sono accorta che sta crescendo silente una piccola generazione di nati imparati e di ragazzi poco più che trentenni che si autodefiniscono innovatori senza comprendere né il termine Innovazione né il termine Lavoro. Non rappresentano un campione statisticamente significativo della “gioventù moderna” (così come la definiscono certi vecchi antichi) e ovviamente non è possibile parlare per categorie. Ma proverò a ragionar di questo piccolo sotto-gruppo di benpensanti, che già ragionano come gli adulti del vecchio boom economico forse perché figli di “chi ce l’ha fatta”. Sì, ma a far cosa?
Continua a leggere

Quella volta che il capo voleva le chewing gum impacchettate una ad una

Non saprei da dove cominciare a raccontare questa storia.
Anni fa scrissi un post qui su frasivolanti a questo proposito, ma poi lo cancellai e quel testo è andato perduto. Devo dunque ripartire da zero, ma i ricordi per fortuna non mancano. Come sempre quando si tratta di raccontare episodi assurdi avvenuti sul lavoro, vorrei cominciare con la descrizione delle mie vicine di scrivania. Ma prima faccio una puntualizzazione spazio-temporale per disegnare i contorni del racconto.

Torno indietro a parecchi anni fa. Avevo appena lasciato uno degli ennesimi tirocini per un’occasione che mi sembrava migliore e che mi era stata segnalata come un’ottima opportunità di crescita e inserimento. Continua a leggere

Junior Specialist cercasi. Le parole sono importanti, ma le usiamo male

Navigavo su LinkedIn quando il mio occhio è stato catturato da una ricerca di profili identificati come “Junior Specialist”.

Non specificherò il nome dell’azienda che ha pubblicato l’offerta, non è mio interesse puntare il dito su qualcuno in particolare anche perché capita molto spesso di imbattersi in annunci di lavoro simili e mal formulati. Dunque non esiste un solo colpevole.
Ma perché parlo di colpevoli? Continua a leggere

Tono di voce. Quando è il caso di dire: be “quiet”, rewind!

Il tono di voce assume sempre maggiore importanza da quando se ne parla in termini di brand identity, ovvero di identità di marca.

Studi e manuali di settore sottolineano quanto la scelta del tono di voce, soprattutto nella comunicazione scritta, veicoli valori, delinei il pubblico a cui ci si rivolge, demarchi il contesto, trasmetta messaggi e posizionamento di una azienda sul mercato. È fuori di dubbio che l’attenzione riservata a ciò che comunichiamo e al modo in cui lo facciamo ci identifica, disegna il volto di una persona o di un’azienda.

Ma il tono di voce affonda le radici più lontano, nelle scelte comunicative quotidiane adottate nei contesti più disparati. Continua a leggere

Quella volta che fui “rapita” a Torino per fare la venditrice porta a porta

A gennaio 2015 mi trovavo a Torino e cercavo disperatamente lavoro al termine di un tirocinio che non aveva portato ad alcuna prospettiva successiva.
Ero nauseata perché quello che trovavo spulciando le offerte di lavoro erano colloqui in aziende fasulle, in call center o in altre situazioni poco chiare e con pessime recensioni e segnalazioni negative. Non scherzava l’autista di un autobus che mi disse “A Torino il lavoro non si trova.”
La situazione occupazionale, lì come in altri territori, è ancora disastrata in Italia.

In uno dei tentativi di ricerca di un lavoro che avesse almeno la parvenza di una prospettiva seria, mi capitò di imbattermi in un’azienda, o sedicente tale, per la quale avrei dovuto occuparmi di inserimento dati e attività di segreteria. Ma presto scoprii che dietro c’era altro. Continua a leggere

La paternità delle idee

Una persona una volta mi disse “una buona idea non viene quasi mai ignorata: viene riposta in un cassetto facendo finta che sia stata ignorata. Al momento opportuno qualcuno la tirerà fuori dal cassetto attribuendosene la paternità”.

Quanto conta attribuire la paternità delle buone idee al loro autore? Molto, ma penso non valga la pena lottare troppo per il riconoscimento della propria paternità. Se hai avuto una buona idea, te ne verranno in mente altre. E forse saranno anche migliori delle precedenti. Continua a leggere

Una società correttamente informata è una società libera – Intervista a Dionisio Ciccarese

La professionalità è una brezza leggera che emerge nei fatti. Solitamente chi la possiede la dimostra anche nelle interazioni uno a uno rispettando il lavoro e le competenze di tutti.
Ho scoperto queste cose entrando in contatto con varie persone e individuando le caratteristiche umane imprescindibili che per me rendono una persona un professionista.
Ho avuto il piacere di intervistare Dionisio Ciccarese, giornalista e attualmente Direttore di EPolis Bari, e ho compreso il valore di gentilezza, rispetto e professionalità.

Per tutte le altre considerazioni che ci siamo scambiati, rimando alla lettura dell’intervista.  Continua a leggere

Il vero valore di un’azienda sono le persone – Intervista a Mariarita Costanza

Ingegnere elettronico, imprenditrice e madre nella vita. Sogna la Murgia Valley alla testa di Macnil Gruppo Zucchetti.
Il suo motto: “Nulla è impossibile a meno che tu pensi che lo sia”.

Comincia con queste parole il focus su Mariarita Costanza che spicca nella homepage del sito Macnil insieme a un primo piano contornato dal paesaggio di Gravina, sua città natale e sede dell’azienda.

Laureatasi nel 2001 in Ingegneria Elettronica presso il Politecnico di Bari, con il marito e socio in Macnil, Nicola Lavenuta, ha da subito deciso di affrontare una grande sfida: non emigrare ma creare un’azienda di Information Technology a Gravina in Puglia.
CopertinaTw2 (1) Mary

Mariarita Costanza

Oggi Mariarita gestisce un gruppo di ricercatori, progettisti e sviluppatori software in qualità di Direttore Tecnico di Macnil, azienda del Gruppo Zucchetti che opera nei settori informatico, elettronico e delle telecomunicazioni ed è specializzata nello sviluppo di Progetti M2M e IoT.
Dell’azienda fa parte anche GT Alarm, con sede a Varese, partner delle più grandi case automobilistiche mondiali da oltre 25 anni.

 

Mariarita ha creduto nella sfida di riuscire a fare impresa in un territorio in cui la vocazione agricola è sempre stata dominante. In questa sfida non ha mai perso il legame con le origini, credendo fortemente nel progetto che aveva in mente.

Le ho chiesto di confrontarci su alcuni temi: le competenze e i valori nel lavoro e nella vita, le persone e i ruoli professionali, l’innovazione, i luoghi comuni sulle identità di genere e territoriali, il mito della vocazione imprenditoriale.

Continua a leggere