Born to be manager: i nati con la camicia che fanno ridere i polli e i recruiter

Nati imparati.
È questa la definizione che spesso viene affibbiata a chi pensa di esser nato con la camicia o di aver capito subito come gira il mondo del lavoro.
Niccolò Copernico disse che la Terra gira intorno al Sole e in qualche modo anche Jimmy Fontana ha riproposto la stessa teoria.
Altri, meno noti di loro, sono davvero convinti di sapere come gira il mondo anche quando hanno poca esperienza del mondo stesso.
Negli ultimi anni ho visto moltiplicarsi il numero di corsi e master per diventare manager, scarseggiano però quelli in cui si insegna a capire dagli altri, a sospendere il giudizio ma soprattutto ad ascoltare. L’ascolto è la principale capacità da sviluppare se si vuole diventare leader. Ma magari oggi si è più avvezzi a voler diventare manager anziché leader.
Da qualche osservazione naturalistica, mi sono accorta che sta crescendo silente una piccola generazione di nati imparati e di ragazzi poco più che trentenni che si autodefiniscono innovatori senza comprendere né il termine Innovazione né il termine Lavoro. Non rappresentano un campione statisticamente significativo della “gioventù moderna” (così come la definiscono certi vecchi antichi) e ovviamente non è possibile parlare per categorie. Ma proverò a ragionar di questo piccolo sotto-gruppo di benpensanti, che già ragionano come gli adulti del vecchio boom economico forse perché figli di “chi ce l’ha fatta”. Sì, ma a far cosa?
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Junior Specialist cercasi. Le parole sono importanti, ma le usiamo male

Navigavo su LinkedIn quando il mio occhio è stato catturato da una ricerca di profili identificati come “Junior Specialist”.

Non specificherò il nome dell’azienda che ha pubblicato l’offerta, non è mio interesse puntare il dito su qualcuno in particolare anche perché capita molto spesso di imbattersi in annunci di lavoro simili e mal formulati. Dunque non esiste un solo colpevole.
Ma perché parlo di colpevoli? Continua a leggere

Coerenza, potenziale, empatia. Il viaggio di un HR nelle vite degli altri parte da lì

Quelle di Nicolae Tonitza sono pennellate potenti, nei suoi fiori rossi lo sguardo si perde. Un’intervista è come un tuffo degli occhi in quelle pennellate: un’immersione in un dipinto in cui entra in gioco la comprensione di un’altra persona e la possibilità di raccontare la sua storia.
Quella che leggerete nelle prossime righe è l’intervista a Daniela Chiru, HR Specialist cresciuta al crocevia fra due culture e con la passione per arte, letteratura e viaggi.
Daniela mi ha raccontato il suo viaggio nelle persone, un viaggio che abbiamo dipinto a 4 mani.

La scrittura è stato il nostro principale mezzo di comunicazione: ci ha permesso di scandire i tempi e di prestare ascolto ai feedback. Le parole sono state strumento per definire ritmi e immagini attraverso cui raccontare questa storia.
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Tu vuo’ fa’ l’HR? Quale futuro per la professione di recruiter

In Italia il settore professionale delle Risorse Umane è spesso affollato e confusionario.
Lo noto quando ascolto i racconti di tanti candidati che si lamentano delle modalità con cui vengono condotti i colloqui di selezione.
Alla base del malcontento c’è probabilmente la convinzione che tutti possano ambire a lavorare sulle persone. L’improvvisazione è davvero la chiave di volta per chi ambisce a lavorare come recruiter?
Per qualcuno forse sì e può aprire tante porte: siamo tutti psicologi, siamo tutti un po’ creativi, siamo tutti il cugino bravo di qualcuno.
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