Cercare le parole tra i cassetti di casa

In certi momenti le parole sembrano perdute. Le cerchi tra le certezze, tra le pieghe delle lenzuola e tra gli oggetti nascosti nei cassetti di casa.
La fissità del muro che osservi di fronte a te può far finire le parole, e devi passare da una stanza all’altra per andarle a cercare. Questo è quello che accade quando hai tanto tempo per chiuderti in te.
Realizzi di poter fare altro, certo, ma anche di aver bisogno della natura, di respirare, del sole, di ciò che prima era un contorno e che invece scopri che era ciò che di più ti ispirava. Ti accorgi di quanto basilare sia quel che calpesti ogni giorno e a cui non dai valore finché non ti viene concesso come un bene di lusso.
Centellinato come l’oggetto del desiderio che non puoi permetterti di comprare. Preso con il contagocce come un medicinale di cui stare attenti al dosaggio e agli effetti.

Questo periodo di distanza forzata dagli altri è il momento giusto per me per avere la conferma che non avevo bisogno di troppa gente intorno, a parte gli affetti essenziali. Per colmare i tempi vuoti però serve trovare il modo di abitare anche quello che percepiamo come un vuoto.
Per respirare ci basta l’ossigeno, ed è quello che manca di più quando devi limitare un po’ le tue libertà di sempre, darti al lavoro agile o all’osservazione del mondo dalla finestra attraverso un vetro che distorce, e che al tempo stesso protegge ma allontana. Questa mattina due passerotti si aggiravano tra gli alberi, appena sotto il mio balcone. Forse si chiedevano dove fossero finite le persone: dove fossero quelli che corrono verso gli autobus al mattino presto o quelli che sfrecciano per non far tardi e intasano le strade con le proprie auto. Si chiedevano forse dove fossero quelli che di solito passeggiano di lì a quell’ora o dove fosse andato a finire lo smog che di solito ingombra l’aria e rende affannoso il respiro.
Mi sono chiesta quindi se in quell’istante i due passerotti fossero felici, senza noi intorno.

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Photo by Crawford Jolly on Unsplash

Lo stringersi furente della società che ci ammassa gli uni sopra gli altri non mi ha mai dato senso di comunità. Tuttavia altre occasioni di incontro lo sono.
Non amo le folle da sagra o da aperitivo, quindi, ma non amo neanche la distanza forzata dalle persone, perché in fondo pure l’eremita prima o poi ha bisogno di qualcuno a cui dire quanto stia bene da solo.
Non amo l’impossibilità di aggregarmi e stare insieme alle persone che ho scelto.
Se non ossigeni il cervello accade che, nonostante i vetri comincino ad appannarsi, riesci a ridimensionare l’importanza di quel che guardi di solito solo da un finestrino, dal tuo ufficio, dalla tua fabbrica, dalla tua gabbia sociale.

In questo momento sento forte il richiamo non tanto delle altre persone, ma della natura. Sento il richiamo del mare, che non vedo da poco ma che mi manca molto. Mi mancano insomma tutte le cose che sono lì ferme per me, a portata di mano, e a cui tuttavia non do neanche uno sguardo quando la vita scorre regolare e siamo impigliati da orari e impegni per sentirci produttivi o “campare la famiglia”.
In questo tempo nuovo che stiamo vivendo non mi manca la libertà di fare baldoria o di sentirmi felice solo insieme agli altri. Mi manca piuttosto la possibilità di riconoscere l’importanza dei luoghi, dell’ambiente che abbiamo tartassato con le nostre pretese di efficienza e velocità.
Quel mondo là fuori mi dà una sensazione di vuoto non tanto perché mancano le persone, con cui si resta comunque connessi in modi nuovi, ma per l’impossibilità di coglierne adesso le sfumature migliori. Quelle della calma, delle strade deserte, dei rumori di fondo acquietati.
Mi manca poter stare seduta davanti al mare, senza i clacson delle auto, dato che proprio adesso potrei farlo a modo mio, in un dialogo solitario tra me e le onde.
Se adesso mi fermassi davanti al mare, sarei contenta di poterlo fare a distanza di sicurezza da chi pensa che i luoghi condivisi siano di proprietà privata e sceglie sempre le stesse panchine, ad esempio, per bivaccare come se quei posti non meritassero rispetto.
Non mi manca per niente la calca di gente che si ammassa sul lungomare in estate, lasciando per terra i residui di cene e di birre. Non mi manca chi ha bisogno del gruppo e della massa per sentirsi vivo.

Non mi manca nemmeno chi insegue l’isteria delle feste di paese o entra nei negozi solo negli orari di massima affluenza. C’è chi ancora adesso si ammassa nonostante l’emergenza, ed è da quella l’umanità che vorrei fuggire. Quelle sono le persone da cui vorrei prendere le distanze.

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Photo by Tamás Tokos on Unsplash

La direzione in cui stavamo andando prima di questa emergenza non mi allettava e non mi faceva sentire migliore o più produttiva. Ma non conosco la direzione che prenderemo dopo.
Gli hashtag di incoraggiamento che ci fanno pensare al buon esito di questa situazione sono inutili se prima di oggi non ci siamo mai impegnati per venire incontro alle esigenze della comunità e del nostro territorio, oltre che della natura che abitiamo.
L’efficienza a tutti i costi non è la nostra marcia in più se quella voglia di far fruttare ogni istante ci fa andare avanti come treni travolgendo tutto ciò che troviamo sulla strada.
Oggi, a cose fatte, ci si ricorda di abbracciare le misure di contenimento. Ma quanti nelle settimane scorse hanno continuato a trascinarsi ovunque nel nome del #iononmifermo? E quanti oggi seguono una scia diversa dettata da un hashtag differente e da una nuova moda?

La logica dell’uomo efficiente e sempre produttivo, dell’economia che non si ferma di fronte a nulla e della positività ad ogni costo, forse adesso comincia a sgretolarsi tra le nostre mani. Anche nel marketing, perché anche quando devi vendere serve coscienza e serve riconoscere le debolezze senza viverle come affronti indicibili al nostro ego.
Mi manca dunque il concetto di valore, in ogni ambito, e anche il concetto di verità. Perché adesso si fa a gara anche tra le aziende a chi mostra maggior flessibilità nell’applicazione dello smartworking, e di contro in tante altre realtà produttive probabilmente nulla è cambiato nonostante l’emergenza.

Mi manca poi il concetto di salute. Mi manca poter pensare che la salute delle persone sia per tutti una priorità, mi manca poter esser certa che a tutti importi.
Un po’ come quando capisci che Babbo Natale non esiste: questa è la percezione che si insinua latente. Ci sono logiche che non riesco a comprendere, ci sono verità che vorrei non sentire, e ci sono emergenze che forse si sarebbero potute evitare se tutti avessimo messo al primo posto delle nostre priorità qualcos’altro che non fosse produttività e accelerazione ad ogni costo.

 

Nulla si distrugge, tutto trova una nuova vita

Non so come altro rendermi utile in questo momento se non attraverso ciò che mi piace di più fare: e cioè mettere insieme le parole. Intendo quelle scritte per raccontare, non quelle messe insieme solo per esserci e fare numero.
Forse ognuno di noi scoprirà nuove cose su di sé in questi giorni, forse. O magari passerà più tempo con i figli o a sbrigare faccende domestiche e a lavorare.
Mi immagino qualcuno andare in soffitta o rovistare negli armadi tra vecchie foto e cimeli di famiglia. Così, pensando ai temerari dei ricordi impolverati, concludo il mio racconto di questa emergenza, che ci sta costringendo a restare il più possibile in casa, con un’immagine.

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Qualche giorno fa ho ritrovato scatole e buste piene di miei quaderni e libri di scuola. Tra i ricordi del passato sono spuntati dal dimenticatoio tavole da disegno e quaderni di educazione artistica.
Non ricordavo di aver fatto anche questo disegno e mi è tornato alla mente quanto fosse difficile, a scuola, riuscire ad emergere senza per forza sgomitare o senza mostrare di sapere più degli altri.
A volte la bellezza di un giovane studente o una giovane studentessa si nasconde nelle pieghe del non detto, in quello che di straordinario mente e mani ci fanno fare. E invece molto spesso fin dalla scuola vige la regola del più forte (in apparenza) o del più furbo. Gli insegnanti non sempre ci aiutano a diventare adulti, dobbiamo imparare a esserlo cercando qua e là gli esempi migliori.
Ho lasciato questo mio disegno a mia sorella e avrei voluto conservare molte altre cose, compreso un grande quaderno in cui avevo raccolto la storia dell’arte con descrizioni, titoli decorati con il pennarello e fotocopie a colori di alcune opere d’arte estrapolate dai libri.
Ripensando agli oggetti che avevo buttato mi sono intristita all’idea che quegli oggetti che hanno richiesto tante ore del mio impegno fossero al macero, gettati in un bidone.

Le parole in quel momento mi hanno aiutato a vedere la faccenda in maniera diversa. Una persona cara mi ha detto di non essere triste per gli oggetti perduti perché tutto prima o poi finisce, e tutto prima o poi trova vita altrove o si trasforma in altro.
Il materiale di cui sono fatti i fogli del mio quaderno ad esempio un giorno potrebbe diventare nutrimento per la terra e dalla terra diventare frutto. E noi stessi, ossia la materia di cui siamo composti, un giorno non esisterà più. E che dire poi delle persone, delle famiglie e delle epoche state prima di noi? Quanto davvero di tutto ciò che è stato fatto e scritto è arrivato a noi dal passato? Di certo una minima parte.
E allora vale la pena chiedersi che fine fa la nostra storia personale, i nostri oggetti, i libri e i quaderni che abbiamo amato e consumato e che ora a malincuore buttiamo per fare spazio.
Forse diventeranno nutrimento. Forse era giusto abbandonarli perché avessero una nuova vita. E intanto, pensando a queste cose, piangevo stupidamente per un quaderno di educazione artistica perduto. Non era una tristezza dovuta alla perdita di un oggetto che mi stava a cuore ma piuttosto dettata dall’idea di non poter sapere cosa accadrà dopo, cosa diventeremo noi e ciò che per noi è stato importante. Tutte quello che non potrò vedere e non potrò mai sapere.

Così spero che il tempo che ci stiamo prendendo adesso, domani ci serva a pensare alle nostre fortune, ma anche alle nostre perdite, con uno spirito diverso. A mettere ogni tassello al suo posto per tornare a vivere le nostre libertà con più coscienza.
Queste libertà devono avere ancora un valore per noi, quando torneremo in strada a fare l’aperitivo. Perché non si tratta solo dell’aperitivo o del divertimento, ma della libertà di scegliere dove saremo e con chi.
Queste libertà devono acquistare maggior valore, o trasformarsi e trovare nuova vita.
Potranno aiutarci ad essere più sensibili verso le vite e i drammi degli altri, più attenti alle conseguenze delle nostre azioni, forse anche più coscienti delle cause che le nostre azioni provocano a catena sugli altri.
E penso in particolare a chi perde qualcosa, che sia la casa, la libertà, il lavoro o una persona cara. Dobbiamo e possiamo riavvicinarci al concetto di perdita, e riconoscerlo negli altri per fare le scelte giuste quando ci verrà chiesto di farle.

 


Dalle 6 di questa mattina si sta svolgendo un’iniziativa lanciata da Riccardo Luna e Paolo Iabichino per raccontare questo tempo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo in Italia e nel mondo.
Potete partecipare tutti con un messaggio o un’email raccontando la vostra esperienza. Siete ancora in tempo, fino a mezzanotte. Ma ovviamente potrete continuare a coltivare la vostra libertà cercando nei cassetti, nei ricordi, nel presente.
E ricordando però che la vostra libertà passa anche da quella degli altri.

L’Italia Chiamò – Venerdì 13 marzo dalle 6 alle 24 su YouTube racconteremo le storie di chi sta tenendo le scuole aperte con il digitale; delle aziende che si reinventano con lo smart working, di artisti, festival culturali, spettacoli, concerti e mostre sospesi a causa del virus, che trovano nel digitale una nuova forma di intrattenimento.”

Qui la diretta streaming per seguire l’iniziativa:

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Zbysiu Rodak on Unsplash

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