Il grembiule ritrovato e l’Intelligenza Artigianale

Parlando di Intelligenza Artificiale un mio amico tempo fa, sovrappensiero, disse “Intelligenza Artigianale”.
Quel lapsus linguistico è stato un’occasione ghiotta per far volare la mente là dove non ci spingiamo, per ripensare in modo diverso (e opposto) all’argomento Intelligenza Artificiale, che rappresenta non solo un futuro verso il quale siamo protesi ma soprattutto un presente in cui siamo già immersi.

Durante le ultime feste natalizie, mia sorella ha ritrovato un vecchio grembiule che aveva realizzato a mano come regalo per nostra madre.

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Quello qui su in foto è il grembiule da cucina creato da mia sorella.
Ricordo che sin da piccola lei ha sempre adorato realizzare regali fatti a mano e sperimentava con curiosità varie tecniche: per questo grembiule si fece aiutare anche da nostra nonna, che si occupò del bordo blu in lana lavorato ai ferri.
Nelle occasioni di festa, quando si ha più tempo per gli altri e ci si allontana per qualche giorno dalla corsa agli impegni scadenzati, ho ascoltato i racconti di persone che grazie alla propria manualità hanno svolto mestieri, hanno impacchettato e creato regali, hanno reso felice qualcuno.

Tra le storie ascoltate, c’è quella di Natale che cominciò a lavorare come panettiere a 12 anni. Se gli chiedo “perché hai fatto quella scelta?” lui mi risponde “fare il pane mi piaceva!”
Accomunata alla storia del panettiere, c’è quella di un tappezziere con la passione per la pesca. Anche lui cominciò a lavorare a 12 anni: “erano altri tempi” – dice – “allora non c’era l’obbligo scolastico e molti ragazzi sceglievano la strada del lavoro, preferivano imparare un mestiere”.
Ne avrebbe da raccontare Franco! Parla di lenze, tecniche di pesca, pazienza, esche. Parla di tessuti e di artigianato come fossero i suoi grandi amori, ma ha lo sguardo perso nei ricordi quando lo dice e ha l’amaro in bocca per un mestiere che secondo lui ormai è perduto, dimenticato dalle produzioni in serie delle grandi industrie e catene che vendono a poco prezzo mobili usa e getta.
Non c’è interesse verso l’oggetto artigianale, non c’è interesse verso la ricerca del tessuto e del colore giusto.

Ci pensiamo mai ai mestieri? A quanto tempo, cura e progettazione ci sia dietro?
Ci pensiamo mai a quanta pazienza ci voglia per realizzare un divano, una poltrona, una forma di buon pane?

Forse non lo facciamo abbastanza, ci siamo magari assuefatti a consumi in cui spendiamo poco ma lo facciamo sempre più spesso.

Guardo mia sorella, ascolto Natale e Franco e penso a me da bambina, a quando mi divertivo a inventare con le mani. Anche se non avevo una grande manualità, mi cimentavo forse anche per emulare Anna.
Realizzai una lavatrice in cartone per i vestiti delle mie bambole, e più tardi coinvolsi le mie amiche per costruire insieme una casa delle bambole partendo da scatole di scarpe.
Il progetto della casa non lo finimmo, ma ci incontrammo varie volte a casa mia per capire come fare. C’era l’intenzione di creare, fare qualcosa con le proprie mani anche se non sapevamo realmente come. Provavamo a capirlo, c’era la voglia di costruire da sé qualcosa che non avevamo ancora o che i nostri genitori non potevano comprare.

Oggi esistono strumenti diversi e competenze diverse, ma mi chiedo cosa vogliamo farne del patrimonio che i vecchi mestieri ci lasciano.
Vorrei ascoltare di più le storie che ci sono dietro i mestieri di un tempo: il calzolaio, il tappezziere, il panettiere e tantissimi altri perduti.
Ascoltare e raccontare le storie di chi tra le mani possiede arte e manualità significa avere dentro di sé anche la loro vita. Significa trarne insegnamento e conoscenza, vuol dire scoprire tutto ciò che non sappiamo. Come si impasta il pane, quali tipi di tessuti possiamo usare per un divano, quali tipi di pesci troviamo nel mare e quante specie invece sono scomparse.
Voglio ascoltare e fare tesoro di tutte le storie di mestieri, manualità e pazienza che avrò l’onore di incontrare. Ma forse per avere le orecchie ben tese ci vuole un po’ di quella Intelligenza Artigianale che il mio amico ha nominato per sbaglio.

Senza il nostro antico sapere manuale, come possiamo ben direzionare le evoluzioni future? Come possiamo costruire novità se cancelliamo il passato? Come possiamo ignorare le fondamenta della nostra cultura e pretendere di evolverci? 
Senza memoria storica e manuale, temo che il nostro futuro sarà vittima di un’evoluzione monca, privata di un arto o incapace di camminare sulle proprie gambe.

Mia sorella Anna a proposito del grembiule ha scritto queste righe:
“Un grembiule patchwork realizzato da me per mia madre con i ritagli migliori dei vecchi grembiuli di mia nonna, ritrovato conservato nel cassetto della cucina. Forse per Natale, forse per la festa della mamma o per un compleanno…
Mi ricordo che da piccola mi sembrava imperfetto e troppo pesante nelle mie mani di bambina. Di certo anche per via del bordo in lana, che mia nonna lavorò ai ferri per aiutarmi a completarlo.
Adesso invece al tocco è leggero come lo sono i ricordi più dolci. Parla di 3 generazioni. E a guardarlo ogni ritaglio mi ricorda mia nonna che si muove in casa per preparare cose buone e prendersi cura di noi.”

Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno insegnato a soppesare i mestieri, gli oggetti, le storie. Mia sorella che da piccola teneva in mano quel grembiule, ne sentiva tutto il peso: certamente un peso percepito per via del tessuto e della lana, ma di sicuro quel peso era anche dato dall’esperienza messa dalla nonna in quelle trame di lana che servivano a unire i pezzi e a creare il bordo che fa da cornice.
La nonna aveva aggiunto al sogno di Anna di realizzare quel grembiule, il tocco antico di chi ha il mestiere nelle mani, di chi con le mani ha agito per una vita intera lavorando a maglia, cucinando per figli e nipoti, accudendo le persone care, cucendo, lavorando.

Nelle mani il peso si misura in anni dedicati alla manualità e all’azione: anni dedicati non solo all’arte, però, o al mestiere di una vita ma anche anni dedicati alle attività manuali che oggi ci sembrano pesanti o inutili. Pulire casa, rammendare, lavare i piatti, cucinare, cucire una toppa sui pantaloni, addobbare la casa per le feste, preparare una buona cena per gli amici e abbellire la tavola, aiutare qualcuno a trasportare un oggetto o una busta pesante.

Le mani sono arti nobili (e non a caso “arti” è anche il plurale di “arte”): le mani aiutano, proteggono, sottolineano un gesto, danno peso alle azioni. Ma il bello è che non dobbiamo per forza dar vita a opere d’arte, perché l’arte stessa è racchiusa in tutto ciò che possiamo creare a partire dalle nostre mani.
Ci pesa usarle? Crediamo che non sia più necessario farlo? Pensiamo che gli strumenti moderni ci rendano capaci di non usarle più se non per scopi che consideriamo “alti”?

Io vedo grande altitudine nei mestieri! Chi li considera roba superata o lavori di serie B non ha capito il vero senso del lavoro: che prima di tutto (almeno così era una volta per alcuni mestieri) dovrebbe essere passione, dedizione, precisione, minuzia, nobilitazione delle proprie capacità e abilità.

In quel grembiule realizzato da mia sorella non vedo soltanto le generazioni che si intrecciano, come ha scritto lei. Vedo trame che si incontrano, pezzi del passato e del presente che si uniscono per dar vita insieme a un oggetto nuovo, vedo storie che si intersecano.
Nei colori delle stoffe utilizzate vedo i colori di vite differenti, nella pesantezza della lana vedo invece tutta la potenza del passato che educa, insegna e dona.

Vorrei, e qui esprimo il mio desiderio finale, che il nostro tanto parlare di Intelligenza Artificiale tenga conto di quel patchwork di nostre esperienze e pesi che ci raccontano le esperienze e i pesi degli altri.
Vorrei che imparassimo a guardare oltre, a guardare all’evoluzione degli strumenti e delle tecniche, senza buttar via il passato come fosse uno straccio vecchio ma custodendolo come fosse un diamante.
Dal passato proveniamo, ma per diventare persone migliori, evolute non solo tecnologicamente ma anche culturalmente, dobbiamo aver sete di passato: per capirlo, per amarlo, per carpirne le storie, per trattenerne il peso e aumentarne il valore.

Vorrei quindi che l’Intelligenza Artificiale di cui tanto parliamo diventasse Intelligenza Artigianale. Abbiamo molto più bisogno di un’Intelligenza Artigianale per capire chi siamo, per comprendere chi potremmo diventare, per capire che potremo avere anche gli strumenti più evoluti del mondo ma se non coltiviamo la mente, la manualità, il sapere, resteremo invertebrati.

Ascoltate le storie, ascoltate le persone che hanno un mestiere nelle proprie mani. Chiedete loro di raccontarvi le tecniche che usano, i segreti, la loro formazione: il resto sono chiacchiere e fumo che si perde nel vento.
Il resto sono chiacchiere su cui crediamo di essere esperti, ma che senza il sostengo del nostro passato diventano abbrutimento della mente.

In una recente intervista televisiva Piero Angela ha detto:
Ho imparato che è difficile prevedere di 10 anni in 10 anni ciò che succede, ma ci sono certe tecnologie che si stanno sviluppando straordinarie, il digitale, l’intelligenza artificiale. Quella naturale non troppo, perché non stiamo facendo le cose giuste.

 

Laura Ressa

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Se vi interessa capire, dati alla mano, quali sono i problemi culturali legati alla produttività in Italia, vi consiglio di leggere questo articolo: Produttività in Italia: un blocco culturale più che tecnologico


Copertina: la foto del grembiule da cucina realizzato da mia sorella

 

 

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