Regali ricevuti e portafogli restituiti

Quando penso alla mia infanzia, molti ricordi belli sono legati ai pomeriggi passati insieme alla nonna materna. Giocavo mentre lei era a casa a badare che non facessi danni, la guardavo preparare bontà in cucina, a volte le piaceva fermarsi ad aggiustarmi i capelli per cercare di domare i miei ricci.

Lei era presente anche alle mie feste di compleanno, quelle che prima si facevano in casa con una selezione di compagni di classe perché tutti nella mia stanza non ci sarebbero entrati.

Durante una di quelle feste, compresi qualcosa di importante sui doni.
Voglio raccontare quella vicenda perché è legata a molte altre cose avvenute in seguito, e credo anche a quel senso delle feste che spesso perdiamo di vista con una certa facilità.
Frequentavo ancora le scuole elementari. Per la festa del mio compleanno ricevetti il regalo di una delle amiche che invitai a casa.
Scartai il pacchetto con curiosità ma quel regalo non mi piaceva molto perché, se non ricordo male, si trattava di un piccolo quadro da parete e io ero molto più affascinata dai giocattoli, come quasi tutti i bambini.
Forse dalla mia faccia si sarebbe visto che non avevo molto gradito, così pensai di non far notare il mio scarso entusiasmo dicendo: “Grazie, è uno dei più bei regali che ho ricevuto!”
Se lo stavo dicendo per non far notare il mio sguardo deluso, evidentemente per me contava di più l’amicizia del regalo. Qualcun altro nella stessa situazione forse avrebbe mostrato palesemente che quel dono non era gradito, senza preoccuparsene. La mia era una finzione a fin di bene, insomma.
In seguito ho compreso che anche sorvolare su alcune cose, seppur a fin di bene, può costruire muri di malintesi e malumori. Dunque è sempre meglio essere sinceri su tutto, con tatto, ma sui doni sono ancora convinta che si debba sempre saper sorvolare.

La nonna sentì quella mia frase. Ricordo che mi prese in disparte per dirmi che avevo sbagliato a dire così: tutti i regali sono belli e non esistono doni più belli di altri. Qualcun altro fra gli amici infatti si sarebbe potuto offendere per quella mia frase, pensando che il proprio regalo invece fosse meno bello.
Mille paturnie mentali per niente – direte voi. Ma la nonna voleva farmi capire che non è carino dire di prediligere un regalo in presenza delle persone che mi avevano portato altri doni. Probabilmente a un bimbo poco importa questa questione di lana caprina sulle preferenze dei regali, ma per quanto possa sembrare assurdo credo che sia giusto preoccuparsi di ciò che si dice sin da piccoli. Lo è ancora di più dato che non lo fanno nemmeno gli adulti ormai.
Credo, per un facile paradosso dei tempi attuali, che sia proprio dall’infanzia che si debba imparare a capire quanto contino le parole, quanto possano fare male, quale interpretazione possano avere agli occhi degli altri.
Ma non bisogna capirlo per imparare a fare i furbi o a dire falsità già in fasce, ma piuttosto per imparare cosa siano il tatto e la fragilità altrui.

Mi sentii in colpa per quella frase, pensavo di dirla a fin di bene ma magari avevo reso triste qualche altro amico che l’aveva sentita.
Da quella volta compresi che il dono in sé ha un valore relativo e che qualsiasi cosa che venga donata va apprezzata. Parafrasando il detto “a caval donato non guardare in bocca”, potrei dire di aver ricevuto durante quella festa un insegnamento da conservare: non conta l’oggetto, ma l’intenzione benevola di chi ce lo ha donato.
In questo senso, ogni dono è in sé un atto lodevole. Che il dono si possa toccare o meno, poco conta. A volte un dono è anche una parola: e naturalmente una parola non ha marca o modello, ma ha un prezzo che è quello che le apponiamo nel momento in cui la ascoltiamo.

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Photo by Daniela Roa on Unsplash

A proposito di doni, di oggetti che potremmo perdere e ritrovare mi torna in mente un altro episodio per il quale sono stata anche presa in giro.
Era il 2015, mi trovavo a Torino ed era inverno. Passeggiavo insieme alla mia coinquilina portoghese per il centro e il mio sguardo si posò per caso su un portafogli che era per terra in una delle vie più affollate della città. Ricordo che era sabato sera, molta gente cenava nei ristoranti e probabilmente quel portafogli era caduto da poco dalla tasca del proprietario.

Non ci pensai due volte, lo raccolsi e lo aprii. Dentro c’erano molte carte di credito, qualche biglietto da visita, i documenti del proprietario, qualche foglietto sparso e una cifra in contanti che si aggirava intorno ai 200 o 300 euro.
Ovviamente quel portafogli non era stato gettato a terra da un borseggiatore – pensai – era solo uscito per caso da una tasca dato che all’interno c’erano contanti e carte di credito.

Io e la coinquilina ci sedemmo sul ciglio della strada per perlustrare bene il contenuto, per cercare un numero di telefono da contattare per restituirlo. Non trovammo granché, scoprimmo il nome del proprietario dai documenti ma l’unico numero di telefono non rispondeva alle mie chiamate.

Circa un paio di giorni dopo trovai il tempo per andare a consegnare il portafogli ai Carabinieri. Sembrò la scelta migliore dato che non ero riuscita a mettermi in contatto in alcun modo con il proprietario.
Quando arrivai in caserma, spiegai la vicenda e compilai un modulo di routine. Nel portafogli c’era ogni cosa, il contenuto era intatto: c’erano tutte le carte, tutti i documenti e tutti i soldi in contanti.

Attesi qualche minuto nel corridoio della caserma. I carabinieri mi guardavano come fossi un’aliena, sapevano già che il portafogli era stato smarrito poiché proprio lì era stata fatta la denuncia.
Mentre attendevo, uno dei carabinieri mi chiamò e mi disse di andare in un’altra stanza, forse quella del maresciallo.
Raccontai di nuovo la vicenda e lui chiamò il proprietario del portafogli comunicando il ritrovamento e facendo l’elenco degli oggetti che erano all’interno. Tutto era nelle condizioni in cui era stato smarrito.

Il proprietario volle a tutti costi parlare con me al telefono per ringraziarmi di persona. Fu un dialogo surreale perché non si sarebbe mai sognato di poter recuperare il portafogli intatto. Mi disse che ognuno merita di essere fortunato come lo era stato lui, e mi augurava di avere la stessa fortuna qualora fosse accaduto anche a me di smarrire il portafogli.
Feci gli scongiuri di rito dopo questa frase, e lui poi mi chiese se potesse sdebitarsi in qualche modo per il mio gesto. Gli dissi di no e lui insistette dicendo che avrebbe potuto farmi recapitare una pianta o altro. La mia risposta fu di nuovo un no e pensai pure che, considerata la quantità di soldi e di carte nel suo portafogli, si sarebbe pure potuto spingere oltre l’offerta di una pianta.
Ma forse avrei rifiutato comunque qualsiasi altra offerta.
Del resto un gesto del genere non dovrebbe essere disinteressato? O dobbiamo tutti abituarci ad agire solo per ottenere qualcosa in cambio?

Regali ricevuti e portafogli ritrovati, vicende che si rincorrono nel tempo e i cui ricordi quasi si sovrappongono in un unico flashback. Due episodi del passato dai quali posso provare a scrivere il mio significato del termine “dono”.
Vi capita mai di riflettere su quanto sia da considerarsi un dono il fatto stesso di poter restituire a qualcuno un oggetto importante?
Dono non è soltanto il portafogli pieno di soldi ritrovato per strada. Per me lo è anche sapere poi cosa farne di quel portafogli, decidere se tenere i soldi che ci sono dentro o restituirlo intatto. Dono è capire quanto costi per ciascuno comprare un oggetto, anche piccolo, il cui valore va oltre quello delle tasche.

Per questo mi tornano in mente le parole di mia nonna ogni volta che qualcuno giudica un dono dalla marca o dal prezzo. Nessuna di queste caratteristiche merita derisione, e nessun dono è peggiore o migliore di un altro.

Questa storia del dono mi ha fatto ricordare un episodio che risale ai tempi dell’università. Per il compleanno di un’amica mi fu incaricato di comprarle una borsa come regalo di gruppo. Ne presi una che considerai carina, ma erano tempi in cui di certo non guadagnavo tanto da potermi permettere borse di marche blasonate, e pensai che lo stesso valesse per gli altri partecipanti al regalo.
Le mie colleghe “di strenna” risero parecchio quando la nostra amica aprì il regalo: fui presa in giro per la marca della borsa, giudicata dozzinale e probabilmente anche poco costosa per un regalo da fare in gruppo.
Mi misi a ridere pure io, ma per la loro reazione. Non dissi altro, la situazione era troppo grottesca e mettersi a fare lezioni sul valore degli oggetti sarebbe stato inutile.

Non tutti diamo lo stesso valore al denaro, chi non ha mai avuto problemi di “liquidità” naturalmente giudica normale un regalo costoso. Oggi se ci ripenso rido, per loro la mia scelta era dozzinale e invece per me era dozzinale e sciocca la loro reazione denigratoria. Per giunta una reazione denigratoria esternata proprio davanti a chi quel regalo lo aveva ricevuto, ma purtroppo nel buon nome del “prendiamola a ridere” vengono dette anche cose che sarebbe meglio tenere per sé e non sempre si sa distinguere cosa dire e quando e a chi.
Del resto ognuno pensa e giudica in base alla propria esperienza personale. Ma che tu sia ricco o povero (e non intendo il famoso gruppo musicale del passato), giudicare un regalo dal prezzo più o meno alto di certo non ti rende migliore.
Ognuno dona in base a ciò che vuole e può. E anche se può, ognuno decide liberamente quanto e per chi spendere i propri soldi. Ammesso e non concesso che per noi il dono sia sempre e solo una questione di soldi…

Donare è dare a qualcuno un pezzo di noi, che sia pagato con il denaro o con il tempo non importa.
Donare è raccontare una storia personale con la generosità di sapere che leggerla forse potrà servire a qualcuno.
Donare è rendersi vulnerabili. Donare è accettare i propri errori e regalare quello che ne abbiamo imparato a chi ci sta vicino, a chi ci ha le orecchie pronte ad ascoltare.

Questo racconto quindi è il dono che vi faccio oggi, con la speranza che possa aiutarvi a prendere una decisione anche quando sarete tentati di appropriarvi di qualcosa, di sottolineare che un dono è brutto giudicandolo dalla marca, dal modello o dal costo.

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Photo by jesse ramirez on Unsplash

Laura Ressa

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Copertina: Photo by jesse ramirez on Unsplash

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