Junior Specialist cercasi. Le parole sono importanti, ma le usiamo male

Navigavo su LinkedIn quando il mio occhio è stato catturato da una ricerca di profili identificati come “Junior Specialist”.

Non specificherò il nome dell’azienda che ha pubblicato l’offerta, non è mio interesse puntare il dito su qualcuno in particolare anche perché capita molto spesso di imbattersi in annunci di lavoro simili e mal formulati. Dunque non esiste un solo colpevole.
Ma perché parlo di colpevoli?

Parlo di colpe perché definire una persona o un ruolo con l’etichetta “Junior Specialist” per me è un ossimoro, un bisticcio di parole, una definizione che non significa nulla e che non descrive né il ruolo né il grado di specializzazione di una persona.
Come fa uno Specialist ad essere ancora definito Junior? E come fa un profilo Junior a potersi dire già Specialist? E soprattutto, l’aggettivo Specialist si riferisce alle mansioni da svolgere e Junior si riferisce al compenso, o viceversa? Beh, il viceversa è un po’ difficile che si verifichi: quando mai si è visto che un profilo che svolge mansioni da Junior venga pagato quanto una persona con profilo senior che svolge mansioni da Specialist?

Nella confusione dei termini scelti per mettere in piedi una job description e nella totale segmentazione e frammentazione del mercato del lavoro in cui viviamo, i termini con cui definiamo attività e ruoli devono assumere sempre maggiore importanza per far capire esattamente cosa l’azienda offra. D’altra parte anche il candidato deve utilizzare correttamente le parole per spiegare cosa sa fare e in quale scala di specializzazione si collochino le sue esperienze.

Come fanno allora le aziende a voler cercare profili Junior Specialist? Intendono dire che li vogliono piccoli ma già specializzati o che li preferiscono esperti nel restare Junior? Oppure li vogliono Junior convinti di essere Specialist? O li cercano molto giovani ma con un grande potenziale da esprimere, quasi come si trattasse di profili ad alta competenza e con molta esperienza?
Uno Junior, se è tale, naturalmente non avrà avuto ancora modo di fare esperienze significative. Avrà modo di farle se l’azienda e il selezionatore gli daranno fiducia, tempo e strumenti per esprimere al massimo il suo potenziale e le sue conoscenze teoriche.

Tra gli aggettivi Junior e Specialist c’è una bella differenza, e lo dice anche il dizionario.
Per questo motivo resto assai confusa quando leggo annunci di lavoro scritti in maniera così approssimativa e ambigua, perché mi danno la conferma che chi si occupa di selezione spesso non conosce le parole che usa oppure non sa quello che sta cercando davvero. O magari sceglie con cognizione di causa di essere vago e ambiguo nella descrizione del profilo cercato.
Quando non si usano i termini corretti, è difficile per l’azienda spiegare di quale persona ha bisogno ed è impossibile per i candidati capire cosa cerchi l’azienda o il recruiter di turno che si affannano a selezionare qualcuno che sia allo stesso tempo Junior e Specialist. Ovvero qualcuno che sia tutto e niente allo stesso tempo: l’impresa sarà ardua e dispendiosa, e forse porterà a risultati deludenti.

Inoltre uno Junior Specialist come fa a riconoscere se stesso e a definirsi tale in un mercato del lavoro così pieno di termini vuoti e definizioni vane?
Deve essere un giovane motivato a fare un lavoro da senior restando però al suo posto perché resta pur sempre un neoassunto senza troppo diritto di parola? Oppure deve, al contrario, mostrarsi molto convinto delle proprie competenze anche se è Junior, molto poco Specialist e con scarsa esperienza?

Torno a parlare di colpe, certo. E ne parlo perché da più fronti non si capisce più in quale direzione vogliamo andare: non lo capiscono le aziende, che non imparano a definire nel modo corretto quello che cercano, non lo sanno i selezionatori e molto spesso anche i candidati sono confusi e crescono nella insana convinzione che riempire il proprio curriculum di fandonie sia la strada migliore per farsi notare.
Quanti conoscenti ho visto “vendersi” online con una descrizione professionale spropositata rispetto alle reali esperienze fatte, descrizioni piene zeppe di “specialist” e di termini aggiunti con un sagace copia/incolla che ripropone pari pari gli argomenti di un corso seguito o di un percorso formativo che di certo non rende nessuna persona uno specialista del settore in questione.
Eppure avviene, perché si è portati a pensare che l’apparenza di un curriculum conti più della sostanza di un colloquio e che mostrare (anche solo un elenco di definizioni professionali senza fondamento) sia la chiave per farsi notare.
E allora dovremmo imparare tutti ad essere più sinceri nell’interpretazione di ciò che siamo e di quello che sappiamo fare, a partire dai giovanissimi o da chi con fatica cerca da anni un posto nell’ambito mondo del lavoro.
Se c’è una cosa che ho capito dopo anni di lavoro e di tanti colloqui e candidature andate male è che la sincerità ripaga. Io l’ho sempre utilizzata in ogni situazione professionale, cercando di mettere in evidenza e di dimostrare quel che sapevo fare. Cercando di parlare con le persone e di mostrare il mio vero volto. Sul tutto il resto, sulle competenze e sulle abilità da affinare, mi davo tempo dicendomi che potevo sempre imparare da chi ne sapeva di più o imparare da me stessa grazie agli anni di esperienza accumulati.

La colpa quindi di questa confusione generale e di questo utilizzo improprio della lingua quando si tratta di offerte di lavoro è delle aziende, ma la colpa è anche dei recruiter e dei candidati. I primi perché non rendono chiari i propri obiettivi, i secondi perché non sanno definire le proprie capacità o fingono di possedere anche quelle che non hanno.
Tutti siamo artefici di questo grande calderone che abbiamo creato e in cui le competenze e i nomi dei ruoli si vendono al chilo e si confondono con quello che credi di essere, quello che sei realmente e le bugie che sei disposto a dire pur di lavorare.
Servirebbe quindi una ridefinizione, etimologica prima di tutto, dei termini che scegliamo di usare, delle parole con le quali ci descriviamo nei contesti di lavoro, delle competenze di cui l’azienda ha bisogno e delle persone che il selezionatore cerca.

Il Cambridge Dictionary definisce così il significato dell’aggettivo Specialist:
“someone who has a lot of experience, knowledge, or skill in a particular subject”.
Non basta la conoscenza teorica, come è chiaro intuire. Lo Specialist quindi è una persona che ha molta esperienza, conoscenza, o competenza in un particolare ambito o in un’area di business.
Se sei junior, quindi giovane con poca esperienza per forza di cose, non puoi essere specialist in un determinato argomento o settore perché essere specialista è una condizione che va oltre i libri e le potenzialità presunte.

Sarà che ci sopravvalutiamo, ma non possiamo dirci specialisti in qualcosa al termine di un corso formativo o di un percorso di laurea se non abbiamo anche fatto MOLTA esperienza sul campo.
Ciò non significa che uno Junior non abbia competenze, ma che può avere competenze elevate nelle sue aree di studio e molto potenziale da esprimere e da sviluppare. Ma di certo non è uno specialista.
Neanche io, che lavoro senza periodi di stallo da oltre 6 anni in settori come le risorse e umane e il marketing, mi definisco ancora Specialist.

E non perché sia troppo umile, ma perché sono cosciente di ciò che so fare e di quello che non so ancora fare. Sono tante le competenze da poter imparare, e reputo il mio percorso variegato ma non così specializzante da farmi definire realmente esperta. Ciononostante ho molte competenze consolidate messe alla prova sul lavoro, ho capacità sperimentate anche fuori e non fingo di essere quel che non sono.

State certi che le aziende, alla fine dei giochi e delle parole messe lì tanto per scrivere qualcosa, apprezzano chi sa mostrarsi per quel che è. Non dobbiamo temere quel che non sappiamo, non dobbiamo “truccare” il nostro curriculum e imbellettarlo con un po’ di cipria per farlo sembrare più accattivante.
Non siamo a un concorso di bellezza, il mercato del lavoro non è una corsa a chi usa il trucco più vistoso, non ci stiamo preparando per una festa di capodanno in discoteca o per un party in maschera.

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Photo by edgar nunley on Unsplash

Quando cerchiamo lavoro mettiamo sul piatto quel che siamo: quanto più riusciamo a mettere insieme con onestà le nostre qualità, tanto più avremo da guadagnarne in dignità ed onestà intellettuale. E mostreremo maturità professionale e potenziale.

Perché certe aziende si ostinano a usare termini impropri? Si tratta di incauti azzardi per dire e non dire senza specificare troppo il tipo di profilo? Si tratta di scarsa conoscenza della lingua e di poca cura nel suo utilizzo? Si tratta di scarsa competenza di chi si occupa delle selezioni?
Care aziende, cominciate a far caso alle vostre parole e siate oneste!
Come diceva qualcuno, “le parole sono importanti” e a lungo andare vi renderete conto che le parole che scegliete vi definiscono prima dei risultati di business. I candidati e i dipendenti saranno i primi ambasciatori di quel che siete: potrete avere un’immagine blasonata, ma resterà solo una posa se dietro non ci sarà sostanza e verità.

E voi, candidati Junior Specialist, ribellatevi con coraggio a certe offerte di lavoro prive di serietà. Se siete junior, ambite a sviluppare con il tempo le vostre esperienze e ad essere sinceri su quel che sapete e sapete fare.
Se invece siete specialist, non siete junior già da molti anni e questo dovete ricordarlo sempre a chi vi deprezza, a chi vuole sminuire il vostro ruolo e il vostro bagaglio che con fatica e onestà portate avanti ogni giorno.

“Il merito non conta più” obietta qualcuno?
Non gli credete!

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Photo by jon tyson on Unsplash

Laura Ressa

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