Occhi che ne cercano altri. Il tempismo di un “ti voglio bene”

A volte mi è capitato di prendere il bus in tarda mattinata. In quel momento della giornata, quasi tutte le volte che mi è capitato, ho incontrato alla fermata qualche anziana signora desiderosa di chiacchierare.
Hanno buste della spesa o piccoli carrelli, si avvicinano anche se resto a debita distanza.

Adotto una distanza preventiva poiché non sono molto predisposta al dialogo con gli estranei e non ho fiducia negli sconosciuti incontrati per caso. Sebbene io rifugga con attenzione le situazioni in cui c’è troppa gente, le nonnine alla fermata del bus mi si avvicinano quasi sempre e ogni volta che lo fanno mi raccontano la loro storia o qualche aneddoto di giovinezza.

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Photo by Bartosz Wanot on Unsplash

Forse si tratta di un istinto che nasce dal desiderio di parlare con qualcuno che le ascolti e che non le consideri yogurt prossimi alla scadenza.
Non sono invadenti, non chiedono di me come fanno quelli che vogliono sapere cosa fai nella vita e dove sei diretta. Non me ne vogliano gli espansivi nati, ma uno sconosciuto che chiede troppe informazioni personali nel primo minuto di conoscenza (forzata) parte con il piede sbagliato.
Quelle nonnine in attesa alle fermate del bus invece vogliono raccontare più che chiedere.
E lo fanno senza invadere o sconfinare ma stabilendo un piccolo contatto.
A loro va di raccontare e basta, da un sorriso capiscono se vuoi starle a sentire e se poi la reazione dell’interlocutore è positiva, il loro sguardo rifiorisce.
All’inizio rispondo per cortesia, perché mi sembra inutile allontanarmi. Appena colgono uno spiraglio d’attenzione, loro cominciano a sorridere e a raccontare la giornata fino ad arrivare a parlare della loro gioventù e della vita attuale.

Questi incontri e racconti mi capitano spesso, perché quelle persone cercano fiducia e la speranza di poter essere ascoltate.

Le parole sono una medicina miracolosa e poterle finalmente adoperare apre lo sguardo, fa credere che ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare la nostra storia.
Le guardo senza giudicarle e quando mi parlano sorrido sempre ma non per circostanza. Mi fa sorridere la loro tenerezza, la loro apprensione quando mi dicono di stare attenta e mi augurano belle cose nel momento dei saluti. Sembra vogliano spingersi oltre magari con una carezza, ma si frenano in tempo perché sanno che siamo pur sempre estranee.
Per qualche minuto si sentono accettate anche da una sconosciuta, accettate anche se anziane, accettate in uno spazio limitato nel tempo in cui cercano di condensare quello che erano e ciò che vorrebbero rivivere ancora un’altra volta.

Siamo in un habitat sociale in cui la maggior parte delle persone sembra pensare prima di tutto ai propri privilegi acquisiti e di rado ragiona per il bene comune, raramente si interessa ai vissuti degli altri ed è poco disposta ad ascoltare. Questa regola è tanto vera per i giovani quanto per gli adulti e gli anziani.
Non so come si comportino nella vita di ogni giorno queste signore, non so se siano brave persone e se pensino prima al proprio tornaconto o se invece vogliano lasciare alle future generazioni un barlume di speranza. Eppure, nonostante la quantità di punti interrogativi che circondano un incontro, nei momenti in cui quelle anziane signore cercano il contatto con me, tutte le domande cadono nel nulla.
Sembra che riescano a guardare dentro di me e io dentro di loro.
Mi fanno credere di nuovo nel potere del conforto.

Dopo qualche esperienza di fiducia mal riposta e di incontri casuali non graditi, ho scelto di non parlare con nessuno sui mezzi pubblici e in generale rammento a me stessa di fare sempre attenzione a chi cerca di attaccare bottone in qualsiasi situazione.
Sento però che questo caso è diverso dagli altri, forse perché qualcuna di quelle signore mi ricorda mia nonna.

Mi chiedo: chissà che vita hanno avuto, chissà quali sogni avevano da giovani e se sono riuscite a realizzarli, chissà se hanno ancora desideri.
La vita segue lo schema di un’attesa come quella alle fermate dei bus: segue un tragitto intermedio e una discesa nel luogo in cui siamo diretti. C’è chi scende prima degli altri, chi aspetta di arrivare al capolinea, chi guarda solo fuori dal finestrino, chi cede il proprio posto, chi occupa poco spazio e chi ne occupa troppo, chi fa domande all’autista e chi sa già dove vuole arrivare e dove deve scendere.

Sarà che tutti aspettiamo di scendere alla nostra fermata e, nel mezzo del tragitto, scegliamo a chi affidare ricordi e parole sperando che si propaghino oltre il tempo del tragitto.
Sarà che le parole sono ancora la più potente fonte di condivisione che esista. Saranno tutte queste ipotesi messe insieme a darci la misura del valore di un incontro, di un incrocio di strade, di un racconto, di occhi sinceri che sanno ascoltare.

Quando le mie anziane compagne di viaggio scendono dal bus, dopo un racconto iniziato alla fermata e proseguito sul mezzo, i loro occhi diventano un po’ tristi. La mano è aperta e la usano per salutarmi.
A fine corsa sono felice di aver fatto quell’incontro: da quel momento in poi la giornata prende un ritmo fiducioso e sento quasi una scia di luce che non si spegne in fretta.
In pochi minuti abbattiamo barriere e preconcetti, scardiniamo e rompiamo i chiavistelli della nostra diffidenza riscoprendo quanto di bello abbiamo ancora da capire, quante persone possiamo ancora incontrare.

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Photo by Paolo Bendandi on Unsplash

C’è stato un episodio che mi ha fatto ripensare a quelle donne alla fermata, e a mia nonna.
Ieri un collega alla mia domanda “Come stai?” ha risposto raccontandomi della recente scomparsa di suo nonno.
Un nonno premuroso e attento, dolce e proverbiale con quelle frasi tipiche che ogni nonno pronuncia e che a noi nipoti piace riproporre per tenerne acceso il ricordo e la presenza.
Quel nonno da anni non parlava più con l’amico di una vita, la persona con cui aveva condiviso tutto per 80 anni. La tristezza nello sguardo del nipote era dovuta proprio al rimpianto del nonno, che non è riuscito a dare l’ultimo abbraccio all’amico di sempre, alla persona che forse più di tutte lo conosceva e lo stimava. In quei momenti non sai che dire: sei in ufficio di fronte al tuo elenco di cose da fare che cominciano a contare molto poco quando di fronte hai un ragazzo che ha perso qualcuno di caro e che ti mostra i suoi occhi lucidi.
Io credo che ci sia qualcosa dopo la morte, ma cosa potrei dire per consolare chi invece crede che il nostro percorso cominci e si esaurisca tutto qui con la morte?

Come dare conforto a un giovane nipote triste e fargli capire che presto il dolore e la mancanza si faranno più tiepide? Come risanare una ferita a cui il nonno non è riuscito a porre la parola “pace” prima di salutare questa terra?
Forse l’unica cosa sensata che verrebbe da dire è: proviamo a imparare da questi attimi perduti e dalle cose che gli altri non hanno detto e non hanno fatto in tempo a fare.
Proviamo a non lasciarci sfuggire le persone davvero importanti, perché molte passeranno e andranno via ma altre resteranno e lo faranno anche da lontano, anche quando non faremo in tempo a salutarle.

Le ultime parole del collega prima di uscire dalla stanza sono state queste: “Che possiamo fare? Dobbiamo farcene una ragione.”
Ma dopo abbiamo aggiunto che qualcosa noi la possiamo fare per la nostra vita: cercare, per quanto ci è possibile, di non avere rimpianti. Che non significa essere amici di tutti o chiudere per finta i conti in sospeso, ma significa dire “ti voglio bene” alle persone che per noi contano davvero prima di non avere più tempo per farlo.

 

Bus — The Radio Dept. (dall’album Lesser Matters)

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Bartosz Wanot on Unsplash

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