Via le maschere, si vive una volta sola: facciamolo in maniera autentica – Intervista a Marco Bertagni

Marco Bertagni è stato responsabile del commercio estero, economia e ambiente per AIDI, Associazione delle Industrie Dolciarie Italiane, e poi Direttore di AssoDistil, Associazione Distillatori Italiani. Si è occupato di export management e ha svolto ricerche di mercato in Francia e negli Stati Uniti pubblicando oltre 100 articoli e interviste per diverse testate. Si è laureato in Scienze Politiche specializzandosi in commercio estero per conto dell’ICE (Istituto nazionale Commercio Estero).
Oggi è Executive Director di Bertagni Consulting e svolge attività di consulenza alle imprese negli ambiti del commercio estero e del lobbying internazionale. Inoltre è fondatore di WiDEN, FederMosti, MUST.
Marco però si definisce geografo delle emozioni e non ama vestirsi di etichette professionali: lo ha sottolineato anche nel ruolo di docente durante il corso ICE sullo storytelling d’impresa al quale ho partecipato.
Lascerò che sia questa intervista a raccontare di lui, perché penso che la sua storia e la sua visione delle cose possano aiutarci a ripensare anche alla nostra visione.


1) Lo scorso luglio a Trento è stato presentato un tuo contributo (scritto in collaborazione con Laurent Peters) sul rapporto tra tecnologia ed emozioni in occasione dell’incontro Téchne: la politica estera come investimento per il futuro dell’Italia
Mi ha molto colpito un passaggio del tuo abstract che riporto qui di seguito.
“Come sempre accade dalla notte dei tempi, anche in questa nostra epoca esistono gruppi di potere con visioni distorte della politica e senza troppi scrupoli. Ora però, più che in passato, dispongono di formidabili strumenti, la tecnologia avanzata e l’Intelligenza Artificiale, attraverso cui amplificano paure e foraggiano pregiudizi, tra le fila di quello che considerano un pubblico malleabile e asservibile. È urgente riflettere e salire con convinzione sul treno del cambiamento di paradigma già in atto: per uscire dall’indifferenza, per smettere di considerare gli altri come dei nemici, per lasciarsi alle spalle avidità e aggressività, per ritrovare la bellezza dell’imperfezione umana, la forza del rispetto, la profondità della parola e del confronto.”

La distorsione della realtà, che spesso viaggia per mezzo della tecnologia, resta un grave rischio dei tempi connessi. Come possiamo cambiare paradigma e in che modo, nei nostri gesti quotidiani, possiamo usare la tecnologia come mezzo virtuoso?

“Il cambio di paradigma può forse nascere dalla riattivazione di alcuni sensi ormai sopiti, per non dire estinti, l’udito e la vista, e dalla loro nobilitazione rispettiva in ascolto e osservazione di quello che è dentro di noi e di quello che ci circonda.
Dovremmo operare un cambiamento di scala e integrare l’approccio quantitativo, freddo, distante, direi zenitale, che caratterizza troppo spesso la nostra osservazione della realtà, con la voglia di essere dentro le storie di vita, il desiderio di inaugurare un’etica dell’incontro non banale e dell’attenzione verso l’altro da sé.

Per me il ponte, l’elemento-chiave per spostare il baricentro da una façon d’être di matrice quantitativa ad una qualitativa sono le emozioni e la loro condivisione. L’intelligenza artificiale deve essere un mezzo per avviare e magari accelerare un nuovo umanesimo. Se, al contrario, si continua ad alimentare quest’ultima per combattere altri uomini o alimentare pregiudizi, credo che fatalmente le macchine prenderanno il sopravvento.
Cerchiamo quindi di riscoprire l’algoritmo umano, quel soffio vitale, l’anima che le macchine non potranno mai avere. O almeno lo spero! Usciamo di casa e chiediamo ogni mattina alla prima persona che incontriamo sul cammino: “K’uxi elan avo’onton?”, ovvero “Come sta la tua anima?”, in un antico dialetto di una popolazione messicana. Volendo, per praticità, possiamo chiederlo direttamente nella nostra lingua. Sarà curioso vedere cosa ci rispondono. Qualcuno ci prenderà per matti, anche se non glielo chiediamo in tzotzil, e continuerà nel suo frenetico cammino verso la quotidianità, qualcun altro però potrebbe intrattenersi e parlarci con gioia e senso di piacevole sorpresa di come sta. Anche se non sta bene.

E ci sentiremmo meno soli.”

2) Ho ascoltato il tuo intervento durante il corso ICE sullo storytelling d’impresa che si è svolto a Bari.
Ho colto dalle tue parole quanto sia importante per te sottolineare la capacità delle aziende e delle persone di raccontarsi. Narrare una storia per me vuol dire entrare nel mondo di chi ci ascolta, avvicinarci ai suoi bisogni e alla sua vita, entrare in empatia come se la nostra storia potesse essere la storia di altre persone. 
Al di là degli accorgimenti tecnici per scrivere e realizzare una buona storia, quale chiave personale possiamo trovare in noi per trasformare la nostra esperienza di vita in qualcosa che serva anche agli altri e che ci consenta di coinvolgere chi ci legge o ci ascolta? 
Nel caso delle aziende, invece, in che modo la narrazione autoriferita può trasformarsi e diventare un’occasione di crescita e avvicinamento del brand al suo pubblico?

“Dovremmo trovare il coraggio di parlare delle nostre emozioni, della nostra identità, dei nostri valori. E questo discorso vale sia per i singoli individui, che per aziende o organizzazioni. Anzitutto parlare, a noi stessi o all’interno dell’azienda.
Troviamo il coraggio di rispondere alla chiamata all’avventura così come è intesa nell’itinerario del Viaggio dell’Eroe teorizzato da Joseph Campbell.
Una volta raccolto l’invito al viaggio eroico, capiamo bene chi siamo, quali sono le nostre vocazioni, i nostri valori, che poi altro non sono che la nostra identità e la nostra forza. Si tratta quindi di individuare l’obiettivo-sogno da raggiungere e il drago che potrebbe ostacolare la nostra marcia e dunque il nemico o la paura da sconfiggere, per poi lanciarsi nell’avventura sotto forma di un archetipo-eroe, ovvero di un carattere, che sia coerente con la nostra personalità più profonda, il nostro daimon o brand identity se parliamo di aziende.

Se riusciremo – e ci riusciremo – a sconfiggere il drago, torneremo con un tesoro da condividere con chi ci ha ascoltato e fatto il tifo per noi durante il viaggio.

Essere autentici, veri, appassionati, spontanei: questi potrebbero essere gli elementi – al di là come dici giustamente tu degli accorgimenti tecnico-narrativi – per far sì che la nostra storia arrivi al pubblico e lo coinvolga emotivamente. Tutto questo può umanizzare persone e brand. Tutto questo è il nostro tesoro.”
3) Quando ti ho contattato per proporti questa intervista, mi hai scritto una frase che mi è rimasta impressa: “le etichette più le lasciamo da parte meglio è!” Tu stesso ti definisci “il bambino con la valigia”.
Spogliarsi delle etichette è utile anche quando ci presentiamo agli altri e nel modo in cui viviamo la nostra storia e quelle degli altri. Questo favorisce l’ascolto, la curiosità, l’apertura verso gli altri, la creazione di una connessione che vada oltre le apparenze e racconti di passioni e scoperta. 
Perché ti definisci bambino con la valigia? Qual è il primo passo per liberarci dai formalismi (laddove non necessari) e dalle maschere?

“Le etichette sono spesso un muro tra noi e gli altri.
Ricordo che nel mio primo lavoro, con l’AIDI, l’Associazione delle Industrie Dolciarie Italiane, ero tutto orgoglioso del poter mostrare il mio biglietto da visita con su scritto Dottor Marco Bertagni.
Quando sono passato a dirigere l’AssoDistil, ho pensato che quel “dottor” fosse ridondante e non aggiungesse nulla in realtà. Quindi lo tolsi.
Poi, con la scoperta della foto di me stesso a tre anni con la valigia, ho capito definitivamente che la mia essenza era quella e che tutti i titoli e le esperienze professionali fatte erano importanti, ma che la voglia di presentarmi come bambino con la valigia stava prendendo il sopravvento. Nei miei più recenti biglietti da visita, ho inserito la foto da bambino con la valigia e, sotto al nome, la scritta Geografo delle Emozioni

ALLEGATO 1 - BERTAGNI - Marco Bertagni Bambino con la valigia

Marco Bertagni all’età di 3 anni

 

Mi definisco bambino con la valigia perché la mia vocazione è viaggiare, ho una costante sete di conoscenza, ogni viaggio mi porta sorprese e crescita interiore e quindi anche adesso, a 55 anni, se tu mi dai una valigia e mi dici “Marco, vai!” io vado, senza chiederti neppure dove e ho lo stesso sorriso di 52 anni fa stampato sulla faccia.
La valigia implica partenza e anche questa è un po’ la mia caratteristica: cerco di non dare mai nulla per finito, ogni traguardo raggiunto è solo il punto di inizio per esplorare altri luoghi, altri tempi, altre persone.

Il primo passo per liberarci dai formalismi credo sia quello di non prenderci mai troppo sul serio. Quando ce la tiriamo troppo, in ultima analisi ci irrigidiamo, ci chiudiamo.
Una sana auto-ironia aiuta a far fluire meglio le proprie emozioni e ad accogliere senza pregiudizi quelle degli altri.
Bisogna gettare le maschere, si vive una volta sola: perché non farlo in maniera autentica, leggera e profonda allo stesso tempo?”
4) Hai scritto un libro che porta il nome del tuo progetto The River of Life.
Si tratta di un viaggio nella geografia delle emozioni in cui narri la tua esperienza come fosse un viaggio lungo una mappa. Com’è nata questa idea e perché hai deciso di associare le emozioni ad un percorso geografico? Che ruolo ha la geografia nella tua vita?

“L’idea di THE RIVER OF LIFE è nata da tre elementi: dallo choc emozionale – per me, beninteso! – del ritrovamento della foto del bambino con la valigia, di cui mia zia Diana mi aveva sempre parlato ma che ho visto per la prima volta nel 2013; dalla decisione di scrivere una tesi di laurea in Scienze Geografiche da titolo “La Mappa del Paese della Tenerezza come incipit di un viaggio nella geografia emozionale” che mi ha fatto comprendere le potenzialità infinite della cartografia emozionale e da un tragico episodio, ovvero l’omicidio stradale di cui è stato vittima Lorenzo Guarnieri, figlio diciassettenne di miei amici di Firenze che mi ha fatto individuare con chiarezza il drago da sconfiggere: l’indifferenza.
Si tratta quindi di un viaggio in cui ho applicato la geo-maieutica e il mapping emozionale, ovvero ho costruito un itinerario sul crinale tra geografie reali ed immaginarie in cui ho cercato di trasferire – attraverso fotografie e testi – i miei valori, le mie paure, i miei sogni. Per cercare di restituire la palla a Lorenzo, che si trova sulle sponde del Lago dei Sogni Rubati e per riflettere su molte altre cose della vita puntando sulla percezione multisensoriale.

Quanto all’importanza della geografia nella mia vita, effettivamente è enorme.
I luoghi hanno sempre esercitato su di me un fascino indescrivibile. Credo di poter dire di aver imparato a rispettarli e a coglierne lo spirito, il genius latino, e dunque ad assaporarli in tutte le loro sfaccettature.
La geografia è per me una bussola, a tal punto che proprio intorno alla geografia, intesa come letto di un fiume che prende forma e sostanza quando viene irrorato dalle acque delle altre scienze, abbiamo costruito il progetto www.bertagnigeography.com.
Lo scopo di questa attività è di sollecitare spunti di riflessione, anche metodologici, sulle complesse quanto ineludibili relazioni tra geografia e altre materie e di intercettare punti di contatto tra sviluppo del pensiero geografico integrato e mondo del lavoro, passando così dal sapere al saper fare, dall’accademico al reale.
Tutto è collegato! I fenomeni che si registrano sulla Terra, da quelli naturali a quelli antropici, devono essere affrontati con strumenti multi-prospettici; anziché rivendicare in modo sterile l’autonomia della geografia, questa nostra amata scienza, spesso marginalizzata, può essere salvata esaltandone il ruolo di disciplina-fondamenta di una conoscenza da costruire con l’ausilio di altri saperi.”

 

5) Tra le tue passioni c’è anche la fotografia. Le immagini sono un mezzo potente per raccontare storie e tradurle con la propria lente accogliendo le vite degli altri e cogliendone dettagli e sfumature. Quale strumento prediligi per raccontare storie e cosa cogli di particolare attraverso la fotografia che con altri strumenti non riesci ad esprimere? 

“La fotografia ti dà l’illusione di fermare il tempo. Forse è questo il fascino discreto della fotografia.
Mi sono reso conto, negli anni, che la fotografia è molto di più di un’illusione. È un formidabile strumento di sintesi, a patto di scattarla una volta che sei immerso emozionalmente nel luogo e nelle dinamiche antropiche e naturali che si registrano in quel luogo. Arrivare al Grand Canyon con il pullman gran-turismo, scendere a Hopi Point con la macchina fotografica o il cellulare già davanti agli occhi, guardare il tutto attraverso questo filtro, scattare decine di foto, risalire sul pullman. Ecco, questo è la rovina della fotografia!
Il web è inflazionato da immagini, inutili, piatte, ma non perché siano state prodotte da dilettanti della fotografia, quanto piuttosto da persone che non stavano vivendo né percependo quel momento. Non sono un cultore della tecnica fotografica: per me una buona foto la può fare chiunque se cura la composizione e coglie il momento, ma solo dopo essere entrato in empatia con il luogo e con le persone.

Altra cosa dal mio punto di vista importante è che la fotografia sia inserita in una storia. È vero che ci sono foto iconografiche, che da sole dicono tutto. Siccome però non tutti siamo Capa o Cartier-Bresson, proviamo a riesaminare una nostra fotografia che magari giudichiamo buona: quando riusciamo a inserirla funzionalmente in una storia, acquisirà un valore nuovo, più profondo ai nostri occhi. Ci sembrerà ottima.

ALLEGATO 2 - The_River_of_Life_29
Dico questo per esperienza personale: progettare THE RIVER OF LIFE e scegliere come traccia narrativa principale la fotografia mi ha consentito di rivalutare molti dei miei scatti che avevo inserito con tematizzazioni abbastanza classiche in www.bertagniphotography.com.
La foto del leopardo che a Etosha in Namibia aveva catturato e stava divorando una gazzella era oggettivamente uno scatto interessante, perché è una scena molto rara da vedere – i grandi felini cacciano la notte – perché la luce era perfetta, di traverso e sul centro della scena, perché il leopardo mi guardava in termini di sfida. Tuttavia inserirla come foto-simbolo dell’Altopiano Mors Tua Vita Mea nel capitolo Terra di THE RIVER OF LIFE ha conferito all’immagine una potenza narrativa diversa, più completa.

Oltre alla fotografia, le altre mie due tracce espressive sono la scrittura e la cartografia emozionale. Ma forse si era già capito!”

ALLEGATO 3 - MAPPA DI THE RIVER OF LIFE

6) La tua esperienza professionale variegata ha tracciato il tuo percorso in ambiti diversi. Se dovessi tirare le somme a questo punto, quale insegnamento diresti di aver tratto dal lavoro e dalla relazione professionale con le persone che hai incrociato nella vita?

“È un po’ la domanda che mi sono posto quando, durante il viaggio del bambino con la valigia attraverso la Valle dell’Esistenza, mi sono ritrovato da adulto sul Picco della Filosofia a riflettere, in un luogo non meglio precisato che unisce Nord, Sud, Est e Ovest!
ALLEGATO 4 - The_River_of_Life_117
Lì ho sviluppato alcune considerazioni filosofiche su quello che la vita mi ha insegnato. Dico vita perché da qualche anno non faccio più la distinzione tra vita privata e vita professionale: è tutta vita!
Credo che aver viaggiato tanto mi abbia insegnato a non smettere di sorprendermi, ad essere resiliente, a giudicare meno, ad abbattere i pregiudizi, a non voltare le spalle alla vita anche se sembra che tutto vada storto. Ogni evento apparentemente negativo, può essere trasformato in opportunità.

La cosa più bella però è stata aver potuto sviluppare e praticare lo stare insieme.
Il 23 novembre, ad Anzio – consentimi una piccola promo, ma credo sia funzionale rispetto alla domanda – lanceremo un network esperienziale internazionale chiamato EMME.
ALLEGATO 5 - LOGO EMME 16OCT2019-FINALE
Un gruppo di amici e professionisti di tutto il mondo, per ora 74 ma la piattaforma è aperta, hanno deciso di sposare i principi cardine del progetto THE RIVER OF LIFE ovvero quello di far emergere (Eliciting), di mappare (Mapping) e di gestire (Managing) le emozioni (Emotions) per vivere meglio e di mettere a disposizione di chiunque lo vorrà queste conoscenze integrate: persone o organizzazioni.
L’obiettivo di questo viaggio collettivo, ma al tempo stesso molto personale, nella geografia delle emozioni è quello di creare un giorno un Globo Topologico Emozionale dove le emozioni, appunto, fungano da collante tra gli individui contro ogni muro, ogni pregiudizio, ogni generalizzazione.

Siamo tutti Esseri Umani! W il Mondo!
Vi aspetto ad Anzio il 23 Novembre insieme a tutti i Geografi delle Emozioni!”

ALLEGATO 6 - locandina 23 nov 2019 emme FINALE

 


Marco ha preso il suo tempo per rispondere alle domande. Ha scritto le risposte tra la Sardegna – con carta e penna – e Anzio – con la tastiera, per “(ri)fare e (ri)scrivere un viaggio nelle sue emozioni ed esperienze”.

Mi ha chiesto di dirgli cosa pensassi del testo “senza paura” e la paura in effetti nella mia vita è una molto presente, mi prende sottobraccio dal mattino e mi accompagna fino a sera spesso avvolgendo anche i pensieri che precedono il sonno.
Della paura spesso abbiamo ancora più paura, perché ci fa sentire inadeguati e timorosi del futuro, ci fa attendere con ansia che arrivi da un momento all’altro. La paura ci fa temere cose che non abbiamo ancora fatto, ci fa temere il giudizio degli altri: nel mio caso mi fa chiedere cosa penseranno di me le persone che leggeranno ciò che scrivo, che immagine di me arriva all’esterno, come posso stabilire connessioni reali in un ambiente sempre più guidato dalle regole dell’apparenza e dell’appartenenza a quella o a quest’altra corrente.

Attraverso un periodo in cui queste domande si accavallano e in cui molti rapporti tra persone mi sembrano retti solo sulle facciate, come palazzi privi di fondamenta costruiti per anni sul nulla.
Ritrovo la mia visione in molte delle parole di Marco Bertagni, perché mai come ora sento la necessità e il bisogno di verità, di interazioni che sappiano tirar fuori il meglio e che abbiano un contenuto tangibile.

Viaggio, emozioni, maschere, geografia. Il disegno tracciato insieme a Marco in questa intervista mi ricorda una mappa. Una mappa intricata come la nostra vita, ma ricca di punti panoramici o di inquadrature fotografiche da scattare con gli occhi.
Ho paura sì, paura di esprimere un punto di vista eccessivamente romantico che possa sembrare stucchevole, paura di perdere il controllo, di non essere perfetta, paura di scrivere refusi, paura che le maschere siano più dei volti veri.
Dalla paura però non si sfugge, forse possiamo renderla nostra amica, viaggiarci insieme affinché sia lei a portarci dove non avremmo immaginato.

Conoscere nuove persone, quando le intervisto, mi aiuta a rompere un muro di pregiudizio e preconcetto. Mi aiuta a chiedere, a non temere i “no”.
Mi aiuta ad accettare il rifiuto e a cogliere come opportunità ogni parola spesa, ogni minuto che le persone dedicano a dipanare le mie curiosità.
Forse è anche questo il coraggio, ma ce ne vuole ancora per percorrere il fiume della vita: serve coraggio per affrontare le cose inaspettate, i momenti neri, ce ne vuole per accettare davvero l’abbandono, le lacrime e le perdite.

Ci vuole coraggio ad essere orgogliosi di quel che si è. Ci vuole coraggio ad aprire una cartina, a osservare il percorso già tracciato e a disegnarne uno nuovo da zero.
Ci vuole coraggio a buttar giù le maschere come fossero muri da abbattere per ricostruire altro. Come ci ricorda Marco, la vita è un soffio e sarebbe un peccato sprecarla.

Dedico questa intervista alle persone che consultano ogni giorno la propria mappa (forse tutti), alle persone care, a quelle che nel tempo ho allontanato e a quelle che ho perso. La dedico anche a chi ancora mi è accanto, forse con un piede fuori e uno dentro al mio tragitto, o che non ha ancora ben capito da che parte stare o dove sia riflesso il proprio vero volto.
Siamo alla ricerca anche quando ci crediamo coerenti. Anche quando pensiamo di essere appagati.
Perché forse il nostro vero obiettivo non è arrivare ai confini della mappa o salire in cima alla montagna più alta per mostrare dove siamo arrivati.
L’obiettivo magari è imparare a restarci su quella mappa, con i piedi aderenti al foglio e la mente capace di arrivare fin dove le scarpe non arrivano.

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Le immagini inserite all’interno del testo sono state gentilmente fornite da Marco Bertagni


Copertina: Marco Bertagni a 3 anni, con la valigia in mano

2 pensieri su “Via le maschere, si vive una volta sola: facciamolo in maniera autentica – Intervista a Marco Bertagni

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