Abbandona la “Sconfort zone”: il tuo lavoro ben fatto sei tu

“È la terza volta in 15 giorni che sento raccomandare agli imprenditori che per coprire certi ruoli a costo (quasi) zero basta prendersi uno stagista, un giovane laureato, uno studentello a cui dare pochi soldi, al massimo un rimborso spese. Ha tanto da imparare e così spendiamo poco.
Lo trovo inquietante: certamente un giovane ha da imparare, ma il suo tempo ed i suoi studi vanno retribuiti come meritano e non si può pensare di squalificarli a prescindere.”

Ritrovo per caso una frase scritta da mia sorella qualche tempo fa e penso al lavoro ben fatto e alla cosiddetta comfort zone di cui tanto spesso sento parlare.

Ho cominciato a scrivere questo testo di notte, ero arrabbiata e lo avevo scritto di getto. Lo termino di notte, dopo averci riflettuto qualche altro giorno perché talvolta conviene digerire bene le parole e fare in modo che non risultino indigeste a chi le scrive e a chi le legge.

Perché parliamo di Comfort zone?
Forse quando Dio creò il concetto di comfort zone noi eravamo tutti in coda alla cassa per comprarlo. Nel carrello avevamo già messo frasi motivazionali, luoghi comuni, dita dietro cui nasconderci, parole straniere da usare a caso.
Ciò che stavamo comprando però non era quello che potremmo tradurre in italiano con “zona di comodità”: quello che stavamo acquistando erano parole all’ingrosso da poter riempire con le nostre idee. Abbiamo comprato in questo modo anche il pensiero out of the box per convincerci di essere liberi pensatori fuori dagli schemi.
Quella scatola da cui saltar fuori però è la nostra stessa testa, spesso troppo chiusa per aprirsi agli altri, o anche solo per aprirsi a un modo di essere diverso da quello a cui siamo sempre stati abituati.

Che senso ha questo mio giro di valzer sulle parole straniere prese in prestito?
Ha senso nella misura in cui mi capita sempre più spesso di ascoltare il termine comfort zone, e altri termini simili, pronunciato in discorsi sul lavoro. In molti di questi discorsi i giovani, raggruppati in un unico pacchetto, sono descritti in modo denigratorio e le persone di una volta invece, quelle che qualche decennio fa pare trasportassero pietre sulla schiena per farsi strada nel mondo, sono fatte in un altro modo. Un modo migliore certamente.
In maniera sottintesa o meno, i giovani vengono fuori da questi discorsi con le ossa rotte. Ritenuti dei fannulloni che prendono scelte facili o hanno la “pappa pronta” perché non hanno dovuto studiare sulle tavole della legge ma si sono serviti di nuovi dispositivi tecnologici.
Si evince insomma che i “giovani moderni” non abbiano studiato nel modo corretto e non abbiano sudato quello che hanno ottenuto. Si evince, da questi discorsi, che hanno abusato della tecnologia per sfruttarne solo le scorciatoie.
In un recente articolo pubblicato qui su #lavorobenfatto Piero Vigutto ha scritto: “Questa è una storia di impegno, di studio e dedizione. Una storia bella, di quelle che ti fanno guardare i giovani in un altro modo, non come gli sfaccendati e maleducati che vengono dipinti da quei giornalisti che non si prendono neppure la briga di parlarci. Io credo che i giovani siano ben altro, credo che abbiano un’energia incredibile, che abbiano molto da raccontare e da insegnarci, e chi li chiama choosy sia vittima dei preconcetti che appartengono a chi non li capisce perché non ci sa parlare.”

Le opportunità di lavoro oggi scarseggiano in Italia e in molti casi si fa a gara per trovare la persona più sfruttabile.
Non accade sempre, ma la logica dominante pare questa: ne ha bisogno, accetterà qualsiasi condizione. E sfido un lavoratore assunto nelle tornate appena precedenti alla crisi occupazionale a scambiare il proprio contratto con uno di quelli “moderni”.

In una società in cui si sgomita per dimostrare sempre qualcosa a qualcuno, non si lotta sui grandi sistemi ma si punta il dito verso il basso, verso il nostro simile, a maggior ragione se se la passa peggio di noi. Si punta il dito sulla persona che a parer nostro è in una condizione di svantaggio perché non fa abbastanza per migliorare la propria vita.
Questa visione ha conseguenze nefaste sul modo di vedere il lavoro e chi ragiona per categorie perde di certo un tassello della storia perché forse non comprende che l’esperienza individuale di ciascuno non è inquadrabile in un dipinto dalle pennellate comuni a tutti gli altri.
Lo spiega bene l’articolo Non fate l’errore di credere di sapere cosa provino gli altri pubblicato su Internazionale.

Cosa ne sappiamo noi delle battaglie che ciascuno affronta? Cosa ne sappiamo di come potrebbe o dovrebbe risolverle? Cosa ne so io di quali turbe o paure attraversa chi mi passa accanto? Non ne so nulla e quindi preferisco tacere piuttosto che fornire un prontuario di soluzioni basato solo sulla mia esperienza.

Non è giusto, ad esempio, sentirsi migliori di un bambino che oggi studia servendosi del tablet. Semmai ci potremmo domandare se avrà il piacere di scrivere i suoi pensieri a penna su un diario. Ma anche se non lo farà, questo non lo renderà inferiore a prescindere perché saranno la sua esperienza e il suo pensiero a parlare per lui. Sarà la sua educazione, la sua sensibilità, le cose che avrà imparato dai genitori a farne la persona che sarà un giorno.

Su cosa basiamo dunque il nostro giudizio sugli altri in termini lavorativi e non solo? Sulla forza? Sulla debolezza? Sulla capacità di superare una paura o una malattia? Sui supporti attraverso cui le persone hanno studiato? Sui voti e sui riconoscimenti?
Tutto questo è profondamente sbagliato e lo è perché nessuno può dirsi migliore degli altri ed è difficile, se non impossibile, capire cosa si prova a vestire i panni altrui.

Dal passato abbiamo ereditato un presente in cui fare progetti è diventato una chimera, un presente in cui chi siede su una poltrona di privilegi ci resta seduto a vita. La progettualità dei giovani è ostacolata non dalla paura delle responsabilità (perché quella esisteva pure prima) ma dalla mancanza di supporto da parte delle persone e delle istituzioni. Dalla mancanza di supporto da parte di una società in cui è considerato normale fingere, in cui chi è riuscito a prendere al volo l’ultimo treno utile per trovare lavoro pensa di aver vinto la gara solo grazie alle proprie doti.

Nel lavoro, come in molti ambiti della vita, conta molto dove nasci, conta la famiglia in cui nasci. Il tuo punto di partenza è tutto, il resto lo fa l’impegno ma quello conta per una piccola percentuale che potrebbe fare la differenza.

Sul lavoro, e in ogni contesto, è giusto uscire dalla propria comfort zone, impegnarsi al massimo in ciò che si fa, superare gli ostacoli, essere temerari, tentare e riprovare. Quello che fai lo devi fare bene, soprattutto per te stesso e per la tua integrità.

Ma il balzo in avanti lo fa il singolo contro tutti o il singolo deve sentirsi libero di chiedere aiuto?
Immaginiamo che una persona stia scalando una montagna: in quella scalata avrebbe più bisogno di un calcio o di indicazioni sul percorso? Ha bisogno di chi gli indica la strada o di chi gliene suggerisce una sbagliata per vedere come se la cava?
Così accade anche sul lavoro: siamo di fronte a varie scelte e occasioni.
Non siamo in lotta contro il mondo e non dobbiamo avere paura di mostrarci deboli, ossessionati dall’idea che fuori c’è sempre un altro pronto a prendere il nostro posto in azienda, nella vita di una persona o in un gruppo. Proprio questo è il pensiero che sta ostacolando la nostra crescita! Non siamo necessari, ma non siamo nemmeno tutti sostituibili come un paio di calzini bucati.

Ogni volta che sento parlare di frasi motivazionali o di comfort zone e della percepita impossibilità delle persone di oltrepassare quella zona, sento prepotente in me la sconfort zone e cioè quello sconforto che mi coglie quando percepisco che si sta ragionando ancora in termini di lotta tra il più forte e il più debole.
Cosa c’è di sbagliato nel sentirsi deboli ogni tanto? Credo che nella vera debolezza (non quella ostentata) si nasconda una enorme forza.

Il mio caro amico Vincenzo Moretti, che non sbaglia mai con me quando cerca di farmi vedere le cose in modo diverso, mi ha scritto:
“Non lavorare pensando che il mondo funzioni, lavora pensando facendo bene quello che devi fare. Quello che non è nelle tue mani lascialo perdere e non lasciare che ti rovini la vita.
Non ti devi comportare bene perché hai qualcosa in cambio o perché gli altri si comportano bene.
Il tuo lavoro ben fatto sei tu. Il tuo senso sei tu, lo porti con te ogni giorno e in ogni momento.”

Qualche giorno fa, durante un evento dedicato al mondo IT e al lavoro del futuro, ho sentito pronunciare questa frase: “Se c’è una cosa che vorrei dire ai giovani è: non adattate la vostra vita al senso comune. Vi stiamo lasciando una società che ha molti difetti e di questo mi dispiace.

Ripenso a quelle parole e mi convinco sempre più che quel che diciamo debba avere un legame concreto con la realtà. I più giovani hanno bisogno che le generazioni precedenti ammettano le loro colpe, hanno bisogno che qualcuno dica loro “mi dispiace”. C’è poi bisogno che i giovani vengano spinti a non sentirsi inferiori ma, al contrario, a liberarsi del senso comune per scoprire molte più cose.

Cosa ci resta da fare adesso? Resta ciò che saremo in grado di pretendere da noi stessi, quello che conquisteremo in una società che spesso ci insegna ad allinearci al senso comune, che ci spinge a non sapere, a non informarci, a chiudere gli occhi.
Oggi più che mai possiamo abbandonare la nostra sconfort zone e lo sconforto di trovarci in un tempo per certi versi ostile. Dovremmo farlo per poter vivere una vita serena in cui lavorare bene e agire bene siano due facce di un credo sincero sul quale non ci servono riconoscimenti.

Per concludere, approdo alle parole di Stephen Hawking:

“I buchi neri non sono neri come li abbiamo dipinti. Non sono le prigioni eterne che un tempo pensavamo fossero. Si può uscire da un buco nero, anche verso un altro universo. Quindi se vi sentite intrappolati in un buco nero non mollate, c’è sempre una via di uscita”.

Hawking pronunciò queste parole durante una conferenza alla Royal Institution di Londra, dedicando un pensiero a chi soffre di depressione. Il suo poetico parallelismo tra la condizione umana e i buchi neri ci ricorda che dai nostri piccoli o grandi buchi neri (condizione lavorativa, preconcetti, sconforto, scarsa autostima) possiamo uscire tutti.

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Photo by Andrei Lazarev on Unsplash

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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L’articolo è pubblicato anche su lavorobenfatto.org


Copertina: Photo by José Fulgencio Orenes Martínez on Unsplash

 

A proposito della generazione dei Millennials consiglio un interessante articolo pubblicato dal Time: Millennials: The Me Me Me Generation

 

 

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