Parlare di valori, tutti ne siamo capaci. Ma quante maschere mettiamo tra il dire e il fare?

Sempre più spesso mi chiedo se durante gli eventi di settore in cui si parla tanto di potenziale umano e di persone da far crescere in azienda si rifletta su cosa poi portare a casa al termine di questi incontri oppure ci si limiti a raccogliere biglietti da visita, qualche contatto utile, penne con loghi o pieghevoli illustrati.
Spero che qualcuno porti con sé buone prassi – così si dice in gergo – ed esempi da mettere in pratica ogni giorno che in qualche modo rispecchino le parole dette o ascoltate.

Cosa ci si porta dietro, nei propri luoghi di lavoro, in termini di attenzione verso i collaboratori e di valorizzazione delle peculiarità di ognuno nel rispetto di ruoli, obiettivi di crescita e valore personale? Parto da questo esempio ma sono tante le circostanze in cui dire e fare sono distanti.

Non saprei misurare quanto delle cose dette durante i grandi eventi di settore poi corrisponda alla verità quotidiana, quella messa in campo quando ognuno di noi (manager o collaboratore che sia) è chiamato a confrontarsi con colleghi e membri del proprio team. Le belle suggestioni, al di là delle indicazioni tecniche su come guidare l’azienda, corrispondono davvero a quello che avviene ogni giorno?

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Photo by Tom Sodoge on Unsplash

La coerenza è un concetto tanto semplice quando anacronistico e superato in tempi in cui quasi tutto si fa per interesse e seguendo l’antico principio del do ut des.
Questo avviene un po’ perché non si può vivere d’aria e le professioni legate al lavoro e al potenziale delle persone sono tante, un po’ perché sempre più spesso il fine ultimo di tante occasioni di incontro è il tornaconto delle tasche, la possibilità di avere gli “agganci giusti”, sviluppare un network d’interesse che domani possa fruttare. Non vale solo per il lavoro e non c’è nulla di sbagliato in questo, talvolta però mi chiedo se esista ancora qualcosa che facciamo per pura e genuina passione, qualcosa che non sia monetizzabile o da cui si ricavi soddisfazione, scambi accrescitivi ma in senso personale. Scambi in cui alla fine si possa dire “ho imparato questo” piuttosto che “ho ottenuto questo”.

Tornando all’esempio degli eventi e dei grandi proclami e partendo dalle tematiche professionali, se parli di valore delle persone poi devi essere anche in grado di dare valore e lustro a ciò che le persone sanno fare in ogni situazione. Se sei un manager il tuo compito è guidare il tuo team ma anche avere a cuore la sua crescita, lo sviluppo dei singoli in termini formativi e, perché no, anche in termini di avanzamento e di sviluppo di carriera. Devi saper riconoscere quel che sanno fare e comunicarlo, al momento opportuno, agli altri colleghi e ai manager anche se questo significa mettere da parte per pochi istanti il tuo protagonismo.
Se sei un collaboratore e fai parte di un team più ampio dovresti, secondo me, riconoscere il merito dei tuoi pari e dei tuoi capi ma anche osare chiedere di più, chiedere di crescere o di dedicare più tempo ad attività che potrebbero funzionare meglio di altre.

Torno a domandarmi allora quale distanza esista tra il dire e il fare, che differenza ci sia tra le parole altisonanti o emozionanti di uno speech (forma d’espressione ormai di gran moda) e quello che torni a fare il giorno successivo seduto al calduccio, protetto dallo schermo del PC e dal tuo ruolo che resta immobile in organigramma e guai a toccarlo.
Mi chiedo come ti comporti con le persone appena qualche istante dopo aver espresso parole di accoglienza e comprensione verso il prossimo. Mi chiedo cosa tu faccia appena dopo aver parlato di amicizia, rispetto, empatia, valori positivi. Quanto di quello che diciamo segue le regole e le logiche dell’apparire e quando invece ci crediamo sul serio?

Quante tra le persone che si dicono sensibili alle tematiche “umanistiche” in ambito aziendale, ad esempio, poi sono altrettanto attente anche una volta varcata la soglia della plenaria di un evento? Quante tra le persone che parlano di grandi opere e cambiamenti del paese, poi sono attenti solo al numero di consensi ricevuti? E questo vale in politica, nelle aziende, nella Chiesa e, senza andare troppo in alto, anche nelle nostre frequentazioni quotidiane e nelle amicizie.
Quante volte vi capita di sentire chi sottolinea con orgoglio di non avere problemi con nessuno e lo dice proprio mentre sta parlando male di qualcuno?

Siamo circondati di parole e racconti che ci invitano e ci spingono a riscoprire il nostro lato umano, aggettivo tanto distorto, dando per scontato che quel lato umano positivo lo abbiamo già perso quasi tutti. Il fantomatico storytelling, mille volte decantato e il cui fantasma aleggia sulle nostre teste da qualche tempo, non ci ha insegnato la cosa più importante: e cioè che dobbiamo saper raccontare – è vero – ma non fandonie. Dobbiamo essere innanzitutto in grado di raccontare la realtà, chi siamo, in cosa crediamo davvero. E non ho paura di usare il verbo “dovere” perché dovremmo, appunto, sentirci tutti in obbligo di esprimere quel che siamo senza lenti spesse e appannate, senza seguire questo o quell’altro obiettivo economico o di ruolo, senza farci trascinare da questa o da quell’altra corrente di pensiero lasciando che il moto degli eventi ci faccia spostare in preda al vento senza riuscire a prendere il comando del nostro spostamento.

Fate una prova: fermatevi a pensare a voi stessi e alle persone con cui ogni giorno interagite. Di quali valori e atteggiamenti vi fate e si fanno promotori e cosa poi di quello che dite o che dicono si trasforma in atto pratico? Forse a questa differenza non facciamo più caso perché ci siamo assuefatti all’idea che le parole non debbano necessariamente coincidere con l’essenza. Le parole sono divenute un duttile orpello, come una bella spilla o un trucco ben fatto. Sono qualcosa che poggiamo su di noi ma che non penetra fino in fondo in quel che siamo e non lascia trapelare di noi le profondità nascoste oltre gli involucri.

Valorizzare le persone è importantissimo – dirà qualcuno – ma il giorno successivo quel qualcuno sarà pronto a fare del suo meglio per valorizzare gli altri in ogni circostanza, dirà “Tizio è bravo in questo, Caio mi ha fatto scoprire questa cosa che non sapevo”?
I valori di cui ci facciamo promotori servono solo a dare di noi un’immagine attraverso cui ci sforziamo di apparire migliori ma che non corrisponde alla nostra essenza?

Mi viene da pensare che sia più apprezzabile chi non farcisce di mille salse i propri discorsi ma dimostra ciò che pensa oppure chi, di contro, pensa male e agisce male ma parla pure male. E in quel caso è coerente nel senso negativo ma pur sempre di coerenza si tratta, cioè di quella trasparenza che ti mostra le persone con qualche filtro in meno e ti restituisce la libertà di decidere se allontanarle o avvicinarle, se ti rispecchiano oppure no. Quanti più filtri aggiungiamo a noi stessi, tanto più diventa difficile capire fino in fondo chi siamo e chi abbiamo di fronte.

Tra le parole dette e le parole agite a volte esiste un abisso incolmabile perché siamo presi da noi stessi e dal piccolo spazio che ci circonda. Perché quasi sempre pensiamo prima ai nostri privilegi, perché crediamo che le persone che abbiamo accanto possano rubarci qualcosa che ci appartiene o che crediamo spetti solo a noi.

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Photo by Anton Shakirov on Unsplash

Tra le parole dette e le parole agite esiste spesso un abisso, ma forse ci siamo talmente assuefatti a questo abisso da credere che il burrone non esista. Stiamo imparando a considerare normale una società in cui il furbo è colui che finge di essere in un modo e in realtà non crede a una parola di ciò che dice. Ci stiamo abituando a vendere un’immagine di noi per risultare desiderabili e apprezzabili.
Ci stiamo abituando a ricoprire mille ruoli, a vestire molte facce a seconda di ciò che avremmo da guadagnare se usassimo alcune parole al posto di altre.

Viviamo di apparenza? Certo che sì, e da molto tempo ormai per la maggior parte delle persone sicuramente è così. Ma non per tutti, ed è su quella famosa eccezione che conferma la regola che possiamo lavorare. Perché chi ha già accettato che il mondo sia così, non cambia più strada.
Chi ha già accettato, continua a spingersi verso il fondo del burrone e pensa che bastino le parole a convincere e a convincersi.

Che distanza esiste tra ciò che siamo e quel che sosteniamo di essere?
Tra dire e fare esiste la distanza che creiamo, anche quando fingiamo che non ci sia.

L’assuefazione seppellisce le nostre vere parole, così sopite da non sentirle più. Ci convinciamo che apparire sia la strada per ottenere stima, clienti, sostenitori, amici, favori, affetto, amore. Una volta ottenuta la ricompensa, ci convinciamo che riuscire a vestire più facce sia auspicabile oltre che giusto e figlio dei tempi, finché non distinguiamo più quali e quante facce abbiamo. Finché non le sovrapponiamo tanto da illuderci che siano una sola.

Mi viene in mente Tracy Chapman quando in Telling stories canta:
There is fiction in the space between the lines on your page of memories
write it down but it doesn’t mean you’re not just telling stories
There is fiction in the space between you and reality
you will do and say anything to make your everyday life seem less mundane
There is fiction in the space between you and me
a fabrication of a grand scheme

C’è finzione nello spazio tra te e me – dice la Chapman – il fine giustifica i mezzi, le parole e i valori che vanno di moda e che non conviene applicare nella realtà.

In passato pensavo che parlare in un modo e agire in un altro fosse una piccola caratteristica umana a cui non dare troppo peso. Oggi invece penso che sia inutile vivere fingendo, perché ogni finzione presenta il conto e il trucco sulla faccia si scioglie anche quando non fai altro che ripassarci su nuovi strati per renderlo fresco.
Dunque ho immaginato quanto sarebbe stato appagante far corrispondere alle parole le azioni, o almeno sforzarsi di continuare in questa direzione con tutti gli ostacoli che il tragitto comporta.
Ho scoperto quanto sia appagante ringraziare e dare importanza a quello che impariamo dagli altri e a ciò che loro ci suggeriscono. Non perdo occasione per dire o scrivere ai colleghi o alle persone che ho accanto la mia stima per ciò che sanno fare bene. E non lo faccio solo in privato ma anche di fronte ad altre persone che possano così sapere chi ha fatto cosa. Se qualcuno mi aiuta a svolgere un compito, non perdo occasione per specificare chi e in che modo mi ha aiutato contribuendo al risultato.

Per me il mondo ideale sarebbe fatto proprio così, popolato di persone che non copia-incollano su di sé vite e idee degli altri ma vivono la propria in armonia, sapendo che i meriti degli altri appartengono agli altri, sapendo che se vuoi essere devi cominciare a dire meno e meglio e ad agire di più e in sintonia con quel che vai dicendo o scrivendo in giro.

Credo che non sia difficile rendersi conto di quanto le nostre parole possano essere scollate da quel che siamo.

La differenza quindi esiste eccome, ma riusciamo a vederla solo finché non perdiamo noi stessi per inseguire l’immagine che abbiamo appiccicato con cura e colla sui contorni dei nostri volti. Per vedere lo scollamento poi basta un attimo, per capacitarsene serve un po’ più di tempo, consapevolezza, scelta convinta del modo in cui vogliamo esistere.

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Photo by Daiga Ellaby on Unsplash

 

Se ridi ti si chiudono gli occhi
Ai dittatori infatti piace scherzare
Di notte ogni macchina è uguale
La muffa può sembrare caviale

Amico, amico caro guarda più in alto
Dalle formiche hai imparato solo a metterti in fila
Molliche come sempre per cena
La regina ci nasconde qualcosa

Il sogno di un uomo che tende la mano
La speranza reale di una sveglia collettiva
Oggi non vale più
Oggi non basta più

Vita che passi
Vita che ti passo accanto
Unico grande spettacolo senza una prova
Si danna per cambiare la trama
Sicuro non si cambia il finale
Ma le grandi rivoluzioni fanno molta paura

(Non vale più, Niccolò Fabi)

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Tom Sodoge on Unsplash

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