Il miraggio della tecnologia consapevole

Sul nostro rapporto con la tecnologia e su quel che ci attende di qui a qualche anno Vincenzo Moretti, nel suo blog #lavorobenfatto, ha posto un interrogativo difficile che ha spiegato nell’articolo 2984.
Vincenzo scrive: “So che solo un sano e consapevole utilizzo delle tecnologie ci può salvare dal grande fratello, so anche che non è questione di disintossicarsi, per me quello non basta, per me si tratta di ridefinire il paradigma tra l’uomo e la tecnologia e di rimettere al centro l’uomo e la sua capacità di pensare. Detto questo, non ho idea di come fare e, cosa per me ancora più grave, comincio a dubitare anche del perché farlo.”

In due abbiamo partecipato a questa discussione che, ne sono certa, meriterebbe tutta la nostra attenzione. Se non altro per cercare di comprendere quale futuro ci attende e quale rapporto abbiamo o intendiamo sviluppare con la tecnologia, variabile costante nelle nostre vite.
Ho provato a ragionarci su e questo e ciò che ne è venuto fuori.

Trovare una risposta agli interrogativi sul futuro della tecnologia è un’impresa titanica perché significa in parte rinunciare a qualche nostra certezza, arrenderci all’idea che i cambiamenti che vivremo saranno cruciali e che rivoluzioneranno la nostra vita in modi che non vogliamo immaginare.
Ma devo dirti la verità: a me alcuni utilizzi delle tecnologia fanno paura già adesso, prima ancora che la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale siano pienamente nelle nostre mani e sottoposte a usi e stravolgimenti.
La realtà è plasmata da noi, di qualsiasi realtà si tratti. Dunque le tecnologie del futuro per me hanno uguale probabilità di essere ben utilizzate o di rivelarsi un disastro. Dipende in gran parte da noi.

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Photo by Monica Silva on Unsplash

Oggi si parla di mondo connesso in continuazione, come se il mondo connesso sia di fatto un modo di vivere al quale non possiamo più rinunciare, nel quale siamo immersi e che ci riempie di così tanti stimoli da farci pensare che forse molto presto questa mole di stimoli non sarà abbastanza per noi. Ne vorremo altri, ne vorremo di nuovi e ne vorremo sempre di più.
Quindi mi chiedo: la tecnologia può essere consapevole? Io dico di no: la tecnologia, come ben sappiamo, è uno strumento e siamo noi a scegliere in che modo usarla.
Spesso ne facciamo un uso inconsapevole e altre volte riusciamo a mediare tra i nostri bisogni imposti e la razionalità. Ma in fondo ci sarebbe molto da dire anche sull’aggettivo “consapevole”.

Dovremmo partire chiedendoci: chi decide cosa sia “consapevole”? Chi conosce fino in fondo il significato di questa parola?
Per me dipende tutto dall’uso che si fa della tecnologia. Molti la utilizzano per ottenere attenzioni, ad esempio. Per questo scopo ogni mezzo è considerato potenzialmente lecito ma è difficile che ci si interroghi sull’immagine di sé che si fornisce nella rincorsa al soddisfacimento di quelle attenzioni. Ciò del resto avveniva già in tempi non sospetti, prima dell’avvento del mondo iper-connesso.
La differenza è che oggi abbiamo molti più strumenti e molti più ambienti digitali nei quali esprimere la nostra presenza, in modi che fino a qualche anno fa ci erano ignoti.
Se vogliamo esprimere le nostre competenze, scriveremo qualcosa in merito o mostreremo i nostri luoghi di lavoro. Se vogliamo mostrare dove ci troviamo e con chi, ci basterà un tag e una foto da postare sui social.
Di molte cose che facciamo o diciamo ci ripetiamo: in fondo non faccio nulla di male. Ed è vero: magari non facciamo nulla di male agli altri, nulla di male nell’immediato, ma non sempre siamo consapevoli dell’immagine di noi che diamo in mano agli algoritmi e ai fruitori dei contenuti. Al di là della spettacolarizzazione e della condivisione bulimica della vita privata, credo che nessun comportamento sia oggettivamente giudicabile.

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Photo by Franki Chamaki on Unsplash

Il tema dell’esposizione in pubblica piazza è solo un piccolo tassello del puzzle, ma sicuramente riguarda una fetta di quei mutamenti verso cui la tecnologia pian piano ci conduce.
Per noi è diventato normale, se non addirittura dovuto, entrare nelle case degli altri attraverso internet. Forse domani sarà facile entrare nella nostra stessa vita per mezzo di strumenti che ci consentiranno di percepire il mondo in modo nuovo.

La tecnologia non è etichettabile come oggettivamente bella o brutta, e anche i nostri comportamenti nei suoi confronti non sono nettamente buoni o cattivi. Possiamo dare interpretazioni personali, consci del fatto che possano essere sbagliate.

Cosa penseremmo se domani il nostro presente fosse racchiuso tutto in un’app e l’ambiente che ci circonda passasse solo dagli impulsi di un marchingegno tecnologico?

Anche qui torniamo al concetto di giudizio, sempre sbagliato e sempre inutile se il nostro intento è capire verso quale direzione la tecnologia ci condurrà e se saremo in grado di guidarla anziché subirla.
E allora la risposta termina con quel punto interrogativo che per noi è diventato così difficile da accettare. Non sappiamo cosa avverrà e se lo immaginiamo, scacciamo via da noi quel pensiero.
Quindi non ho risposte concrete su come leggere questo processo evolutivo, ma so quello che il mondo digitale mi ha donato da quando ho cominciato a usarlo come un’opportunità per migliorarmi e capire gli altri.

La nostra risposta arriva se ci fermiamo a ragionare davanti ai punti interrogativi senza voltare lo sguardo. Pensiamo che il domani potrà solo peggiorare la nostra condizione di uomini digitali o finalmente prenderemo in mano gli strumenti per farne qualcosa di utile e di bello che migliori la nostra vita?
E la nostra vita, attenzione, non la miglioriamo solo facendo conoscere a tutti cosa abbiamo mangiato a pranzo o dove siamo stati in vacanza ad agosto illudendoci di diventare, così, un po’ più felici di qualche minuto prima della condivisione.
Non la miglioriamo dando adito alle storture del mondo parlandone in continuazione sperando che cambino.
La vita la miglioriamo se mettiamo al centro il bello. Il bello inteso come ciò che dà alle giornate un buon profumo, ciò che assegna ai nostri luoghi un ricordo e ai nostri cari una storia da narrare.

Qualche giorno fa una persona cara molto in avanti con gli anni ha chiesto di ricevere in dono un bambolotto. Questo è un gesto che, di solito, passa inosservato: il giorno dopo ce ne siamo già dimenticati e continuiamo a infarcire le nostre vite di pareri discordanti, attriti. E invece perché non vivere di racconti positivi? Perché non raccontare un episodio del genere a chi ci sta accanto? Perché non farlo diventare un modo per riflettere sulla nostra strada, sul fatto che prima o poi ritorneremo bambini?
Non la reputo una riflessione triste: come ribadisce Vincenzo Moretti, noi siamo umani perché moriamo e perché sbagliamo.

Ecco, il futuro della tecnologia che ci attende per me è come la morte: è una cosa certa ma spetta a noi raccontarla e viverla come un passaggio anziché esserne costantemente terrificati.
Chi sono? Che vita voglio vivere? Che vita vivrò da qui a vent’anni? Ci sarò ancora? Cosa rappresenta per me la tecnologia? A che scopo la uso? 

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Photo by JESHOOTS.COM on Unsplash

 

Da queste domande potrebbe partire il processo in cui siamo noi a plasmare l’ambiente perché abbiamo deciso di prendere le redini. Il che non significa guardare solo nella direzione che vogliamo ma fare uno uso nostro dei mezzi che adoperiamo.
La piramide di Maslow si è rovesciata da parecchi anni ed è persino anacronistico ripeterlo. La tecnologia corre più veloce del nostro pensiero.

In una bellissima intervista sul ruolo del marketing, Paolo Iabichino dice parole interessanti:

“Ci vuole una motivazione vera, che non è quella di diventare ricco e famoso, ma è quella di provare a cambiare le cose, provare a migliorare la vita delle persone, così come provare a migliorare il mondo in cui abitiamo. Chi troverà anche questo tipo di spinta, allora è sulla buona strada per un buon modo di fare marketing.

Altrimenti questa persona diventerà un bravissimo tecnico, un impiegato della comunicazione. Un impiegato del marketing. Cosa che può assolutamente andare bene, in realtà…

Senza grandi interrogativi, questa persona magari riuscirà pure ad andare a lavorare per la multinazionale iper blasonata, esattamente come una dignitosissima impiegata può raggiungere lo sportello delle poste o un dignitosissimo custode il suo posto da bidello. Anzi, paradossalmente queste persone avranno molte più possibilità di cambiare il mondo di chi passerà la vita a compilare PowerPoint ed Excel, senza veramente interrogarsi su cosa stia realmente facendo per migliorare, anche di poco, il metro quadro di mondo che gli è stato dato in sorte.

 

Nessuno ci ha insegnato come affrontare la tecnologia e tutte le implicazioni che da essa derivano. Sta tutto nella nostra testa e nel nostro libero arbitrio.

Quando penso al mio futuro la cosa che mi spaventa di più è quello che riuscirò a lasciare a chi verrà dopo. Mi chiedo se un giorno saprò educare i miei figli a usare ogni mezzo come estensione della mente.
Spero che la tecnologia aiuti le generazioni che verranno a trovare lo slancio per scoprire l’umanità. Quella vera, non solo quella che ci raccontano a parole.

Voglio immaginare un futuro in cui le persone domineranno la tecnologia senza esserne dominate.

Nelle ultime settimane, mentre terminavo questo testo, mi sono capitati sotto gli occhi due articoli che sembrava volessero parlarmi.
Ecco alcuni passaggi.

[…] Dovremmo imparare a essere più aperti, curiosi e sì, anche ottimisti (insomma: dovremmo imparare a guardare allegramente un po’ al di là del nostro naso) per affinare le nostre percezioni e renderle più acute. Dovremmo combattere i pregiudizi, perché distorcendo le nostre percezioni distorcono anche la nostra comprensione del mondo.

[…] Alzate gli occhi dallo schermo, guardatevi attorno lentamente e notate che massa di dati lo sguardo trasmette alla vostra mente, e come la vostra mente riconosce, considera, cataloga, connette.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON CI RIESCE. Sentite la superficie che state toccando con le vostre mani, la sensazione che vi trasmettono gli abiti che indossate, e tutte le altre informazioni che arrivano dai vostri sensi: suoni, sapori, odori… riconosceteli e  mettete tutto assieme. State facendo qualcosa che nessuna intelligenza artificiale, neanche la più sofisticata, è oggi in grado di fare. Dopotutto, è questa fragile, mutevole, fallace capacità di percepire a renderci, prima ancora che umani, vivi.

(dall’articolo di Annamaria Testa: Percezioni diverse: gli universi paralleli che costruiamo dentro di noi)

 

 

L’importanza di essere disconnessi 
«La tecnologia è una cosa fantastica. Ha sempre avuto un potere rivoluzionario e non mi ha mai fatto paura…oggi più che mai però è importante non avere timori reverenziali nei confronti della tecnologia. Conviene restare umani, custodire la riservatezza, preservare degli spazi di “non connessione”. Servono per stare con noi stessi e con gli altri, per parlare davvero con amici e parenti, per passeggiare in un bosco. Un’altra priorità che dobbiamo darci è quella di farci custodi della natura, del creato e di tutto ciò che di bello hanno fatto le persone che hanno abitato questo pianeta prima di noi».

(dall’articolo: La visione di Brunello Cucinelli: «Non temete il futuro, siate per bene e passeggiate nei boschi»)

 

La tecnologia non ci rende impreparati al futuro. Sta a noi alzare lo sguardo e decidere la vita che vogliamo senza lasciare che siano altri (persone, strumenti, tecnologie) a decidere per noi.

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Photo by louis tricot on Unsplash

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by JESHOOTS.COM on Unsplash

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