Quello che imparo è sempre di più di ciò che riesco a insegnare – Intervista a Vincenzo Moretti

Vincenzo Moretti è tante persone in una: sociologo, narratore, scrittore, blogger.
Vincenzo Moretti, oltre ad essere tutte queste cose, è un amico, ma uno di quelli che la vita ti pone sulla strada senza costrizioni e senza fini se non per il piacere dello scambio, della scoperta reciproca, di una conoscenza che porti valore alla vita. Quella stessa vita che, senza il nostro valore umano, davvero non avrebbe alcun senso.
Su Frasivolanti ho scritto tanto di Vincenzo: ho partecipato alla sua notte del lavoro narrato 2018, ho raccontato la presentazione del suo libro a Bari, ho raccolto le emozioni del fine settimana passato insieme tra i vicoli antichi della mia città e i ricordi del baccalà fritto, ho scavato nelle suggestioni provocate dal gesto di regalare il suo libro alle persone care.
Ho pensato quindi che i tempi fossero maturi anche per un’intervista, con domande e risposte che si susseguono concatenandosi alle nostre esperienze passate e a quelle vissute insieme negli ultimi mesi. 
Senza farlo di proposito, le domande che ho scritto per Vincenzo Moretti sono 9, esattamente come il numero di mesi trascorsi dalla nostra prima chiacchierata telefonica, quando lui mi parlò di lavoro narrato mentre io passeggiavo costeggiando il mare della mia città. Mi piace quindi considerare questa intervista come il parto della nostra amicizia, perché avviene a 9 mesi di distanza dal primo incontro e perché avvia tutto ciò che verrà dopo: la crescita, la consapevolezza, la maturità di un incrocio di intenti e visioni che riescono sempre a ritrovarsi a metà strada su tanti argomenti.
Da aprile 2018 ad oggi è passata molta acqua sotto i nostri rispettivi ponti e le nostre due strade si sono incrociate tante di quelle volte da aver perso il conto delle chiacchierate condivise. Il conto lo perdi quando gli intrecci non seguono calcoli matematici: per fortuna però la matematica interiore scandisce ogni cosa che facciamo, come è avvenuto in questo caso quando ho stilato la lista delle curiosità che avrei chiesto a Vincenzo.

Questo dunque è il parto della nostra amicizia, e segna la nascita del cammino che ci aspetta da qui in poi. 

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Frase tratta dal libro Novelle Artigiane



1) “Ma voi lo sapete che nella pizza avvengono circa trecento micro-processi di scomposizione delle proteine, dei malti, degli amidi? Che il tempo di maturazione dipende anche dalla farina che si usa? E che quando uno di noi impasta si forma la maglia glutinica che quanto più è proteica più ha bisogno di tempo per maturare?” (brano tratto dal tuo libro Novelle Artigiane)
Il cibo è tuo compagno e amico, spesso presente nei racconti del passato come legame con le persone care e spesso anche condimento immancabile delle storie attuali. Il cibo sembra prenderti per mano, ti guida e ti inebria allo stesso tempo. È come se ti mostrasse la strada mentre cerca di annebbiarti la vista, un elemento decisivo proprio perché per un attimo ti fa perdere l’equilibrio.
Che ruolo riveste il cibo nella tua vita e come lo leghi alle storie di lavoro che racconti? In che modo il cibo può essere metafora di un lavoro fatto come si deve? 

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Vincenzo Moretti e il suo adorato baccalà

< Cara Laura, mi hai stanato. Confesso di essere un seguace di Manuel Vázquez Montalbán, della serie “nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia”. Purtroppo più passano gli anni e più la mia militanza diventa di testa più che di pancia: e mo’ le ginocchia che scricchiolano e mo’ la pressione che sale, e mo’ i diverticoli che non si fanno i fatti loro e addio alle armi, o anche, se vogliamo rimanere in tema, la frittata è fatta.

Detto ciò, aggiungo che in realtà quello che mi manca davvero non è il cibo ma lo stare a tavola, il senso della famiglia e dello stare insieme. Perché sì, amica mia, il fatto che quando la sera alle 18 tornava mio padre dal lavoro bisognava mettersi a tavola senza eccezione alcuna, anche se tu avevi mangiato alle 16:30 perché eri uscito da scuola alle 14.50 a Fuorigrotta ed eri arrivato a casa a Secondigliano a quell’ora. C’era un valore simbolico, affettivo ed educativo molto forte. E poi il pranzo della Domenica, che arrivava dopo una settimana in cui avevi mangiato finto ragù, finta genovese, finto brodo di carne. Che meraviglia!
Visto che mi hai “provocato” con Novelle Artigiane ti rispondo con Novelle Artigiane: “All’una e mezza in punto la voce della signora Maria, la moglie di don Gaetano, ci avvertiva che la pasta era in tavola. Tonino, dico la pasta per modo di dire, perché mangiare a casa Sorrentino la domenica voleva dire maccheroni al ragù, tracchie o polpette, carne arrostita, carciofi fritti, insalata, frutta mista, ’o spasso, perché senza le arachidi tostate non sarebbe stata domenica e per finire le sfogliatelle ricce e frolle di Sacra, la pasticceria più rinomata del quartiere”.

La tavola, il cibo, il lavoro, i mestieri legati alla tavola, il senso del lavoro ben fatto che puoi trovare preparando una tazza di caffè o un piatto di pasta e fagioli, è tutto legato. Sta tutto assieme. >

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2) La famiglia è un altro punto cardine della tua scrittura, è la base per ogni storia e condimento della vita. La famiglia rappresenta sia le fondamenta da cui si parte sia la costruzione che si mette in piedi con l’esperienza, con la nascita dei figli, con le relazioni, con le amicizie che diventano forti e preziose quasi quanto i legami di sangue. Famiglia, relazioni di sangue e rapporti viscerali con le persone sono presenti nella tua vita e sono raccontati in una maniera semplice ed essenziale. Eppure nella semplicità si esprime spesso la complessità delle cose e la loro essenza quotidiana.
In quali scelte personali e lavorative la famiglia è stata fondamentale per te per capire e scegliere la via? Cosa ti ha insegnato la tua famiglia a proposito del lavoro? 

< Eh, qua non basta un’intervista. Ci vorrebbe un libro.

Potremmo cominciare da mio padre che, quando avevo 10-11 anni, una sera mi spiegò la differenza tra il lavoro preso di faccia, quello fatto con impegno, dedizione, passione, e il lavoro fatto – espressione sua – ‘a meglio, ‘a meglio, cioè il lavoro di chi è preoccupato soprattutto di far passare la giornata e di ritirare la paga alla fine del mese. Ma potremmo cominciare anche da mia madre che qualche anno fa, strappando un ricordo ai giorni tristi della malattia e del dolore, ci raccontò che da bambina, insieme alla sua amica Irene, faceva 8 chilometri la mattina a piedi e altrettanti la sera per andare a lavorare nei campi, raccogliere pomodori e scavare patate. “Una volta il padrone ci regalò un cocomero ciascuna”, ci raccontò in un pomeriggio di agosto, “e noi ci arrotolammo un panno in testa e ce lo portammo felici a casa”.

I miei genitori mi hanno insegnato che il lavoro vale. Puoi mangiare il falso ragù e puoi portare i pantaloni con le pezze non perché va di moda ma perché non hai i soldi per comprarteli nuovi: “basta che vai pulito”- diceva mia madre -, “basta che lavori” – diceva mio padre. >

3) Un altro motivo ricorrente per te è la figura del maestro. In Novelle Artigiane racconti di Mastro Giuseppe e ne delinei un ritratto in cui ho rivisto le sembianze di un nonno, di un padre, di un amico, di un consigliere e di un saggio. Il maestro può assumere tanti volti contemporaneamente, a volte può essere così saggio da diventare quasi evanescente e onnipresente come una guida spirituale.
Chi è per te il buon maestro e cosa rappresenta nella tua vita questa figura? Ti senti di poter dire di essere maestro o discente?

< No, qui il libro non basta, ci vuole l’enciclopedia. E allora ti dico soltanto una cosa: più mi faccio vecchio e più cerco di imparare da ogni cosa che incontro. Da un pensiero, uno sguardo, un libro, il colore di una foglia, il rumore del vento.

Anche quando gli altri mi percepiscono come un maestro – capitano cose strane nella vita e poi, come sai, sono una persona molto fortunata – in realtà sono allievo, lo dico ogni anno anche agli studenti: alla fine quello che imparo è sempre di più di quello che riesco a insegnare. Sempre. >

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dal video Michele Croccia e Vincenzo Moretti per la Notte del Lavoro Narrato

4) Coltivi da tempo la passione per la scrittura e vai alla ricerca di storie di lavoro ben fatto. Il tuo obiettivo è raccontare un’Italia che lavora e che riscopre la bellezza e la convenienza di lavorare bene, di lavorare nel modo corretto perché così si fa.
Se tu potessi cambiare le cose ma avessi a disposizione solo un mese, cosa faresti in quel mese? 

< Qui la domanda è bizzarra, o almeno io la trovo bizzarra. Mi viene da risponderti che cambierei le cose. Se devo aggiungere ancora un pensiero ti dico che passerei quel mese a parlare della bellezza di fare bene le cose con le bambine e i bambini da 2 a 6 anni. >

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immagine tratta dal post L’Italia che ci piace

5) Il Manifesto del lavoro ben fatto è la raccolta dei principi in cui credi e delle linee guida per rimarcare il concetto che lavorare bene conviene perché ci restituisce dignità e senso. Nei primi due principi del Manifesto affermi che:
“Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.
Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.”

Qual è per te il senso del lavoro? Dove tieni tu la testa e il cuore quando fai le cose? 

< Per me il lavoro è comunità, possibilità, dignità, realizzazione personale, passione. Testa, mani e cuore li tengo su quello che faccio. Per me esiste un solo modo di fare qualunque cosa: farla come se in quella cosa tu volessi essere il numero uno al mondo. Naturalmente sto parlando dell’approccio e non del risultato, mi spiego con un esempio che mi viene naturale. Quando ho scritto le mie Novelle Artigiane le ho scritte come se volessi scrivere il più bel romanzo che sia mai stato scritto al mondo. Non conosco un altro modo di scrivere.
Dopodiché, una volta che l’ho scritta, può essere che su una comunità di 10 milioni di scrittori io sia il penultimo. Ma questo riguarda il risultato, riguarda quello che io sono, quello che so e che so fare come scrittore a questo punto della mia vita. E per me questo approccio vale anche se costruisco un ponte, se faccio un mobile, se cucino i ceci con la pasta. >

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6) Inclusione: è questa la parola che mi ricorda il tuo modo di fare, l’apertura che sempre mostri nei confronti delle persone che vogliono partecipare alle discussioni sul tuo blog #lavorobenfatto. Non a caso un altro dei principi del Manifesto è: “Cogliere e moltiplicare le opportunità è lavoro ben fatto”.
Che valore ha per te l’ascolto e la capacità (forse innata?) di tendere l’orecchio ed essere attenti a quello che gli altri hanno da insegnarci e da raccontarci? 

< L’ispiratore dell’articolo che citi è Sun Tzu, il senso pratico me l’ha ricordato un amico scienziato durante la mia esperienza al Riken, in Giappone, quando mi ha detto che 2 teste sono meglio di una, 4 sono meglio di 2, 8 meglio di 4 e così via, fino all’infinito e oltre. In questo senso credo che la parola giusta più che Inclusione sia Partecipazione, perché per far crescere una comunità come quella del lavoro ben fatto è fondamentale che siano in tanti a partecipare.
Il valore aggiunto che avete portato e state portando tu, Simone Bigongiari, Giuseppe Jepis Rivello, solo per fare qualche esempio, è inestimabile. >

 

7) Nel Manifesto del lavoro ben fatto c’è un principio che ci invoglia a far bene le cose non tanto per primeggiare ma per migliorare noi stessi.
“Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.”

Cercare di essere migliore è un obiettivo ben diverso dal cercare di essere IL migliore. Una differenza sottile ma netta. Se ci pensiamo, la nostra indole potrebbe portarci a non allargare mai lo sguardo nella convinzione che gli altri non abbiano nulla da insegnarci. Potremmo essere tentati di raggiungere i nostri obiettivi mettendo completamente in ombra gli altri pur di primeggiare, ma tra essere migliore in quel che faccio e primeggiare ne passa di acqua in mezzo! Quindi questo principio mi ha ricordato quanto sia essenziale cercare di migliorarsi.
Tu sei riuscito a sviluppare e a mantenere un approccio che ti portasse a fare sempre meglio?

< Non so se ci sono riuscito, probabilmente a volte sì e a volte no. Però come dice l’Oracolo in Matrix Revolutions ci ho creduto, l’ho fatto diventare uno dei principi guida della mia esistenza. Aggiungerei che più passa il tempo e più preferisco la libertà al potere, e credo che se vuoi una vita di libertà non è importante primeggiare. A volte ti può far piacere, può soddisfare la tua vanità, ma non è importante. Vale molto di più quello che sei, quello che dai, quello che ti prendi. L’esempio giusto – per me – è quello degli Jedi. >

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8) “Lavoro ben fatto è mettere sempre una parte di te in quello che fai.”
Quale parte di te metti in ciò che fai?

< Metto tutto. Tutto tutto. Altrimenti non mi viene bene e non mi diverto. >

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9) Di te stesso dici “Desidero quello che ho e penso che bellezza, cultura e lavoro ben fatto possano aiutarci a cambiare il mondo.”
Ogni tanto ti capita di desiderare anche quello che non hai? Cosa si prova a desiderare davvero quello che abbiamo e a farne fruttare il valore in termini di crescita e di relazioni positive? 

< Sì, sì, ogni tanto mi piacerebbe tenere – come dicevamo a Secondigliano da ragazzi – una cosa di soldi. Però mi piacerebbe tenerla per essere più libero, e questo secondo me suggerisce qualcosa di significativo.
Per il resto sono più di 30 anni che racconto che è più importante usare le cose che averle, che zio Paperino è più felice di zio Paperone, che sono l’uomo più ricco del mondo perché ho un sacco di persone a cui voglio bene e che mi vogliono bene. L’ho pensato sempre, poi però il mio amico prof. Salvatore Veca in un libro particolarmente bello tra i tanti belli che ha scritto, Dell’incertezza, ha spiegato che dal punto di vista filosofico uno dei criteri per giudicare la qualità delle nostre vite umane è dato proprio dalla quantità e dalla qualità di relazioni e di rapporti umani che riusciamo a stabilire.
E lì ho fatto definitivamente pace con me stesso.

Grazie assai amica mia. >

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Nell’Episodio II di Star Wars Yoda dice al Conte Dooku “Molto da apprendere ancora tu hai“.
Vincenzo parla di Jedi come di un modello al quale ispirarsi, e la strada che ha percorso, le persone che ha incontrato, le storie che ha letto o ascoltato gli hanno ricordato che imparare davvero fino alla fine vuol dire sentire di non avere troppo da insegnare ma di avere ancora moltissimo da apprendere.
“Quello che imparo è sempre di più di quello che riesco a insegnare” dice Vincenzo, evocando con queste parole tutte le persone che hanno lasciato in me un’impronta indelebile del loro passaggio.

Queste persone hanno in comune un pensiero: sanno di avere molto ancora da capire, sanno che in ogni sguardo, in ogni foglia o nel rumore del vento di sicuro potranno scoprire qualcosa di nuovo.
La meraviglia di un costante apprendimento è tipica dei bambini, che scoprono ogni giorno il mondo, un suono mai sentito, un volto mai visto, un odore e un sapore mai sperimentati. E in quella meraviglia della novità si nutrono a occhi spalancati della bellezza che una scoperta apre quando la porti dentro di te.

In questi 9 mesi Vincenzo Moretti ha colto nella mie parole, e in quelle di tante altre persone, un suono nuovo e un sapore di meraviglia.
L’equazione allora è facile: se vedi negli altri una scoperta, alla fine avrai sommato tante scoperte e imparato molto di più. Ma a volte per meravigliarsi è necessario imparare di nuovo a camminare, riavvolgerci all’indietro, magari gattonare, tornare per qualche istante bambini, nascere tante volte e aprire gli occhi sulle cose che sono fuori di noi come se ogni giorno fosse il primo.

Il primo, non l’ultimo.

 

Grazie Vincenzo!

 

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Laura Ressa

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Copertina: Foto di Vincenzo Moretti

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