La paternità delle idee

Una persona una volta mi disse “una buona idea non viene quasi mai ignorata: viene riposta in un cassetto facendo finta che sia stata ignorata. Al momento opportuno qualcuno la tirerà fuori dal cassetto attribuendosene la paternità”.

Quanto conta attribuire la paternità delle buone idee al loro autore? Molto, ma penso non valga la pena lottare troppo per il riconoscimento della propria paternità. Se hai avuto una buona idea, te ne verranno in mente altre. E forse saranno anche migliori delle precedenti.

Il riconoscimento è un falso mito di cui non si è mai sazi fino in fondo e spesso, quando l’hai ottenuto, riprendi a correre per averne un altro. Il riconoscimento è sfuggente, ma siamo tentati di inseguirlo senza porci tanti limiti: lo aneliamo perché ci colloca in un ruolo desiderabile e perché pensiamo possa definirci come persone vincenti e interessanti.

Cosa accade però a chi le idee le ricicla da altri? Succede che non sempre troverà chi gliele fornisce.
La paternità delle idee conta quanto la fiducia nell’altro, quanto il rispetto della creatività, quanto la sacralità dell’inventiva.
La paternità di un’idea è l’opportunità che abbiamo per riconoscere il merito a chi ha qualcosa in più rispetto a noi o possiede qualità differenti dalle nostre.
Aver avuto una buona idea ma vederla attribuita a qualcun altro, d’altro canto, non deve farci incaponire nella ricerca di un riconoscimento a tutti i costi. A volte ha più senso restare in silenzio e aspettare la nostra prossima buona idea.

Le buone idee, le giuste intuizioni, i suggerimenti e i consigli azzeccati preannunciano un salto di qualità nel nostro modo di pensare. Utilizzarle attribuendocene la paternità anche quando non è nostra, permette a queste idee di essere realizzate ma ne sminuisce il valore. E quando non attribuiamo l’idea al suo vero autore, in qualche modo sminuiamo noi stessi.

 

Non è sensato né utile cucirci addosso le idee di altri. Credo esistano alcune valide ragioni per spiegare il perché.

  1. Consapevolezza di sé e dei propri mezzi 
    Impariamo ad avere dimestichezza con noi stessi sperimentando quello che sappiamo fare. Se ci sono cose che non sappiamo, cerchiamo di conoscerle attraverso le persone con cui interagiamo. Capire i propri limiti e riconoscere i propri errori è il primo gradino verso la consapevolezza di quel che siamo. Cercare di essere migliori per intercessione di altre persone è poi il traguardo successivo: ci pone in una situazione in cui possiamo imparare ed evolverci.
    Chi ha molte idee o ci sembra più dotato di noi, rappresenta uno stimolo per farci tendere lo sguardo verso l’alto e puntare ad un obiettivo realizzabile con impegno. Quello che c’è sul gradino successivo è la comprensione di cosa ci appartiene e delle qualità che invece non sono nostre. La consapevolezza allora ci serve per capire che il primo vero passo per puntare in alto è elogiare la bravura altrui attribuendo ogni singola frase, ogni idea o intuizione non nostra al suo vero autore.
    Quando ciò non accade e cediamo alla tentazione di attaccarci addosso idee che non ci appartengono oppure omettiamo di menzionarne l’ideatore, perdiamo consapevolezza di ciò che possiamo fare davvero.
  2. Karma
    Credo che il karma sia il fondamento di ogni azione. Per dirla in altri termini potremmo ritrovare il karma nella frase: non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Funziona più o meno sempre così anche con le idee: conviene non abusare di quelle degli altri anche soltanto per evitare che domani qualcun altro ignori fintamente una nostra intuizione per farne uso e abuso.
    Sono convinta che il karma non riposi mai, da qualche parte studia le nostre scelte per mostrarci allo specchio ciò che siamo.
  3. Ricerca del proprio ruolo
    Chi siamo e come gli altri ci vedono sono due parti di noi che potrebbero non coincidere: quello che siamo potrebbe essere diverso da quello che gli altri vedono sulla superficie. Ma allora chi siamo?
    La ricerca del proprio ruolo è un po’ la ricerca di un posto nel mondo, di un luogo sicuro e al calduccio in cui sentirsi importanti per qualcuno. La ricerca del ruolo spesso è la ricerca di una maschera, di una definizione che ci faccia sentire vincenti e apprezzati.
    Cercare di essere riconosciuti come produttori di idee vincenti è allettante, ma la retorica del vincente perde di senso se siamo vincenti solo all’esterno. Inoltre il perdente ha molte cose interessanti da raccontare e magari, se ogni tanto cedessimo lo scettro a qualcun altro, verremmo apprezzati di più. Raccontare una sconfitta ci mette infatti in connessione con la parte di noi che vorremmo occultare: quella perdente. Quante cose avrebbe da insegnarci quel lato di noi, se solo sapessimo ascoltarlo.
  4. Senso
    Che senso diamo a ciò che facciamo e a ciò che siamo? Che senso ha abusare di idee non proprie? Il motivo che può spingerci a farci belli con idee scopiazzate qua e là può riguardare il mantenimento di una posizione o di un primato sugli altri. Può tradursi nella paura che qualcuno rubi il nostro ruolo. Se il senso per noi è mantenere il nostro status quo, non ammetteremo mai di avere qualcosa da imparare e con grande probabilità non ci impegneremo per avere idee nuove. Se attribuiamo un senso diverso, vedremo invece negli altri un’opportunità per essere persone migliori piuttosto che detentori di una posizione. Se ci riconosciamo nel nostro ruolo, non ci evolveremo ma se decidiamo di essere individui in continuo rodaggio e apprendimento, avremo più chance di evolverci sul serio.
  5. Etica
    L’etica è un motore universale, un meccanismo complesso e viscerale, un buon motivo per cacciar via da noi la tendenza ad attribuirci meriti che non ci appartengono. Credo che non si possa insegnare se non con gli esempi, e se l’etica non la possediamo non ci sarà così facile costruirla partendo da zero.
    L’etica riguarda quello che facciamo e il modo in cui lo facciamo, ma se non l’abbiamo mai conosciuta forse non capiremo mai a cosa ci serva possederla.
  6. Esplorazione delle proprie possibilità
    Se cerchiamo di sentirci migliori attraverso le idee degli altri, cominceremo a non cercare più le nostre. Cominceremo ad appiattire il pensiero e ad impigrire la mente, che sarà quindi tranquilla perché troverà sempre qualcun altro a cui attingere. E se provassimo a cercare le nostre idee? Penso che faremmo molte scoperte inaspettate.
  7. Estetica del rispetto 
    Il rispetto possiede una bellezza intrinseca. Va curato, va compreso nel suo significato reale altrimenti resta una parola vuota pronunciata spesso e a vanvera. Il rispetto è estetica perché ci rende belli senza trucco e senza inganno. Il rispetto riflette la propria bellezza nei gesti e, seguendo una splendida equazione, se riesci ad applicarlo avrai molto di più da guadagnare che se decidi di calpestarlo o modellarlo a tua immagine e somiglianza. Come per l’etica, il rispetto è difficile da definire a parole. Quando si prova a farlo, il più delle volte si fallisce perché non esiste manuale che esprima questo concetto meglio dell’atto pratico.

Conta di più mostrarsi vincenti o mostrare riconoscenza verso il padre di una buona idea? Prima di rispondere a questo dilemma devi mettere in conto il guadagno personale che deriverebbe dal dare i giusti meriti e i rischi legati al mantenimento del tuo ruolo.
Se ti fai questa domanda, forse non incominci a dare i meriti alle persone giuste ma almeno qualche dubbio te lo fai venire.

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Photo by Steve Johnson on Unsplash

 

Cosa c’è di più nobile del dare a Cesare quel che è di Cesare?

In alcuni contesti stiamo dimenticando l’importanza dell’attribuzione del merito, spinti dalla voglia di essere noi in prima persona gli unici detentori di idee interessanti e vincenti.
Il divario che ci definisce come persone però non è quello tra vincitori e vinti, ma quello tra liberi ideatori e meri prestanome di idee non nostre.

La scelta è semplice. Chi vogliamo essere?

 

Sono un orfano di acqua e di cielo
Un frutto che da terra guarda il ramo
Orfano di origine e di storia
E di una chiara traiettoria

Sono orfano di valide occasioni
Del palpitare di un’idea con grandi ali
Di cibo sano e sane discussioni
Delle storie degli anziani, cordoni ombelicali
Orfano di tempo e silenzio
Dell’illusione e della sua disillusione
Di uno slancio che ci porti verso l’alto
Di una cometa da seguire, un maestro d’ascoltare
Di ogni mia giornata che è passata
Vissuta, buttata e mai restituita
Orfano della morte, e quindi della vita

Mi basterebbe essere padre di una buona idea

Sono orfano di pomeriggi al sole, delle mattine senza giustificazione
Del nero di lavagne e di vinile, di lenzuola sui balconi, di voci nel cortile
Orfano di partecipazione e di una legge che assomigli all’uguaglianza
Di una democrazia che non sia un paravento
Di onore e dignità, misura e sobrietà
E di una terra che è soltanto calpestata
Comprata, sfruttata, usata e poi svilita
Orfano di una casa, di un’Italia che è sparita

Mi basterebbe essere padre di una buona idea

(Una buona idea, Niccolò Fabi)

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Jagoda Kondratiuk on Unsplash

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