Enter e Backspace: la storia dei miei tasti deboli

Se ti capita di accarezzare la tastiera QWERTY che utilizzi per scrivere, lavorare, comunicare, saprai renderti conto di quanto alcuni tasti siano più molli e sensibili di altri. Soprattutto se si tratta di una tastiera con una lunga vita alle spalle e reduce da una digitazione forsennata, alcuni suoi punti saranno più consumati.

Non ci fai caso finché digiti in fretta, presa da quel che hai da scrivere e che sembra avere la priorità su tutto. Il fiume in piena delle parole scorre veloce e non c’è tempo per pensare alla percezione dei tasti sotto le dita.
Dal cervello al foglio, in una fuga incessante, le parole sgorgano e si posano sul bianco pallido che prima accecava e che ora è stato riempito d’inchiostro e parole, di frasi corte e lunghe, di periodi ipotetici e domande, di virgole e punti.
I tasti sono il tramite, traghettano i pensieri dal di dentro al di fuori. Non fai caso alla loro consistenza, per te contano meno dei pensieri e ti accorgi che sono reali e li puoi toccare solo se inavvertitamente li sfiori, solo se tocchi la tastiera mentre parli al telefono o ti soffermi su una pagliuzza di polvere che vuoi buttar via.

 

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Photo by Lukas Blazek on Unsplash

 

Ti accorgi della consistenza di quel che hai sotto le dita se ti fermi per un istante a cercare le parole giuste. Nel frattempo accarezzi le lettere intenta a scovare l’ispirazione o quel sinonimo che ti si è bloccato sulla punta della lingua e che da lì non scende.

Quando si descrive il carattere di una persona a volte si utilizza il termine “tasti” per indicare le sfaccettature più intime di quel carattere. Si è soliti dire “ho toccato i suoi tasti più deboli” o “più sensibili” per far riferimento a quei nervi scoperti dell’animo umano, a quelle intersezioni di sé meno protette o più consumate dal tempo, a quelle corde interiori difficili da toccare eppure più fragili e spesso sollecitate senza che ce ne rendiamo conto.

Ho toccato lievemente la mia tastiera, sovrappensiero. E ho scoperto che i tasti più deboli sono due: Enter e Backspace. Né lettere, né spazi, né segni di punteggiatura. I tasti più consumati e fragili sono quelli che apparentemente non fanno rumore e non contano molto.

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Photo by Hugo Barbosa on Unsplash

Usati meno delle lettere ma sempre presenti nella digitazione di ogni parola e di ogni testo. Mi servono per cancellare, per tornare indietro, per andare accapo.
A volte, senza farci troppo caso, ci tamburello su quando mi fermo un po’ prima di dare il via ad un nuovo capoverso, prima di cominciare a versare altra acqua in un fiume di frasi.

 

I tasti Enter e Backspace in quel fiume in piena tornano a muoversi, a subire sollecitazioni costanti. Li sfioro inavvertitamente oppure li torturo ossessivamente per capire se una frase vada cancellata e fin dove. Li modello sotto i polpastrelli come se volessi interrogarli, quasi a volerne cambiare la forma: domando loro se sto scrivendo la cosa giusta o una castroneria. Ovviamente non mi rispondono, così continuo a interrogarli finché, ecco: arriva il lampo e schiaccio fortissimo Enter per dare un deciso accapo e ripartire con uno slancio più impetuoso di parole che si rincorrono a perdifiato.

I due tasti, fermi lì, fanno da sponda tra il prima e il dopo, cancellano quel che è stato, mi fanno tornare sui miei passi, mi spingono a eliminare qualcosa oppure a inventare una strada nuova verso quel altrove in cui Enter mi condurrà.

Sembrano i tasti meno utili, di dimensioni più grandi e proprio per questo a volte invisibili al nostro occhio. Li ho considerati scontati, e invece sono loro le pedine più deboli e torturate della mia tastiera. Non ci ho fatto caso finché non li ho sentiti distintamente sotto i polpastrelli in tutta la loro mollezza.
Deboli, strapazzati, ondeggiano al minimo movimento del dito e ad ogni lento passaggio della mano. Si lasciano spostare, al tocco esitano ma poi seguono la direzione che ho scelto per loro.

 

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Photo by Rosie Kerr on Unsplash

 

Toccare i tasti > scrivere > toccare le corde dell’animo umano.
Questi tre gesti consecutivi possono essere una sola cosa?
Forse. Ma fino ad oggi non li avevo mai percepiti così uniti.

Perché quando scriviamo o leggiamo descriviamo l’esperienza di scrivere e leggere come un mezzo per parlare alle nostre corde e avvicinarci alle corde altrui?
La tastiera come ci permette di raggiungere quelle corde?

La tastiera è un’espressione del nostro stile di scrittura, la quintessenza della nostra scrittura. I tasti parlano per noi come fanno i tasti interiori, difficili da toccare ma sempre sollecitati da quel che accade fuori e sempre pronti a parlare al nostro posto.
A volte un tocco arriva piano, altre volte il tocco esterno arriva secco e feroce. Il tasto allora riceve uno schiaffo, un arresto, un allentamento della struttura che lo regge. E pian piano comincia a indebolirsi, ad essere meno ancorato al resto della tastiera.

I tasti riflettono quello a cui diamo maggiore importanza, portano il segno degli invii e delle cancellature ripetute e gentili oppure di quelle sporadiche e fortissime.

Quando vuoi dimenticare, pigi un tasto per cancellare.
Quando vuoi ricominciare daccapo, spingi l’altro tasto per catapultarti sul rigo successivo.

I tasti più deboli sanno resistere alle sollecitazioni. Forse un giorno o l’altro si staccano, o forse si adattano per incassare meglio i colpi e restare ancorati al resto. Imparano ad essere deboli senza schiodarsi dalla propria radice.
Deboli e forti allo stesso tempo, allentati ma fedeli al dito che decide dove portarli e che, di tanto in tanto, si accorge che anche loro hanno consistenza.

 

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Photo by Fancycrave on Unsplash

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Fancycrave on Unsplash

 

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