Le cose migliori sono saporite, fanno ingrassare e scottano – Vincenzo Moretti a Bari

16 novembre, Bari, Acidicolori: una giornata particolare.
Piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna farlo in due.

Parlando di Novelle Artigiane con Vincenzo Moretti non abbiamo solo riso e ricordato momenti del suo passato, ma discusso del valore del lavoro. Abbiamo affrontato l’importanza del fare bene le cose, discutendo insieme di quanta forza possiamo sprigionare quando ascoltiamo gli altri dando loro importanza, donando spazi in cui esprimerci ed essere parte di una collettività che cerca risposte di senso.
Gli incontri che viviamo hanno diverse facce, si presentano alla vista come un diamante e sono preziosi in ogni atomo: dalla fase di preparazione al momento in cui si svolge l’incontro fino al post evento, quella fase successiva che diventa ancora più bella quando non è programmata. Il momento conclusivo serve a scavare a fondo, a tirare le somme. E infatti sarebbe bello poter vivere gli eventi in maniera diffusa, portarli nelle vie della nostra vita, tra i nostri affetti e le persone decisive del nostro quotidiano.
Cerco di raccontarvi il mio percorso in Novelle Artigiane, concentrandomi sulle somme tirate e sul fondale che ho potuto esplorare insieme a Vincenzo Moretti al termine del nostro incontro in Acidicolori.

Per realizzare un progetto nato con l’obiettivo di diffondere valore ci vuole impegno, ma fai molta meno fatica quando l’impegno lo riversi in qualcosa che ti piace. Se devi prepararti per una passeggiata nel verde, per trascorrere tempo con gli amici, per leggere un libro, per organizzare un picnic fuori porta ci metti impegno ma anche amore e, alla fine, non ti importa quanto tempo ci è voluto per realizzare il desiderio: procedi a vele spiegate sicuro che il panorama di cui godrai ripagherà ogni sforzo fatto.

Attraverso le mani sapienti delle mie complici Carmela, Donatella, Elvira e mia sorella Anna, mi sono cucita addosso un vestito da Cenerentola. Entrare in Acidicolori il 16 novembre è stato per me come prender parte al ballo delle favole, dove la pulzella vestita di stracci viene rivestita della luce riflessa degli altri e incontra per la prima volta un mondo nuovo.

Tra luci e colori di un luogo simile ai boschi delle fiabe, in mezzo alle suggestioni del libro di cui parlavamo, l’incontro è stato una folata di profumi primaverili, un passaggio segreto tra piante colorate, un’immersione in acque profonde senza la paura di finire l’ossigeno.
Dopo un evento così cosa accade? Ci si saluta con una cena finale? No, non volevo che finisse tutto lì, non mi sono accontenta di condividere una cena, seppur vissuta in modo inusuale. Avrei voluto diffondere quella armonia per un tempo lungo e imprecisato.

L’incontro con Vincenzo e Cinzia è proseguito anche il giorno successivo, ed è cominciato ovviamente con il cibo: a colazione con caffè e pasticciotto e poi zaino in spalla per le vie della mia Bari.
“Non ti preoccupare, a me piacciono le cose semplici. Mi piace passeggiare liberamente.” Ha usato queste parole Vincenzo Moretti quando ho cercato su internet la storia della colonna infame, simbolo del centro storico.

Quando attraversi la tua città con qualcuno che non la conosce bene ti senti in dovere di far notare qualcosa che lui non noterà. E invece non è così: si scoprono più cose quando guardi con gli occhi di chi non sa assumendo un’altra prospettiva, senza dare troppa retta al GPS del cellulare ma a quello viscerale, notando nei tetti della case una luce mai vista, nei campanili delle chiese uno squarcio di cielo inedito, un fregio, una finestra murata, i panni stesi, i bambini che giocano a pallone lungo la muraglia, le orecchiette che sbucano dalle finestre, lasciate a riposare sui lavelli delle cucine, le botteghe animate da attrezzi che sembrano creature fantastiche.

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Mi sono sentita una pessima guida turistica, ma poi mi son detta che quando con una persona ti senti a casa non devi preoccuparti di cosa dici, non devi provare a immaginare il suo giudizio e neanche ostinarti nell’intento di sembrare migliore. I piedi tracciano la strada e tu puoi farti scoprire per quel che sei, anche nei tuoi limiti.

Nelle nostre passeggiate mi sono persa varie volte tra le strade della città, tanto che a Vincenzo è sorto il dubbio che non fossi barese: “Ora scopriremo che in realtà non sei di qui” ha detto, ridendo della goffaggine con cui sceglievo ogni volta la strada più lunga e tortuosa per arrivare dal punto A al punto B.

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“Una persona trova la strada per casa sua soltanto se si smarrisce”
“La via del buono e del bello è una sola via, però quando l’hai trovata non ti devi fermare mai, perché altrimenti la perdi.”  

Dunque è vero ciò che Vincenzo scrive in Novelle Artigiane: per trovare la strada bisogna smarrirsi.
Questo concetto mi frulla in testa da quando una persona cara mi disse che c’è sempre una ragione se ci perdiamo. Magari smarriamo la via proprio nei momenti in cui la strada ha deciso per noi la direzione migliore. E mi piace credere che, goffaggine a parte, i miei piedi abbiano scelto un tragitto non per la meta ma per il senso del viaggio.

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Con Vincenzo e Cinzia mi sono persa tra i sapori di un pasticciotto, nei fumi sprigionati da un piatto di orecchiette e rape, nel vino, nei taralli, nei mattoncini per costruire, nei caffè aromatizzati all’amaretto, nel freddo improvviso, nelle tisane, nei dolci della tradizione barese.
Abbiamo condiviso lo stesso tavolo e, tenendo fede alla proverbiale frase barese “Abbiamo mai mangiato assieme?“, possiamo dire che il nostro legame è reale perché suggellato dal cibo.
Il cibo, sì proprio lui, così presente in Novelle Artigiane e nella vita di Vincenzo Moretti, segna il passaggio a un rapporto tangibile, il momento in cui condividere il companatico coincide con la scelta di far entrare qualcuno nella nostra vita, quando il nutrimento del corpo conduce al nutrimento dello spirito.

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Dalla scarpetta di pane nel sugo alla gara a chi riesce a mangiare la verdura pastellata più bollente, abbiamo percorso anche strade mentali oltre che fisiche, a volte a braccetto e a volte seduti su una panchina, a volte scattando una foto, altre volte parlando di noi, di frasi che restano dentro, di nonne e madri, di padri assenti e presenti, di fratelli che abbiamo accanto o di quelli che ci hanno lasciato presto ma la cui presenza è salda in un punto vivido della mente.

Mi piace pensare che questo nostro viaggio per le vie del bello sia stato guidato da quelle persone care di cui abbiamo tanto dialogato.
Non a caso se una persona tocca le mie corde profonde la frase che mi viene più naturale è “Ti avrei voluto far conoscere mia nonna“, e questo vale per tutte quelle vite che hanno attraversato la nostra e che vorremmo accanto quando sentiamo che qualcosa in noi sta cambiando.
A questa sensazione si uniscono le suggestioni sulle certezze che si assottigliano, sulla necessità di trovare un senso alla nostra vita che vada oltre il percorso preconfezionato.

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Mentre gustavo carne al sugo e mezzo piatto di orecchiette direttamente dalla pentola, ragionando a voce alta mi sono chiesta: che senso ha la mia vita se non cerco di andare oltre in ogni cosa che faccio? Che senso hanno le mie giornate se mi limito a fare il poco necessario per campare? Cosa posso donare agli altri affinché questo mio passaggio nel mondo serva anche a una sola persona? 

A un certo punto ho capito che le cose di ogni giorno non mi rendevano completa, non mi rendevano davvero utile. Quando ho cominciato a chiedermi quale senso profondo potessi dare alla mia vita, ho pensato a cosa potessi dare agli altri.
A fine giornata voglio sentirmi una persona leggermente migliore, che sa donare e il cui tempo migliore non è quello che si tramuta in denaro ma quello che si trasforma in strette di mano, abbracci, meraviglia, consapevolezza, apertura, costruzione.

In questo turbinio di emozioni, Fiorentina, la mamma di Vincenzo, è stata il fil rouge o leitmotiv: il racconto del baccalà fritto appena cotto che Vincenzo rubava in cucina da bambino ha legato ogni momento quasi come fosse lo spago di una brasciola al sugo preparata secondo la ricetta della mia terra.
La sua immagine riflessa negli occhi di Vincenzo ha rappresentato uno slancio per parlare anche della mia famiglia e mostrare le foto del mio passato, con l’affetto di chi sa di potersi raccontare in libertà. Perché noi lo sappiamo a chi possiamo raccontarci liberamente. Lo percepiamo distintamente, basta uno sguardo.

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Novelle Artigiane mi ha regalato il sapore di una umanità che in parte avevo dimenticato, sopita nella paura che sia troppo difficile costruire rapporti profondi, puri, croccanti come il baccalà fritto e buoni come un piatto che fa venire l’acquolina.

Vincenzo mi ha fornito stimoli nuovi regalati con generosità, riferimenti letterari a cui attingere, consigli di lettura, narrazioni tutte da ridere o a cui pensare la cui eco mi resterà dentro. Lo ha fatto senza indossare i panni del luminare, senza credersi migliore: la sua forza umana sta nella capacità di parlare senza giudicare, di dibattere di concetti filosofici attraverso esempi concreti. La sua forza sta anche nella curiosità di chiedere alle persone cosa facciano nella vita e quale storia abbiano nel cassetto, in punta di piedi e senza invadere gli spazi altrui.

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Non so dire quanto sia stato importante per me portare Novelle Artigiane e Vincenzo Moretti a Bari. L’incontro di venerdì 16 novembre ha scatenato raffiche di progettualità in me e vorrei riavvolgere il nastro e tornare a un attimo prima della presentazione, ai miei fogli sparsi, al libro stretto tra le mani, a quel divano di velluto nero dal quale io e Donatella Lopez scorgevamo riflessi di vino su bottiglie e bicchieri, taralli adagiati a comporre un fiore, opere artigiane, sguardi concitati.

Novelle Artigiane sarà il mio regalo di Natale alle persone che stimo e che mi hanno insegnato qualcosa.
Ho donato già la prima copia ad una cara amica e la seconda alla mia collega, che in questi anni mi ha fatto capire quanto si possano incastrare bene nello stesso puzzle competenza, calma e precisione.
Nei loro occhi ho visto gioia sincera mentre consegnavo nelle loro mani il libro con la mia dedica, e allora penso che basti davvero poco per essere felici. Basta aver cura delle persone a cui vogliamo bene, delle persone che sanno donarci uno spiraglio di luce, di quelle che sanno vivere con pienezza, fiere di sé senza credersi migliori, coscienti di aver tanto da imparare e altra strada davanti a sé.
Il cibo saporito, i ragionamenti belli, gli sguardi sinceri, le parole che illuminano il cuore: viviamo per questo!

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Eravamo a tavola quando mi è ritornata in mente l’immagine di Vincenzo bambino che ruba il baccalà fritto e si ustiona il palato. Mentre ingurgitavo il mio boccone di verdure bollenti in pastella ho pensato che le cose migliori sono saporite, fanno ingrassare e scottano. 

L’incontro con Vincenzo Moretti, con Cinzia e con le persone che hanno preso parte a questo momento è stato saporito e mi ha scottato anche il palato perché mi ha concesso di raccontare temi talmente caldi che trascurarli significherebbe rifiutare il presente.

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Fare bene le cose è bello e conviene.

Fare bene le cose ti fa incontrare persone speciali.

Fare bene le cose scotta, ma ingrassa cuore e mente e gonfia gli argini delle nostre possibilità. All’inizio ti brucia pensarci, ti può far star male parlarne. Poi l’ustione al palato si cicatrizza e da quella patina di esperienza ne esci rinfrancato, pronto a mordere un nuovo boccone bollente o a soffiarci su per far scendere la temperatura.

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Campanile della Cattedrale di Bari

 

Grazie a Vincenzo e Cinzia, compagni di viaggi golosi e gustosi che hanno condito in tanti modi due giornate piene della mia vita.
Grazie a Carmela Lovero per le foto, per il vino e per aver messo a disposizione il suo angolo di paradiso chiamato Acidicolori. 
Grazie ad Elvira Zaccagnino per avermi fatto conoscere Donatella Lopez, giornalista appassionata che ci ha guidato con trasporto tra le pagine di Novelle Artigiane.
Grazie a mia sorella Anna per le foto, per i video trasmessi in diretta Facebook e per la pazienza con cui risponde alle mie domande assillanti e argina le mie ansie costanti.
Grazie alle persone care e a tutti i presenti, ognuno prezioso.
Grazie a chi non è potuto essere presente ma è stato in tanti modi importante con gli in bocca al lupo e l’interesse verso il tema di cui abbiamo raccontato.


Avevo immaginato che questa esperienza sarebbe stata uno scrigno di umanità, ma non osavo sperare di ricevere così tanto affetto. 

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Chiudo con una citazione dello scrittore Henry Miller.
Queste parole risalgono all’ultima intervista rilasciata da Miller prima di morire e credo racchiudano non solo il senso della scrittura ma anche il senso della nostra vita che, al termine dei giorni, ci chiederà di aggrapparci ancora a lei e a ciò che di bello abbiamo realizzato.

 

Pensa che tutto quello che ha osato scrivere abbia dato dei frutti? 

Sì, penso di sì, veramente. E in cambio i lettori mi hanno dato il loro amore – ed è quello che veramente mi importava, il loro amore, non l’ammirazione, le adulazioni. No, solo il loro amore profondo, la loro comprensione. È per questo che ho scritto tanto di me stesso. ‘Me stesso’, che tremenda parola ora che sto per morire. Morire: non posso neppure pronunciare la parola. Lo so che sto per morire, eppure questa parola mi offende.
Io sono vivo, fino alla fine.

(dal libro Romanzi nel tempo, Editori Laterza)

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: foto di Carmela Lovero


La recensione di Novelle Artigiane dalla penna di Donatella Lopez

Le note a margine di Vincenzo Moretti sul nostro incontro a Bari

Metti una sera a Bari – la mia introduzione alla serata del 16 novembre 2018

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Un pensiero su “Le cose migliori sono saporite, fanno ingrassare e scottano – Vincenzo Moretti a Bari

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