La società e il lavoro sono la nostra immagine riflessa allo specchio

Parlare di lavoro purtroppo non sempre vuol dire parlare di dignità.

Il lavoro oggi è una chimera in molti territori, e con esso anche la dignità di un professionista viene svilita. Il lavoro, che nel suo significato primordiale dovrebbe nobilitare l’uomo, spesso invece lo svilisce, lo deprezza, lo rende una pedina nella grande scacchiera del gioco “tanto lo trovo un altro più disperato di te disposto a farlo”. 

Solitamente guardo al lato positivo e romantico delle cose, anche in una cultura come quella italiana fatta di tante contraddizioni: di passioni e cadute di stile, di comunicazione osannata e poi vilmente calpestata. Siamo fatti di contraddizioni, e forse sono proprio le nostre contraddizioni a dare ancor più sapore ai nostri lati migliori.

Apprezzare il lato positivo: sì, è questo che ci ripetiamo mille volte, anche quando si tratta di lavoro. In fondo potevamo stare peggio: è questo il pensiero sottinteso di chi vive oggi il lavoro in un contesto totalmente nuovo rispetto al recente passato del boom economico. Spesso ci si deve accontentare perché chi si accontenta gode, come recita il vecchio detto, ma soprattutto perché “c’è tanta gente che non ha nemmeno quel poco”.

È come quando la mamma da bambini ci diceva di mangiare tutto quello che c’era nel piatto perché ci sono tante persone che muoiono di fame e che quel cibo se lo sognano. Ecco, ogni giorno che penso ai doni che ho, ripeto a me stessa quelle parole e rifletto sul fatto che molti non hanno neanche il poco. Questo però è un alibi bello e buono, spesso usato per accontentarci e che rischia di appiattirci sotto il suo peso. Un alibi usato anche da chi sfrutta il lavoro, sottopagandolo o semplicemente considerandolo come un atto dovuto e totalmente privo di anima.

 

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Photo by Asep Irman on Unsplash

 

In alcuni casi accontentarsi significa scivolare nelle sabbie mobili, e lo sanno bene tanti giovani lavoratori che oggi si ritrovano a lottare per quel poco di cui poter esser fieri. Accontentarsi di quel che si ha è un conto, ma essere felici con quel che si ha è un altro paio di maniche. I due concetti sono opposti, e se sei davvero soddisfatto quelle maniche le tiri su con molto più entusiasmo.

Dunque non mancano solo le motivazioni, ma anche le opportunità per misurarsi con se stessi. Le opportunità per dimostrare che sappiamo fare meglio e di più in un contesto che non ci veda appiattiti e assuefatti al minimo sindacale solo per assicurarci di avere lo stipendio in tasca. L’opportunità di migliorare e la costante ricerca di nuove sfide con le quali condire le nostre vite.

Servirebbero politiche di inserimento più attente, un rinnovato sistema scolastico e universitario che non abitui le persone sin da adolescenti a lavorare senza essere giustamente pagate e ricompensate. Come sempre, ogni cosa inizia e finisce con la cultura e con un cambio di paradigma politico e sociale. Tutto comincia dalla lotta, ma se nessuno la ascolta e la pratica è difficile pensare al cambiamento come ad un risvolto possibile.

I nuovi braccianti siamo noi ogni volta che ci accontentiamo, ogni volta che ci facciamo rubare l’anima (lavorativa) e ogni volta che perdiamo quella luce negli occhi che solo una bella soddisfazione personale e condivisa sa donarci. Perché possiamo avere mille stimoli e hobby lì fuori, ma il lavoro è parte indissolubile di noi, espressione ancestrale di un modo di vivere la società che sia fatto di impegno e dedizione, di contributo al miglioramento della nostra vita e di quella degli altri.

Cosa si fa dunque? Come ci si comporta in un contesto fatto di realtà frammentate, stimoli spesso azzerati e lotta a chi è più disposto a fare tutto pur di avere poco?
Si divulga, si comunica, si scrive, si parla, si propone uno stile nuovo. Si coltiva la propria mano affinché sia capace di fare cose nuove. Si coltivano relazioni, networking, ascolto, lettura. Insomma il lavoro in fondo è anche tutto questo: il lavoro siamo noi che ci muoviamo nel mondo e il mondo che ci mostra a volte il suo lato migliore e a volte il suo lato peggiore.

La società è la nostra immagine riflessa allo specchio: non cambia se siamo disposti ad accettarla così com’è.

 

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Photo by Chris Barbalis on Unsplash

 

 

*Come sempre i testi di Vincenzo Moretti sono uno stimolo per fermarsi a riflettere e provare a immaginare oltre gli schemi. Questa mia riflessione è frutto della lettura del testo Tiziano, Bianciardi e il battonaggio del lavoro intellettuale pubblicato su #lavorobenfatto.*

 

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Chris Barbalis on Unsplash

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