Tutti abbiamo bisogno di una mano che ci stringa. Tutti abbiamo paura

Ci abituiamo a pensare che al nostro vicino non importi nulla di noi. Ma non sempre questo è vero.
Se hai paura degli aerei e, mentre sei in volo, ti guardi attorno impaurita, prima o poi incrocerai lo sguardo di qualcuno che cerca di calmarti.
Questo avviene soprattutto se l’aereo è pieno. Più difficile che avvenga se attorno a te ci sono posti vuoti: in quei casi, per la legge dei grandi numeri, i passeggeri ignorano le tue paturnie per dedicarsi ad altre attività tipo dormire, leggere, ascoltare musica.
E come biasimarli!

A chi non ha paura di volare queste riflessioni da paurosa cronica faranno sorridere, eppure la paura non è un sentimento che riguarda solo alcuni tra noi e non attiene solo agli aerei. Ci coglie in momenti differenti e per ognuno assume forme diverse. Adesso parlo facilmente della paura di volare anche quando mi deridono: mi sono detta che se ci sono persone che hanno crisi di panico di fronte ai ragni, non dovrei vergognarmi della mia paura anche se nell’immaginario comune volare vuol dire essere liberi. Non si offendano i cultori dell’aereo come mezzo migliore e veloce: ai controlli in ingresso e alle code all’imbarco preferisco sentirmi libera in un autobus che ogni tre ore fa le soste notturne nelle stazioni di servizio.

Ognuno convive con le paure che gli sono state date in dotazione, cosciente che ognuna di esse può portare, paradossalmente, a scoprire luoghi, persone, sentimenti ancora inesplorati. La paura è una benedizione.
“Ma come? Volare è così bello!” ti ripetono quelli che non hanno problemi a salire sugli aerei. Certo, anch’io potrei dire “Che bello osservare un ragno tessere la sua tela: è uno spettacolo della natura!” a una persona affetta da aracnofobia. Tutto è relativo.
La paura ci riguarda, è parte di ciò che siamo e più tentiamo di soffocarla o negarla più saremo costretti a lasciarle spazio nella nostra mente quando ci sentiremo meno spavaldi e quando ci troveremo faccia a faccia con le nostre paure più inconsce e subdole.
Perché dalla paura nessuno può fuggire. Perché la paura è un motore a propulsione e spesso bussa alla tua porta proprio quando non hai le risorse necessarie per contrastarla.

Calma serata di giugno, volo aereo Milano-Bari, ore 21.20.
“Cielo sereno” dice il pilota prima di ingranare le sue marce e partire con il muso risoluto a far breccia tra le nuvole.
Io sono seduta nell’ultima fila dell’aereo, lato finestrino, rannicchiata in posizione fetale, aggrappata al sedile di fronte, ricurva per cercare di non sentire la pendenza del decollo.
Mi basta superare la prima fase — mi dico — per provare a tranquillizzarmi.
Guardo alla mia sinistra cercando, con gli occhi, risposte su quel decollo un po’ movimentato: un passeggero mi invita a stare calma. Tutto sotto controllo.
Conosco qualche legge fisica e so che l’aereo è più sicuro delle buche stradali o delle fioriere che possono caderti in testa mentre passeggi sotto i balconi degli edifici. So che prima o poi tocca a tutti morire e che se precipiti con l’aereo l’agonia è breve. C’è ancora chi pensa di farmi passare la paura fornendomi dati statistici sulle principali cause di morte e sulla tempistica di agonia e pre-morte in caso di caduta in picchiata.

Non venitelo a dire a me che ho paura del vuoto, che ho visto Alive e che ho ancora impressa nella mente la lastra di marmo con i nomi dei giocatori del Torino situata sul retro della Basilica di Superga. La morte non è lieta in nessuna occasione: sia che si tratti di malattia, di agonia prolungata o di impatto istantaneo.
Quindi, mentre volo, faccio fatica a elencare mentalmente tutte le statistiche di probabilità di precipitare proprio nel momento in cui l’unica cosa che vorrei è rimettere i piedi per terra.

Il collega seduto accanto a me cerca di distrarmi facendomi leggere un articolo sulla gestione delle emozioni in azienda. L’articolo è interessante, l’assistente di volo mi serve un bicchiere d’acqua.

Per un po’ continuo a sorseggiare quel bicchiere di plastica che stringo forte e poi, a momenti alterni, riprendo la lettura.
Bastano pochi istanti e, tra una riga e l’altra dell’articolo, sento la prima turbolenza. Non stiamo precipitando eppure quella turbolenza mi fa gettare per aria il testo che sto leggendo: voglio avere le mani libere per reggermi al bracciolo del sedile, per cercare un appiglio e sperare che quella posizione faccia svanire i movimenti.

Stavolta però nessun appiglio mi aiuta né mi consola.
Ancora movimenti dell’aereo, ancora turbolenze sempre più costanti. Si balla in mezzo al vento e il ballo non finisce in pochi minuti, prosegue per tutto il tempo del volo.
Comincio a lamentarmi e quel lamento sta per esplodere in un pianto disperato. Appena prima di scoppiare, però, qualcosa mi salva dalla disperazione atavica dell’ignoto. Appena prima che io scivoli nel baratro della mente la mano della passeggera seduta di fronte a me mi afferra.

Si tratta di una donna giovane, ben vestita, sembra abituata a volare.
Mi prende la mano e mi dice di stringerla forte. Con l’altra mano accarezza il dorso della mia.
Il suo sembra il gesto di una tenera mamma intenta a calmare la propria figlia in preda a quel tipo di panico che può far impazzire chi lo sperimenta.
Chi non lo hai mai provato, non lo conosce davvero perché il panico esiste e diventa reale anche se nessuno ti sta puntando un coltello alla gola. Il panico si manifesta anche in presenza di un pericolo supposto e ti risucchia finché non cerchi di buttarlo lontano.
La paura non si controlla, non si comprende, non si doma come fosse niente.
La paura è un buco nero che tenta di risucchiarti e di toglierti ogni facoltà mentale. Ti tira giù come fossi in preda a un vortice, come in mezzo a un tornado.
La mano di quella donna prova a tirarmi fuori dal tornado, mi trattiene appena sul bordo del baratro, al di qua di una voragine mentale nella quale si sprofonda con facilità come in preda alle sabbie mobili.

La guardo cercando di fare quello che mi chiede. Ripeto le sue parole e poi pronuncio una serie di “ok” a intermittenza, degli “ok” non molto convinti.

A volte è più facile disperarsi che lottare ed è più semplice cedere al vortice che restare fuori da quel vuoto.

  • Come ti chiami? — mi chiede la donna della mano
  • Laura — rispondo io
  • Io Loredana. Forza Laura, respira. Stai tranquilla. Qui tutti abbiamo paura ma ce la devi fare.

Ci parliamo e ci guardiamo dalla fessura tra i due sedili. Ad ogni movimento di quel balletto la guardo cercando conforto.
Tremo, non sudo più, la salivazione è azzerata.
La turbolenza prosegue e, anche se non sembra si stia preparando una catastrofe, per me quella è già una catastrofe da più di mezz’ora. Una piccola catastrofe personale, la catastrofe della mente paralizzata e del dubbio di non riuscire a resistere alla paura.

Vincere contro le proprie paure non è semplice. A volte è più facile precipitare dove vogliono loro.
La paura è un mostro rabbioso che rovista tra le tue budella. E più ti mostri arrendevole, più il mostro azzanna.

Mentre con la mano mi avvinghio a quella di Loredana, mi sento come in una scena del film Cliffhanger. Con la differenza che io non sono in bilico tra le montagne appesa per un guanto al braccio di Sylvester Stallone ma mi trovo al confine del mio baratro mentale… e più o meno con questa stessa espressione:

L’aereo è atterrato allietato da un vento forte, subito dopo sono scoppiata in lacrime per la felicità di avere di nuovo contatto con la terra. Ho rilasciato lo stantuffo della disperazione e tutto il tumulto di sentimenti che avevo messo sotto un tappo durante il volo. Come un vaso di pandora il mio volto si è riempito di pianto e la mia voce è stata rotta da mille singhiozzi.
Fosse stato per me, sarei stata felice anche se ci fossimo andati a schiantare in derapata appena dopo l’atterraggio. L’importante era essere a terra.
Sono scesa dall’aereo e quel volo, con annessi capelli bianchi in più sulla testa e dopo una ricostruzione degli eventi raccontata a parenti e amici in stile filmino delle vacanze, mi ha lasciato un profondo senso. Un senso di qualcosa che però non so spiegare.

Ci dovrebbe essere una morale da qualche parte di questa esperienza per me così mistica. Mi viene da pensare che si tratti della stessa morale che accompagna la scelta di affrontare le paure.
La spinta a proseguire il viaggio in noi stessi e nei nostri limiti parte da noi, a volte invece non abbiamo scelta e dobbiamo adattarci abbracciando il destino e ciò che ne consegue. Senza gli altri, però, la nostra forza può essere vana.
Il karma, poi, quel grande dono, ci aiuta ad avere accanto le persone di cui abbiamo bisogno nei momenti di paura o di reale pericolo.
Mi chiedo spesso quale legame si crei tra le persone vittime di incidenti e tra quelle che hanno condiviso una tragedia, uno scampato pericolo o anche solo un momento di forte paura come quello che ho vissuto io.

Ho ascoltato una puntata di Ettore Radio2 dedicata alla serie televisiva Lost.
La serie si conclude con una scena che è, dal punto di vista emozionale, sublime.
Il protagonista scopre di essere morto ed è il padre, morto anche lui, a fargli capire che una parte del viaggio è terminata. Ovviamente il protagonista è vittima di un disastro aereo, tanto per non farci mancare nulla nel repertorio delle catastrofi.
La fine, in fondo, è un nuovo viaggio che prosegue a partire dai volti e dalle storie delle persone che abbiamo avuto accanto nel momento della catastrofe, della paura o dell’avventura della nostra vita.

Qual è la morale allora? Magari ancora non la conosco. Forse il senso della mano di Loredana tesa verso la mia è racchiuso nelle parole del signor Shepard in Lost.
Morale 1: le serie televisive possono aiutarci a trovare le parole per dire quello che proviamo.
Morale 2: non so se salirò ancora su un aereo. Di certo non prima di aver assunto qualche goccina di tranquillante o, in alternativa, non prima di aver trovato una mano che possa reggere la mia stretta infernale.

– Questo è il posto che avete creato tutti insieme per potervi ritrovare.
La parte più importante della tua vita è stata quella che hai trascorso con queste persone. Ecco perché vi trovate tutti qui.
Nessuno muore da solo, Jack. Tu avevi bisogno di loro e loro di te.

– Per che cosa?

– Per ricordare. E farsene una ragione.

Ci abituiamo a pensare che al nostro vicino, allo sconosciuto, non importi nulla di noi. Ma non sempre questo è vero. A volte il nostro vicino ha più paura e ha bisogno di noi. Altre volte siamo noi ad aver più paura e ad aver bisogno che lui sia lì accanto a noi in quel preciso istante.

Tutti abbiamo bisogno di una mano che ci stringa.
Tutti abbiamo paura.

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Annie Spratt on Unsplash

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