Padre: il fischio di un treno che parte, le rime di una canzone

Ho conosciuto un padre.
Sorriso che si allarga generoso come una brioche aperta tra le mani, battuta sempre pronta ad esser tirata fuori dalle pieghe della tasca, animo buono e senza vanto come la luce che irrora le stanze nelle mattine di luglio inoltrato.
Le spalle curve sono ereditate dal passato, gli occhi vispi si avvinghiano al futuro perché vogliono una nuova strada da lastricare.

Se provo a pensare a un padre, penso a lui: il suo sguardo accogliente e familiare è la prima immagine che adesso si materializza se chiudo gli occhi.
Un padre come tanti, non il mio ma in qualche modo anche il mio.

I suoi occhi stretti cercano di aprirsi di più per vedere anche oltre la difficoltà di sostenere l’intensità della luce e di restare aperti.
Un padre che cita Demostene, che racconta dei libri e dei giornali letti attraverso gli occhi dei suoi figli.
Ricorda di quando cercava di spiegare loro come dare l’intonazione ai testi e alle parole a seconda delle pause da rispettare, dei punti e delle virgole.

Racconta il passato, non per lamentarsi del presente.
Gli interessa capire chi sei, non per affibbiarti etichette.

Delicatezza e dolcezza si esprimono naturalmente. Questo è uno di quei padri a cui penso quando penso alla parola padre.

È facile credere che il proprio sia il migliore o il peggiore dei padri possibili.
Nel primo caso lo accettiamo e lo ringraziamo, orgogliosi del lavoro che ha fatto con noi. Eppure non ci sono termini di paragone per stabilire se siamo stati in grado di imparare e se lui è stato davvero in grado di insegnarci qualcosa. Era lì ed era l’unico a poterlo fare.
Prendiamo per validi i suoi esempi, che sono i soli che abbiamo, e incrociamo le dita sperando di farne buono o cattivo uso.
Accettiamo i suoi scivoloni, perché noi ne abbiamo presi così tanti da aver perso il conto.
Quando crediamo che il nostro sia il peggior padre che potessimo avere, invece, impacchettiamo i suoi errori e ce li incolliamo addosso per giustificarci. A volte senza capire, a volte senza sapere.

Ogni padre, assente o presente, è autore di una nascita e della spinta che ci è servita per andare più in là, per raggiungere il corrimano, per aprire lo sguardo tanto quanto basta per allargare anche il cuore.
Credo alla parola padre, come ci credevo quando scrivevo le lettere a Babbo Natale con la fiducia che lui, un giorno, mi avrebbe risposto.
Senza il rancore dell’adolescenza, libera dalla presunzione di onniscenza dei trent’anni.

C’è un modo di percepire che va oltre le parole. 
Lo sviluppiamo a età diverse oppure non lo sviluppiamo mai. È quel modo di percepire che ci fa comprendere cosa c’è nel cuore di una persona, di un amico, di una madre, di un padre. Ed è quella la certezza migliore: la soddisfazione di sapere che le persone leggeranno in noi ciò che siamo realmente quasi come riesce a leggerci dentro un genitore.

Quando ci capita di ritrovare i nostri pezzi sparsi in giro o accuratamente archiviati in una scatola in soffitta, riviviamo le storie e le vite che abbiamo incrociato, rivediamo i biglietti dei tram, i pass dei musei, sfogliamo le cartine geografiche, le guide turistiche che abbiamo consultato per trovare un punto preciso sul percorso. Tutto ricorda luoghi, paure, nodi da sbrogliare, mete da raggiungere, labirinti dai quali uscire.

Così un giorno raccogliamo quei pezzi e li mettiamo in fila. Ci giochiamo come con i mattoncini: ognuno di essi, incastrato negli altri, ci restituisce un’immagine nuova di ciò che prima davamo per scontato.

Un padre, come una scatola di ricordi che apriamo dopo molti anni, è una macchina del tempo nascosta in ogni vita.

Amo i padri che sanno esserlo anche quando nessuno gli ha insegnato come fare, quelli che hanno saputo provare, che hanno voluto sbagliare, che hanno accettato la sconfitta, che hanno capito che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere padri, quelli lacerati da un dispiacere o da un rimpianto, quelli che minimizzano ogni goccia di sudore e la racchiudono dietro la smorfia di un sorriso.
Amo quei padri che non hanno provato a spiegare i sentimenti ma li hanno messi in pratica senza attribuire loro un valore.
Amo anche quei padri pieni di rimpianti, quelli che forse un giorno al termine della vita penseranno agli errori commessi e chiederanno di poter tornare indietro per un istante. Non per rimediare ma per avere l’opportunità di dare un bacio, una carezza. Per chiedere scusa o per ringraziare.

Mi piacciono pure i padri che non si arrendono all’idea di poter fallire, che ripetono a se stessi di aver fatto un ottimo lavoro anche quando è impossibile ritenersi soddisfatti. Quelli che non hanno insegnato ai propri figli il gusto della sconfitta e che non saranno mai soddisfatti della propria vita, quelli che hanno trasmesso ai propri figli che il valore di una persona si stabilisce in base al reddito, alla professione, al credo religioso.
Sì, anche loro sono degni di nota perché è grazie al loro esempio negativo che altre persone impareranno invece a dare grande valore alla vita e a ogni dono che essa concede. Senza invidie, senza incarognirsi per ciò che non si ha, senza guardare cosa c’è nelle mani dell’altro per sostenere che non se l’è meritato.
Perché la statura morale di una persona non è una spilla che ci si auto-appone sulla giacca, non è una moneta che si acquista in chiesa o al supermercato e la vita presenta il suo conto a tutti, anche a chi non vede il buono intorno e quindi non lo possiede nemmeno dentro di sé.

Un padre è una presenza interiore quotidiana che travalica la genetica e le circostanze nelle quali nasciamo. A volte è un’immagine idealizzata che costruiamo solo nella mente, a volte quella immagine la ritroviamo davvero negli altri.
Ma un padre non è uno soltanto: lo riconosciamo nelle strofe di una bella canzone, in una frase ascoltata in radio, nelle parole di un amico, nelle rime di un biglietto d’auguri, nelle filastrocche dei bambini.
È nello sguardo di chi ci saluta con un sorriso, in ogni pensiero sul futuro che cambia, in ogni tentativo che facciamo per non essere arrabbiati e in tutti gli sforzi per essere felici.

Un padre è anche nelle lacrime di una madre che ci guarda andar via di casa e si ritrova ad aprire i nostri cassetti vuoti, è nel pianto di un amico che ha perso tutto e ci stringe le mani per chiederci, con quella stretta, da dove ricominciare.

Vediamo padri in cento volti. Milioni di facce hanno incrociato la nostra, vite nascoste oppure ostentate. In alcuni di quei volti brilla una luce diversa: impossibile non riconoscerla.

steve-shreve-259824-unsplash

Photo by Steve Shreve on Unsplash

Se tu vedessi il cielo che cos’è
ci sono stelle grandi come te
io che comincio a sognare
non lo facevo da un po’
due grandi ali
stanotte, vedrai, volerò.
La terra si allontana dietro me
dimenticando tutto, anche te,
e volo sulla città
ora è un puntino laggiù
e volo in alto
più forte arrivando nel blu

(Fabio Concato, Rime per un sogno)

Padre, parola labile. Uno specchio d’acqua in cui rifletterci.
La riprendiamo in mano ogni volta che ci lasciamo cullare dalla melodia di un sogno.

Padre. Parola rannicchiata e breve. La possiamo usare per riempire un buco nero che non riusciamo a colmare o per scoprire che per colmare la paura del vuoto basta la tenerezza di un pensiero semplice.

Padre.
È il fischio di un treno che parte, è il rumore dei passi di chi si muove avanti e indietro sul bordo dei binari attendendo che arrivi il treno successivo.

Padre.
Una parola che non ci deve far paura. Non più ormai.

Ci penso da lontano da un altro mare un’altra casa che non sai
La chiamano speranza ma a volte è un modo per dire illusione
Ci penso da lontano e ogni volta è come avvicinarti un po’
Per chi ha l’ anima tagliata l’amore è sangue, futuro e coraggio

A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da lì mi sentirai se grido
Io non ho paura

Il tempo non ti aspetta
Ferisce questa terra dolce e diffidente
Ed ho imparato a comprendere l’indifferenza
Che ti cammina accanto
Ma le ho riconosciute in tanti occhi le mie stesse paure
Ed aspettare è quel segreto che vorrei insegnarti
Matura il frutto e il tuo dolore non farà più male e adesso alza lo sguardo
Difendi con l’amore il tuo passato
Ed io da qui ti sentirò vicino
Io non ho paura

E poi lasciarti da lontano
Rinunciare anche ad amare come se l’amore fosse clandestino
Fermare gli occhi un istante e poi sparare in mezzo al cielo il tuo destino
Per ogni sogno calpestato ogni volta
Che hai creduto in quel sudore che ora bagna la tua schiena
Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno.

Io non ho paura
Di quello che non so capire

Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere

Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà

(Fiorella Mannoia, Io non ho paura)

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Copertina: Photo by Steve Shreve on Unsplash

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