La paghetta non paga

A 24 anni, alla vigilia della mia laurea specialistica, pagai la rilegatura della tesi con gli ultimi soldi che avevo da parte. Ma quella piccola cifra non bastava così vendetti al banco dei pegni alcuni ammennicoli ricevuti in regalo per la mia prima comunione.
Gioiellini di poco valore mai utilizzati e dai quali non avrei potuto ricavare molto ma quanto mi sarebbe bastato per pagare la rilegatura, un piccolo aperitivo per pochi amici, la torta, le candeline a forma di lettere per riprodurre la scritta “Dottoressa Ressa” e vantarmi con un po’ di autoironia.

Alcuni mesi prima abbandonai, per niente dispiaciuta, un lavoro come babysitter che mi stava togliendo la serenità e a volte il sonno.
Avete presente quegli incubi in cui entri in casa per accudire i bambini e la loro madre vi investe di responsabilità pedagogiche che neanche la Montessori?
Tipo: convincerli a studiare nonostante gli sia stato concesso di non farlo, assistere alle loro finte crisi epilettiche quando cercavo, con il metodo Stanislavskij, di arginare tale pazzia in un rassicurante “dai ti aiuto io a fare i compiti, alzati da terra per favore”.
Avete presente quei datori di lavoro che se potessero vi chiamerebbero con il cerca-persone dei medici? Perché essere babysitter è una missione e loro vi chiamano anche alle 14.00 di un giorno non lavorativo per dirvi che dovete correre da loro, mentre siete a tavola con il pranzo a metà. Il tutto per una paga da far ridere i polli.
Ecco, parlo di situazioni del genere: dalle quali una persona ancora sana di mente dovrebbe scappare prima di ritrovarsi ammalata dall’oggi al domani.

Beh, con l’ultimo stipendio di quel lavoro decisi di comprare un cellulare nuovo. Nulla di che, non era uno stipendio da cellulare di grossa cilindrata. Riuscivo a fare la ricarica a malapena a mesi alterni (o meno), figuriamoci. Mi entusiasmai per un semplice e proletario Nokia da battaglia.
Visto che la tenera mammina dei pargoli mi disse che si aspettava che li avrei accuditi (spesso con lei presente in casa) finché non sarebbero stati autonomi [vedi: diciottesimo anno di vita] e dato che, a seguito del mio folle gesto di abbandonare il lavoro dando persino 1 o 2 settimane di preavviso, mi disse che “volevo solo sbarcare il lunario per qualche mese”, approfittai per sbarcarlo davvero il lunario.
E infatti sbarcai in un negozio di telefonia: il mio vecchio cellulare stava per tirare le cuoia e quei soldi unti di bile non volevo tenerli in tasca un minuto di più.

A 22 anni, con il denaro messo da parte tra lavoro di babysitter e borsa di studio universitaria, mi pagai la solita rilegatura in triplice copia (stavolta della tesi triennale), una morigerata festicciola in casa per pochi eletti, la torta.
Ne ricavai una lista regalo con la quale riuscii a prendere il mio primo PC, si trattava di un piccolo notebook. Dovetti aggiungere la differenza per poterlo comprare.

A 19 anni (torniamo indietro nel tempo) riuscii a iscrivermi all’università con i soldi di una borsa di studio ricevuta durante il periodo scolastico. Una vera botta di c*lo se consideriamo pure che le iscrizioni e le tasse universitarie dei successivi anni riuscii a coprirle quasi in toto con due borse di studio universitarie ottenute per reddito (basso) e numero di esami conseguiti, e una serie di rimborsi sempre molto graditi e sempre molto inaspettati.

Insomma mi è andata bene ma ho sempre cercato di lavorare senza stare ferma per troppi mesi. Anche mentre studiavo, anche quando non mi andava o avrei voluto cominciare a cercare lavoro soltanto dopo la laurea, come ha fatto la maggior parte dei miei amici dell’epoca.
Perché lo studio viene prima, no? Per tutto il resto c’è Masterca… ehmm volevo dire i soldi di mamma e papà.


Andiamo in avanti nel tempo. Ho 22 anni. Nel giorno della mia festa di laurea triennale, quella fatta in casa, decido che è tempo di cominciare a uscire almeno il sabato sera. Prima di allora avevo messo il naso fuori casa solo in occasione dei super-mega diciottesimi e di qualche festa parrocchiale.
Neanche per i miei 18 anni ero uscita: mia madre e mia sorella organizzarono una bellissima festa a sorpresa tra le mura domestiche con gli amici più stretti. Lo apprezzai in quel momento ma lo apprezzai ancor di più in seguito, quando vidi come si svolgevano di solito i diciottesimi dei miei coetanei. In locali e discoteche, con enormi buffet, bomboniere, torte a tre piani. Una festa di matrimonio sarebbe costata meno.

Tutto concesso per i neo-diciottenni, e a fronte di cosa? Del fatto di essere bravi figli? “Quello è il minimo del tuo dovere”  –  mi ha sempre ripetuto mia madre.
All’epoca questa frase faceva male, era una lama affilata che mi tagliava fuori dall’idea di adolescenza che avevo in testa.
Poi ho capito che non serve fare la vittima e guardare cosa hanno gli altri.
Devo tutto a quella frase di mia madre!

Non ho mai partecipato nemmeno alle uscite serali con i compagni di liceo.
Sì, ogni tanto avrebbe potuto concedermela un’uscita serale anche se avevo solo 15 anni.
Ma poi ho pensato: meglio non averlo fatto che essere uscita perché “fai vedere che esci, sennò cosa devono pensare i compagni di classe?”  – frase pronunciata dai genitori di qualche mio coetaneo.

A 22 anni decisi che era tempo di uscite. Per poter uscire la sera però bisognava avere i soldi per pagarsi pizza e bevanda.
In saccoccia avevo qualche rimasuglio del lavoro e dei rimborsi tasse, cifre basse ma per me enormi con le quali sarei riuscita a coprire le mie piccole spese e le famose pizze del sabato sera.
Per evitare di andare dal parrucchiere mi comprai le forbici professionali e cominciai a tagliarmi i capelli in autonomia. C’è stata una fase della mia vita in cui sperimentare il fai-da-te con i tutorial YouTube mi piaceva tanto! Peccato che per capire come fare il taglio scalato vidi un tutorial per capelli lisci. E io ce li ho ricci.
Memorabile la volta in cui la sperimentazione diventò film horror: usai un decolorante per capelli e mi trasformai in una via di mezzo tra Titti il canarino e Billy Idol.

C’è stato anche il capitolo call center, come in tutte le migliori storie tristi.
Un luogo di lavoro in cui ho fatto le conoscenze peggiori della mia vita, quelle che ti fanno capire fin dove può arrivare la perversione umana.
In quel periodo mettevo da parte i soldi come Pollicino che torna indietro raccogliendo le molliche. Giorno dopo giorno, una briciola alla volta, arrivando a lavoro a piedi senza sprecare neanche i soldi per l’autobus (4 km ogni giorno).
Accettavo lavori onesti, normali, non usuranti ma di certo non i lavori della vita. Quelli che tanti giovani accettano per mettersi alla prova, per pagarsi la birra e in alcuni casi l’affitto.

Mi sono fermata pochissimo, e quando sono stata costretta a non lavorare ho ridotto drasticamente le mie uscite del sabato sera.
Di lì in poi ho continuato senza sosta: babysitter per vari bimbi (anche per figli di madri sane di mente), una marea di tirocini (in uno di questi mi venne anche chiesto di comprare le chewingum per il capo e ritirare il caffè dal bar  – semo gente multitasking).
Poi finalmente i primi stipendi degni di questo nome.
Sempre a testa bassa, sempre sentendomi, ovunque, l’ultima arrivata che deve imparare tanto.
Sempre mettendo un passo dietro l’altro in punta di piedi, con la convinzione di non essere mai arrivata e che la strada costa una messa in discussione costante di ciò che sono e di ciò che so fare.

Non ho mai pompato le mie esperienze, come alcuni fanno dopo appena tre mesi di lavoro, credendo di aver fatto chissà quale sacrificio a San Gennaro.
Il lavoro è lavoro, nulla di eclatante finché non sei in miniera o non trasporti mattoni. Un dovere direi, una necessità, un privilegio, una passione per i più fortunati. Meglio se svolto nel rispetto reciproco.
Ma il lavoro non è il sacrificio di Isacco, tanto per intenderci.

Da adolescente decisi che a mia madre non avrei chiesto soldi, e così ho fatto.
Accettavo di buon grado le buste da 50 euro a Natale ma non più di quello e se avevo bisogno di liquidi, contavo a quanto ammontava l’avanzo in saccoccia.

Da bambina e da adolescente non ho mai avuto un conto in banca alimentato dai nonni per farmi iscrivere a Oxford, come si usa fare adesso anche per i bimbi più piccoli che pare abbiano un conto corrente già dal giorno della nascita.
Ai tempi miei non si usava. Al massimo mettevamo sotto al mattone le 100 lire. La nonna ogni tanto mi passava qualche bustarella, in stile pusher, con dentro i soldi per comprarmi il gelato ma né io né mia sorella abbiamo mai pensato di devolvere quei soldi per l’iscrizione alla Oxford University.
D’altronde con 5.000 lire era pure difficile ambire anche solo alla Normale di Pisa.


Insomma una vita di stenti – penserete voi dopo ‘sta filippica.
‘Na donna che vuole dirci di essersi fatta da sé senza i soldi di mami e papi.

No, non mi sento così ma sono stata una privilegiata perché ho scelto di non chiedere, neanche i soldi per pizza e bevanda.
Sapevo che se non avessi avuto i soldi, per una sera o due mia madre me li avrebbe prestati. Ma non mi sentivo nella posizione di poterli pretendere ogni sera di ogni santo sabato di ogni santo anno della mia gioventù.
E sappiamo bene quanto possa protrarsi a lungo la gioventù di questa nostra sciagurata generazione di figli abituati, e allo stesso tempo costretti, a sprofondare nella bambagia come si sprofonda nelle sabbie mobili.

Senso del dovere? No.
Senso di qualcosa che si chiama sudore. Di qualcosa che si chiama merito. Attenzione, non un merito legato al profitto nello studio o ai 30 sul libretto universitario. Nella mia famiglia quel tipo di conquiste non sono mai state considerate meriti ma doveri portati a termine.
A ogni buon voto non corrispondeva certo un regalo o una somma in denaro ma la famosa frase “hai fatto metà del tuo dovere”.

Non si è trattato quindi di senso del dovere quando decidevo di non chiedere, ma dell’idea che se voglio qualcosa non la devo prendere con i soldi che mamma mi lascia sulla credenza [per inciso: a me non li ha mai lasciati e la ringrazio per non averlo fatto].

Mentre scrivo queste righe mi tremano le gambe: un riflesso incondizionato di un’adolescenza e, ora, di un’età adulta che cerco di vivere aspirando all’accettazione dei limiti e delle possibilità. Con la fiducia in un domani in cui “andrà meglio” o “potrò comprare quella bella borsa”.
Un’infanzia e un’adolescenza fatte di piccole rinunce a gite e a viaggi di studio o di svago, che per una ragazzina sono importanti perché tutti li fanno.
Dall’età di 5 anni avevo già disimparato cosa fosse un viaggio o una vacanza estiva.
Eravamo tre in famiglia (senza contare la nonna) ed eravamo senza macchina. Di viaggiare non se ne parlava. Per ogni spostamento utilizzavamo gli autobus: dalla mattinata al mare alla visita medica tutto era regolato secondo gli orari dei mezzi pubblici.
Non era un problema insormontabile, tante altre famiglie hanno dovuto e devono fare come abbiamo fatto noi. Era la normalità: non ci mancava il piatto a tavola ma il superfluo sì. Quel superfluo che per tanti miei amici era la normalità, qualcosa di scontato, di dovuto.
Quando si avvicinava agosto i miei amici si dicevano contenti dell’imminente viaggio con la famiglia perché “mi ci vuole un po’ di relax, stacco dalla routine, dimentico lo stress”.
Stress??? A 16 anni? Parlo degli stessi sedicenni che magari si stressano anche a 18 anni, a 20 e a 30 anni pensano di avere già il peso della prima guerra mondiale sulle spalle pur non avendo combattuto neanche la battaglia per essere autonomi.

L’idea astratta del se-voglio-prendo-con-le-mie-forze non potevo capirla da adolescente. Lo devo quindi a mia madre, che non ha mai dato per scontato che le cose si possano comprare o raggiungere senza sudore.
Che mi ha fatto piangere e disperare mentre volevo prendere a pugni la parete quando non uscivo di casa e mi arrabbiavo per le ragioni sbagliate.
Davanti al muro della mia camera, mentre piangevo disperata per privazioni piccole, stavo imparando più cose di quante forse ne avrei imparate in una di quelle gite scolastiche mancate.
Stavo forse imparando prima dei miei coetanei, solo che mentre io piangevo loro erano a Parigi a fumare canne nei corridoi di un albergo.
Li invidio ancora un po’, ma oggi sicuramente meno di allora.

Alla fine a Parigi ci sono andata. Da sola. Per 5 giorni. Con i miei soldi.
A 28 anni anziché a 17. 

E quando dico che ci sono andata con i miei soldi non parlo dei famigerati “risparmi”, ovvero di quelli che si accumulano con le paghette, i regali in denaro e i lasciti dei nonni. Intendo proprio i soldi che ho guadagnato lavorando.
Si fa presto a parlare di risparmi e di sacrifici: sono parole vacue che di solito abbondano sulla bocca di chi quei risparmi li ha ricevuti in dono, con nonchalance, e poi li ha accumulati sul conto corrente o nella pancia del porcellino.
Risparmi Sacrificio sono termini usati e abusati da chi non ne conosce il significato.

Fu meraviglioso quel viaggio a Parigi! Non vorrei indietro tutte le canne o le gite del mondo perché lì scoprii che farcela con le proprie forze centuplica le conquiste.
Presi ciò che volevo e tanto mi bastò per farmi sentire, per qualche istante, sulla vetta più alta del mondo. Con la mano congelata e il gesto di vittoria che svetta nel cielo mentre le mie dita diventano bastoncini di pesce surgelato.
Io piccola, raggomitolata in un cappotto che mi faceva sembrare ancora più nana, con il cappellino e i guanti di lana a coprirmi per evitare di trasformarmi in cella frigorifera. Non fermavo i passanti per vendere fiammiferi ma per chiedere di fotografarmi con la Tour Eiffel sullo sfondo. Sorridevo e mentre dicevo cheese battevo i denti.

tour_eiffel

io e la Tour Eiffel

Le lacrime versate da adolescente davanti al muro bianco in quel momento si cristallizzarono sul volto. Diventarono fiocchi di neve sugli Champs-Élysées e gocce di pioggia di fronte alla Reggia di Versailles tutta per me.

Alla fine sono andata a Parigi sì, e ho vissuto a Torino.
Le stesse lacrime versate da me anni prima le ho riviste il giorno della mia partenza, ma sul volto di mia madre mentre cercava di nasconderle salutandomi con la mano dal ciglio della strada di casa.

A Torino pagavo affitto, cibo, musei e concerti con i soldi del mio lavoro e parlavo in inglese con le coinquiline, che vedevano nella mozzarella del supermercato il loro biglietto per il paradiso.
Ridevamo insieme. Mangiavamo insieme. E nel mezzo stavamo crescendo come se non ci importasse saperlo, come se non fosse importante saperlo. Come se non stessimo facendo nulla di straordinario.

Nulla per me era straordinario di quello che c’era dentro di me.
Era invece straordinario tutto ciò che vedevo intorno, e così è stato sempre.

Un allenatore di marcia una volta disse:
Quando allenerete i ragazzi qualcuno di loro durante un esercizio potrebbe dirvi “Ahi, non riesco a farlo” e voi risponderete “Bene! Hai una cosa da migliorare e devi essere contento di sapere qual è il tuo problema. Immaginati se sapessi fare tutto e non avessi niente su cui lavorare.”


Qualche giorno fa un ragazzo appena uscito da scuola ha detto al suo amico “ho scordato a casa la 10 euro che mi avevano lasciato sul mobile”.
Negli anni ho visto i miei coetanei ripetere il gesto di prendere i soldi lasciati sulla credenza dai genitori quasi come fosse un rituale.
La scena mi ha sempre inorridito perché pensavo a tutti i dannati sabati e a tutte le dannate spese che facevo con le mie sole forze. Ne conservavo persino gli scontrini: li ho ritrovati poche settimane fa, sbiaditi e ingialliti stretti stretti in una busta. Li ho buttati.
Me ne sono liberata perché non ho più bisogno di ricordarmi che ce la posso fare.
Non penso di essere avanti nell’evoluzione della specie, ho solo capito che riesco a farcela da sola e che posso farcela ovunque io vada, avendo una spalla che c’è per un po’ se stramazzo al suolo ma che non c’è finché posso sforzarmi di restare in piedi con le mie gambe.

Caro giovanissimo pargolo che hai scordato di prendere i soldi, la tua dimenticanza è quasi un coraggioso atto sovversivo involontario.
È un bene che tu abbia dimenticato quella banconota da 10 euro lasciata lì, alla tua mercé, come fosse un atto dovuto.

La paghetta, lo scoprirai più in là, nella vita non paga.

I figli non si pagano!
(Filumena Marturano)

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
frasivolanti di frasivolanti.wordpress.com/ è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


L’articolo è anche su Medium


Copertina: Matrimonio all’italiana
GIF: Giffetteria

Annunci

2 pensieri su “La paghetta non paga

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...