All’amico che non ho ancora conosciuto

I fianchi pesanti sembra stiano trasportando enormi massi, il petto è gonfio ma non sai di cosa. Fai fatica a reggere il groviglio che ti si appoggia sul cuore e la gola si è trasformata in una matassa avviluppata su se stessa.
Nulla di strano o innaturale, è solo la vita che si dispiega. La vita che si mostra nella sua infame e brutale bellezza, scomoda da accettare, dura da digerire, impossibile da comprendere ma allo stesso tempo dolce, conciliante, comprensiva, emolliente.

La morte lascia senza fiato i vivi, soffoca il pianto negli occhi. Rende di vetro gli sguardi, incastrati tra l’impossibilità di esplodere e l’esigenza di farlo per negare ogni dolore, ogni rimpianto, ogni abbraccio non dato.
Resti immobile, indeciso sulla reazione migliore da avere. Una reazione che sembri giusta a chi resta e a chi è andato via chissà dove.

Quando non capita a te, ti chiedi cosa faresti se capitasse a te e i brividi ti attraversano da parte a parte. Quando capita a te, chiedi agli altri come farai ad andare avanti.
Ti ripeteranno che non sei solo ma non sempre quella promessa verrà mantenuta e, una volta chiusa la porta dietro di te, continuerai a chiederti come fare. Il più delle volte potresti essere da solo a domandartelo.
I quesiti si accavallano, non riesci a contarli. Sono troppi.
Le risposte, inversamente, scarseggiano e fanno un passo indietro.

Pensiamo di avere risposte buone e giuste per ogni situazione finché arriva il momento in cui non sappiamo che dire. Il fiato non vuole entrare in scena. I luoghi comuni sulla vita che rinasce li abbiamo dimenticati, la vita eterna ci sembra un concetto da fiaba e non ricordiamo più quel motto o quella frase di conforto che adesso ci avrebbe fatto comodo.
Un vuoto rende la testa leggera, ci puoi gridare dentro e sentiresti una enorme eco che non torna indietro. Una sensazione che assomiglia a quella provata quando il professore interrogava a sorpresa e non avevamo studiato.

La vita coglie impreparati e studiarla bene quanto è difficile! Quanto è faticoso rendersi conto che è proprio quello il capitolo più importante!
La nascita e la morte sono rispettivamente la prefazione e la postfazione di un libro di cui spesso vogliamo leggere solo i capitoli intermedi, saltando qua e là anche qualche paragrafo.
Nessun appiglio. Nessun appello. Nessuna revoca se non abbiamo studiato cosa viene prima e cosa viene dopo. Nessun Impreparato, torna domani.

Eppure la morte riesce a scuoterci più di ogni altra cosa anche quando passa a pochi metri. Anche quando sembra sfiorarci appena e non riguardarci. Anche quando pensiamo che basti voltare lo sguardo per pensare ad altro e far ritornare la serenità nel nostro cuore.
La gioia non è altrove e non la si ottiene voltando lo sguardo. Davvero, non è altrove! Questo vuol dire che possiamo trovarla anche negli eventi che fino ad oggi abbiamo considerato atroci.
La morte ci scuote quando scopriamo che ogni pensiero ci racconta qualcosa di chi, ora, non possiamo conoscere o non abbiamo fatto in tempo a salutare.
Come cantava De Gregori a proposito della Storia, anche la morte (e la vita) non si ferma davanti a un portone. Entra nelle case e le brucia.

Di te sapevo poco, quasi nulla, quando eri qui.
Qualche foto, qualche frase. La promessa di conoscerti alla prima occasione utile. Null’altro.

Eppure oggi ogni racconto mi narra un prezioso tassello del tuo cammino, durato pochi anni ma così visceralmente umano e vero in ogni cellula del tuo corpo e in ogni giorno del tuo percorso.
Fosse anche soltanto per dirmi del sorriso che hai riservato a un passante o del gesto di cortesia verso un conoscente, i tuoi cari ti ricordano costantemente e a me sembra di conoscerti da lungo tempo. Uno di quegli amici che non vedi l’ora di riabbracciare perché emanano calore a ogni respiro, verità e purezza del cuore a ogni sguardo.
In quei momenti l’angoscia si traduce in pace e le lacrime diventano gocce di rugiada. Sembra di sentire il profumo di un prato in fiore e il petto è ancora gonfio ma ora in esso riconosco serenità, gioia, luce.
Una luce che viene da fuori e irrora le arterie. Che si dirama veloce e che mi è stata donata senza che facessi nulla di speciale per riceverla o meritarla.

Per te il non esserci più è l’esperienza più sublime dell’esserci per davvero, l’apice che rende unico ogni ricordo, il miracolo che instilla immagini reali anche in chi, prima, non le aveva perché non ti conosceva.
E probabilmente questo miracolo non accade a tutti, accade alle persone che hanno portato scie di luce nelle vite degli altri. Che sia stato per un giorno, per un’ora o per quel pezzo di vita che è stata vissuta, la luce che sei stato in grado di emanare fa venire i brividi anche a chi la sente addosso senza averla mai vissuta direttamente.
Un miracolo forse. Un’esperienza che, per la prima volta, mi accoglie in tutte le mie piccolezze.

Compito arduo per noi, intrisi di egoismo e rancori, capire cosa sia la morte. Compito ancor più arduo capire cosa sia stata la vita di qualcun altro. Diventare un pensiero, un messaggio, un sorriso, una risata, una discussione attorno a un tavolo, un tè delle cinque. Questo è il modo più solido per continuare ad esserci.
Eri affamato di conoscenza, desideroso di ascoltare, aggrappato agli altri senza stringerli a te con le catene.
C’è chi riesce a farlo, travalicando anche l’essenza stessa di questa vita. Ora lo so perché me lo stai insegnando tu, anche se non ti ho ancora conosciuto. Anche se qui non ci sei.

Tutti diventano buoni dopo la morte. La livella ci rende ingiudicabili, tutti angeli.
No, per me un ricordo affettuoso rimane solo nella testa dei cari, dei familiari.
La pensavo così prima di conoscere la tua storia e di capire quanto un ricordo riesca a rompere le pareti della parentela per diventare bellezza condivisa, un fiore così prezioso da non poter restare nelle mani di pochi.

La morte non era quell’avvenimento atroce di cui è vietato parlare? Non sembrerebbe, sembra invece che tu mi stia dicendo che la morte non è come la immaginavo.
Ci conosciamo anche se non mi hai mai stretto la mano per presentarti. Eppure quella stretta mi arriva forte e precisa tra le mani, mi sembra di sentirla e mi riscalda quando ho le mani fredde. Arriva come un regalo non atteso, come se mi avessi messo sul palmo una scatola infiocchettata.
Difficile etichettare una cosa del genere.
Suggestione? Eccessiva sensibilità? Emozione incontrollata? Sbalzi d’umore?

La morte va raccontata. Se tu non lo avessi fatto ora avrei più difficoltà a cercare di capire la vita, allontanerei ancora da me il pensiero della fine.
Probabilmente negherei di voler conoscere sul serio cosa significhi vivere perché spesso la vita fa molta più paura della morte ed è da lei che scappiamo.
L’enorme groviglio in gola non è fantasia, né suggestione, né meteoropatia. E’ un sentimento reale che si muove da un meandro profondo e sconosciuto della mia coscienza.
Ovunque tu sia adesso, da lì la tua connessione prende certamente benissimo.
Se tendi l’arco e centri bene il bersaglio, continuerai a colpire dritto le persone che ancora non ti conoscono e quelli hanno avuto l’occasione di farlo, per poco o molto tempo.
Il tuo sarà un colpo sicuro, dolce, fermo, percepibile.

A presto dunque. Lieta di conoscerti senza averti ancora conosciuto.

[A Daniele] 

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Photo by Robert Collins on Unsplash

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Robert Collins on Unsplash

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