Lettera a te stessa adolescente

Hai passato una bella serata?
Sì, in fin dei conti sei contenta. Hai salutato gli amici e ora sei rientrata a casa in punta di piedi per non svegliare nessuno.
Rigiri la chiave nella serratura e togli le scarpe. Se hai voglia ti strucchi, altrimenti di corsa nel letto tra le coperte e il pigiama. In quello spazio tutto tuo in cui la mente vaga.

In quello spazio in cui immagini un futuro luminoso di cui sei impaziente di costruire la strada. Così chiudi gli occhi, almeno per sognarlo mentre aspetti che diventi reale.
Ti rigiri nel letto. Sei stesa su un fianco, sorridi. Pensi: si è parlato tanto stasera e si è riso. Soprattutto degli assenti.
Senti che la coscienza ti sta guardando ma tu, ridendo, le rispondi: Che fa? Siamo giovani, si scherza senza cattiveria.
Ci piace parlare degli altri. Un po’ di pettegolezzo non ha mai ucciso nessuno, anzi stasera non avremmo avuto molti altri argomenti se non avessimo ascoltato chi ci faceva il resoconto dei fatti altrui.

Ma sì, deve essere proprio così. Non facciamo nulla di male.
Che gruppo di mattacchioni che siamo!

 

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Notte fonda. Sei nel letto e ti giri dall’altro lato. Devi alzarti per andare in bagno.
Accendi la luce. In un batter d’occhi sono passati 10 anni e tu sei una donna. O almeno ti sforzi di esserlo nel miglior modo che conosci.

Il mascara è colato via. Ora ti trucchi di rado ma lo fai ancora con piacere, se non fosse per la fase latte detergente: quel fastidioso momento nel quale ti penti amaramente di esserti truccata.
Lo sguardo che ora si riflette allo specchio del lavandino è quello di un passato fatto di contingenze e di un presente fatto di scelte e prospettive.
Lo sguardo di chi crede ai propri sogni e non li butta via. Di chi la mattina vorrebbe sempre poter pucciare un pacco intero di biscotti nel cappuccino mentre in radio passa una bella canzone.
Lo sguardo di chi si fida e crede che le cose si cambiano da dentro e non cercando colpevoli.

Ti piace ancora scherzare ma hai capito che non fa rima con offendere.
Ti piace ancora parlare degli altri ma solo se quegli altri sono seduti con te allo stesso tavolo.
Ti piace tanto ascoltare, ma solo se chi stai ascoltando non insulta, non parla per luoghi comuni e frasi in prestito.
Ti piace la parola Giudizio, ma solo se si tratta di quello Universale e chi te ne parla non pensa di essere Gesù redivivo.
Ti piace parlare di te, ma solo se sai che la tua confidenza non verrà pubblicata sul giornale locale o spifferata come un pour-parler o un diversivo alla noia.
Ti piace parlare con gli altri, ma solo se nei loro occhi trovi onestà, libertà di dire e di essere ciò che si è, verità.
Ti piace chi predica bene ma preferisci chi razzola meglio di come predica.
Ti piace parlare anche del beltempo o del maltempo se non hai abbastanza argomenti di conversazione.
Ti piace ridere, non deridere.
Ti piace chiedere, non per curiosità ma per empatia.
Ti piace di più non chiedere, per lasciare a chi parla la libertà di decidere cosa raccontarti.
Ti piace chiedere al diretto interessato se vuoi sapere qualcosa di lui.

Ti volti. Spegni la luce. Esci dal bagno e torni nel letto.
Tiri su la coperta. Ti giri su un fianco per riprendere sonno.
No, non farlo!
Dico proprio a te, a te stessa adolescente: non chinare lo sguardo sul passato!
Chiudi gli occhi ma non riempire i sogni con il rimpianto: quello di non aver detto al momento giusto e alle persone giuste che stavano dicendo le cose sbagliate.

Si è giovani: è quello il momento per sbagliare! E anche tu hai sbagliato.
Hai sbagliato ogni volta che non hai avuto il coraggio di parlare o ti è mancato il fiato.
Hai sbagliato quando hai pensato che andava bene così.
Hai sbagliato quando ti sei morsa la lingua e quando non l’hai fatto.
C’è un punto in cui però devi darti tregua. Un punto dal quale non permettere agli errori che hai fatto di scavare un tunnel.
Adesso non ti resta che imparare a riconoscere gli errori di chi giovane non lo è da un pezzo e continua a commettere i soliti sbagli da 20 anni.

D’ora in poi puoi imparare a perdonarti.
D’ora in poi saprai come si risponde a chi ti rivela senza motivo una confidenza altrui.
D’ora in poi saprai come si controbatte a chi offende gratuitamente, o cosa dire quando ascolti gli insulti estetici rivolti a persone assenti.
D’ora in poi saprai cosa dire a chi fa della propria tristezza uno strumento per assicurarsi vicinanza e affetto.
D’ora in poi la strada te la sceglierai e ti sforzerai di seguirla con coerenza.
D’ora in poi alla fine di un viaggio, alla fine di una giornata o di una serata in compagnia ti chiederai: cos’ha imparato il mio cuore? A vivere o a continuare a sopravvivere? A conoscere gli altri o a convincermi che sono meglio di loro? A condividere un’emozione con chi mi sta accanto o a condividere una foto con la quale illudermi di non esser sola?

Dev’essere questo il senso della giovinezza: farci pentire per quello che non abbiamo detto. Farci comprendere per la prima volta la parola errore.
Perché se sbagli e non lo ammetti o se ripeti a te stesso che non hai detto/fatto nulla di male, trincerandoti dietro un stavo scherzando, tu rimani fermo dov’eri a 15 anni e il tarlo, dentro, continua a crescere guidando ogni tuo passo.
Ti fa credere che puoi dire tutto (tanto stai scherzando) ma fa diventare anche la tua vita uno scherzo: uno scherzo ciò che fai, uno scherzo ciò che dici, uno scherzo ciò sei per gli altri e per te stesso. In definitiva, uno scherzo della natura.

Sì, dev’essere questo il senso profondo dell’essere giovani: passare dalla ricerca di approvazione alla ricerca di se stessi. Dal resoconto di fatti alla conoscenza della realtà, dall’amicizia in offerta al supermercato alla consapevolezza di un cammino atteso e, infine, voluto.

Sì. Dev’essere questo il senso della gioventù: insegnarci a diventare persone.
E, per chi ci riesce, insegnarci a diventare persone reali.

 

Laura Ressa

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