Tu vuo’ fa’ l’HR? Quale futuro per la professione di recruiter

In Italia il settore professionale delle Risorse Umane è spesso affollato e confusionario.
Lo appuro quando sento tanti candidati lamentarsi delle modalità con le quali vengono condotti i colloqui di selezione.
Alla base del malcontento c’è la convinzione che tutti possano ambire a lavorare sulle persone? L’improvvisazione è la chiave di volta?
Per qualcuno forse sì e può aprire tante porte: siamo tutti psicologi, siamo tutti un po’ creativi, siamo tutti il cugino bravo.

Il pressapochismo può radicarsi sia nei luoghi formativi sia nei luoghi di lavoro ma la linea guida per il cambiamento dev’essere costruttiva.

human-73329_640In tanti, soprattutto negli ultimi anni, si sono buttati nella mischia HR per moda, per inventarsi una professione o per uscire dalla crisi e cercare di ricollocarsi sul mercato occupazionale.

Il vero business però non sempre coincide con un aumento delle opportunità occupazionali ma con un incremento del numero di corsi di formazione e di specializzazione.

Da un lato assistiamo alla lotta tra centri formativi che fanno a gara per attirare nuovi iscritti, dall’altro lato i tantissimi aspiranti recruiter o HR manager si fanno concorrenza per accaparrarsi le poche opportunità di lavoro esistenti.
Sarà così che continueranno a funzionare le cose nei prossimi anni?

C’è sostanza dietro la forma di un futuro lavorativo costruito sulle promesse dei centri di formazione?
Le risposte non sono ancora ben definibili e assolutistiche ma alcuni punti fermi esistono ed è da quelli che si potrebbe ripartire.


1) Per lavorare con le persone bisogna essere umani, esercitare empatia, essere consapevoli di trovarsi di fronte a persone e non a numeri in una tabella.
Ed è necessario aver imparato a fare tutto ciò nella propria vita, essenziale punto di partenza per chi vuole mettere queste caratteristiche personali al servizio del proprio lavoro e delle persone.
Questa professione richiede una spiccata vocazione e le conseguenze derivanti da chi non sa esercitarla sono sotto gli occhi di tutti: mancanza di feedback, domande sbagliate, colloqui rimandati all’ultimo secondo o condotti con poca serietà, poche informazioni fornite ai candidati in fase di selezione, lunghi tempi di attesa per il candidato.

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2) Una vocazione non è quantificabile e non esiste un modo infallibile per misurarla.
La capacità di trovare la persona giusta al momento giusto sembra essere il grande sogno inseguito da tante aziende, una chimera da conquistare a colpi di tecnologia.
Tuttavia il senso comune ci insegna che non è tutto oro quel che luccica ed Enrico Scarlato lo spiega bene in questo articolo pubblicato su SenzaFiltro.

3) Lo staff Risorse Umane è il biglietto da visita per far veicolare l’immagine dell’azienda.
In passato mi è capitato di osservare molti recruiter incaricati di farsi portavoce delle aziende nelle quali lavoravano.
Li ho visti pubblicare annunci di lavoro dai propri account social personali senza specificare importanti dettagli sulla posizione offerta. Alcuni di essi scrivevano vere e proprie antologie su Facebook per raccontare al mondo la tormentata strada che li aveva portati al riconoscimento come professionisti delle risorse umane. Alcuni di essi hanno realmente maltrattato il proprio ruolo professionale, e di conseguenza anche l’immagine dell’azienda nella quale lavoravano.
Parlare di lavoro come se ci si trovasse davanti alla vetrina di un negozio non è mai la scelta migliore. La professionalità non è un abito con le paillettes fosforescenti da sfoggiare senza criterio in ogni situazione e, in definitiva, non è un abito da indossare forzatamente anche quando non ci sta bene addosso.

 

4) Le competenze si acquisiscono, non si acquistano.
Pensare che si debba studiare prima di tutto per conseguire un titolo e non per imparare un mestiere o una professione è un’idea che rischia di diffondersi anche grazie ai tanti corsi che promettono un lavoro a fronte di un dazio da pagare in denaro.
Non basta avere un titolo per svolgere bene una professione. Non bastano neanche le lettere di referenze dei nostri compagni di corso e il perché è molto semplice: finché non ti metti in gioco e non metti nel lavoro tutta la tua umanità, del titolo potrai farne ben poco.
Un attestato da appendere in salotto non è un frutto magico caduto dall’albero e la coscienza del proprio lavoro è un approdo che richiede approfondite ricerche su se stessi e svariati anni di esperienze con le persone, non solo con i libri.

Una delle domande più significative che ho sentito durante un colloquio di lavoro è stata: Perché vorresti lavorare per le Risorse Umane?
Saper rispondere non è facile, non è scontato.

Scrive Greta Pavan in questo articolo “[…] fare un bilancio delle nostre soft skills ed essere sinceri con noi stessi rispetto a come sappiamo e non sappiamo essere, oltre che valutare ciò che sappiamo o non sappiamo fare, è il miglior modo per cominciare.
Conoscere le strategie utilizzate in sede di colloquio può dare un supporto e allenarsi all’ascolto del ritmo degli altri è cruciale, ma ricordiamo sempre la buona notizia: vestire i panni di chi non siamo è una fatica improba, destinata al fallimento.
La nostra personalità, nel tempo, desidererà fare capolino e portare un contributo insostituibile al nostro lavoro. Infiliamoci in tasca, dunque, anche una piccola e sana dose di fatalismo: a parità di competenze tecniche, non siamo tutti ugualmente adatti a ricoprire lo stesso ruolo.”

 

Laura Ressa

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