Tu vuo’ fa’ l’HR

In Italia il complesso settore professionale delle Risorse Umane è divenuto negli anni un carnaio, lo appuro quando sento che ancora tanti candidati si lamentano delle modalità con cui vengono condotti colloqui e selezioni.
Credo che alla base di un malcontento così diffuso ci sia la convinzione, assai radicata, che tutti possano ambire a lavorare sulle persone e con le persone. Secondo questa teoria malsana tutta italiana, l’improvvisazione è la chiave di volta per il futuro e può aprire molteplici porte: in fondo siamo tutti psicologi, siamo tutti un po’ creativi, siamo tutti un po’ il cugino bravo multitasking.
Che ce vo? 
Il pressapochismo cresce sia nei luoghi formativi sia nei luoghi di lavoro ma, a fronte di questa constatazione, la linea guida da seguire per cambiare le cose è chiaramente diversa da quella seguita sino ad ora.

human-73329_640In tanti, giovani e meno giovani, si buttano nella mischia HR perché va di moda, per inventarsi una professione dal nulla pur non avendone le potenzialità o per uscire dalla crisi occupazionale e cercare di ricollocarsi sul mercato dopo esperienze lavorative di diversa natura, magari finite male.
Cadi sempre bene se ti butti nelle Risorse Umane, pensano alcuni; una volta che acquisti le conoscenze e vieni rimpinzato di nozioni teoriche dal self-made recruiter di turno, sei a cavallo, sei arrivato, hai tutto quel che ti serve per sfondare nella vita. No.

Siamo di fronte ad un vero business che però, ironia della sorte, non coincide con un aumento delle opportunità occupazionali ma con un incremento del numero di corsi di formazione e specializzazione.

Le vere occasioni di arricchimento riguardano infatti le blasonate scuole formative che si rivolgono agli aspiranti HR del domani promettendo di imboccarli per benino e riempirli come tacchini del Ringraziamento.
Siamo di fronte a due fuochi fatui: da un lato la lotta continua tra centri formativi, pressoché privati, dall’altro lato i tantissimi aspiranti recruiter o responsabili Risorse Umane che si fanno concorrenza per accaparrarsi quelle poche opportunità di lavoro esistenti in Italia nel settore HR.

La concorrenza è l’anima della marketta e la marketta sta tristemente diventando, in alcuni campi, la quintessenza della spendibilità nella vita e nel lavoro.
Ma sarà davvero così che funzionano le cose quando ti scontri con la realtà?

Al di là della nostra vita 2.0 rarefatta e falsamente costruita intorno all’immagine di noi che vorremmo trasmettere agli altri, c’è qualcosa di sostanziale dietro la forma?
O la forma è destinata ad essere predominante anche quando si parla di lavoro e competenze?

A volte ci si dimentica che per lavorare con materiale umano bisogna essere umani, saper dare feedback, saper esercitare empatia ed è necessario aver imparato a fare tutto ciò prima di tutto nella propria quotidianità, essenziale punto di partenza per chi vuole mettere tali caratteristiche personali a servizio della sfera lavorativa.
Più di ogni altra, questa è infatti una professione che richiede una spiccata vocazione e le conseguenze derivanti da chi non sa esercitarla, e tuttavia si proclama HR, sono sotto gli occhi di tutti: mancanza di feedback, domande sbagliate o fuori luogo, colloqui condotti con poca serietà e scarsa efficacia comunicativa, poche informazioni fornite ai candidati in fase di selezione e mille altri errori di comunicazione ascrivibili sia a chi conduce le selezioni sia agli innumerevoli corsi di formazione che riempiono gli occhi di fumo e marketing facendo credere a tutti che una vocazione si compra con un assegno.

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Una domanda si affaccia spontanea: chi sa davvero misurare una vocazione?

Ovviamente una vocazione non è quantificabile attraverso strumenti scientifici e non esiste un modo infallibile per capire chi abbia le carte in regola per lavorare nel settore Risorse Umane. La componente umana quindi diventa essenziale.
La capacità di trovare la persona giusta al momento giusto sembra essere il grande sogno moderno inseguito da tante aziende, una chimera che si cerca affannosamente di conquistare anche a colpi di tecnologia attraverso avanzati software che promettono massima efficacia e infallibilità.
Tuttavia non è tutto oro quel che luccica di big data e lo spiega bene Enrico Scarlato in questo articolo pubblicato su SenzaFiltro.

Chi adopera gli strumenti tecnologici? Certamente persone che, in quanto tali, sono spesso fallaci. Dunque è necessario ripartire proprio dalle persone affinché anche la tecnologia divenga realmente efficace.

Lo scenario è abbastanza chiaro: la moda (del momento?) è improvvisarsi esperto HR e credo che, almeno in Italia, tale moda dovrà lasciare presto spazio, gioco forza, a chi saprà distinguersi nel tempo per bravura e competenza.
Il rischio, in caso contrario, consisterebbe in una crescente perdita di credibilità per le aziende.

L’HR Department rappresenta difatti il biglietto da visita che le imprese utilizzano per dare un’immagine di sé all’esterno, eppure a volte sembra di trovarsi dinanzi a totali incompetenti che si pongono con atteggiamento di mal celata superiorità tipico di chi si sente arrivato.

Da job seeker e da selezionatrice, in passato mi è capitato di osservare molti sedicenti esperti recruiter.
Li ho visti in azione anche sui social mentre cercavano di farsi vanto della lunga e tormentata strada che li aveva portati al sudato riconoscimento e li ho visti mentre maltrattavano il proprio ruolo professionale scimmiottando un ideale che non gli apparteneva.
Mi rivolgo a chi aspira a svolgere questa professione: state alla larga dal racconto della vostra vita quando esso non è realmente necessario. Soprattutto fatelo nei luoghi e con le modalità che competono ad un vero professionista.
Lo storytelling del responsabile risorse umane che si è fatto da sé sa essere più autoreferenziale e sciocco di tante altre forme simili di narrazione
.

Esiste una sottile ma netta linea di distinzione tra la ricerca del proprio talento e la smania di approvazione sociale, tra la ricerca disperata di un lavoro e la sudata acquisizione di una competenza cosciente e maturata negli anni.
Questo vale per tutte le professioni ovviamente, e vale doppio per chi vuole lavorare come responsabile HR.

Abbiate sempre chiaro chi siete e quali siano i vostri obiettivi.
Non accostatevi al lavoro come se stesse osservando la vetrina di un negozio per scegliere l’abito con le paillettes.
I Beatles dicevano Money can’t buy me love, voi siate in grado di dire Money can’t buy my job e di rifiutare un sistema che vi vuole schiavi dell’approvazione sociale, pronti a tutto pur di fare qualcosa che non è nelle vostre corde ma fa figo.

white-male-2064857_1920Le competenze si acquisiscono, non si acquistano.
Un attestato, o il pezzo di carta da appendere in salotto, non è il frutto magico che cade dal pero e la coscienza del proprio lavoro è un approdo ben più alto che richiede una ricerca non scontata su se stessi.

Forse la più bella domanda che ho sentito durante un colloquio di lavoro è: Perché vorresti lavorare per le Risorse Umane?
Saper rispondere al quesito non è così scontato ma neanche troppo difficile se si possiede un talento innato che si innaffia con tanta esperienza.

Tu vuo’ fa’ l’HR? Sient a me nun ce sta nient’ ‘a fa.

Come giustamente scrive Greta Pavan in questo articolo “[…] fare un bilancio delle nostre soft skills ed essere sinceri con noi stessi rispetto a come sappiamo e non sappiamo essere, oltre che valutare ciò che sappiamo o non sappiamo fare, è il miglior modo per cominciare.
Conoscere le strategie utilizzate in sede di colloquio può dare un supporto e allenarsi all’ascolto del ritmo degli altri è cruciale, ma ricordiamo sempre la buona notizia: vestire i panni di chi non siamo è una fatica improba, destinata al fallimento.
La nostra personalità, nel tempo, desidererà fare capolino e portare un contributo insostituibile al nostro lavoro. Infiliamoci in tasca, dunque, anche una piccola e sana dose di fatalismo: a parità di competenze tecniche, non siamo tutti ugualmente adatti a ricoprire lo stesso ruolo.”

 

Laura Ressa

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