Tu vuo’ fa’ l’HR? Quale futuro per la professione di recruiter

In Italia il settore professionale delle Risorse Umane è spesso affollato e confusionario.
Lo noto quando ascolto i racconti di tanti candidati che si lamentano delle modalità con cui vengono condotti i colloqui di selezione.
Alla base del malcontento c’è probabilmente la convinzione che tutti possano ambire a lavorare sulle persone. L’improvvisazione è davvero la chiave di volta per chi ambisce a lavorare come recruiter?
Per qualcuno forse sì e può aprire tante porte: siamo tutti psicologi, siamo tutti un po’ creativi, siamo tutti il cugino bravo di qualcuno.

Il pressapochismo può radicarsi sia nei luoghi formativi sia nei luoghi di lavoro e può riguardare ogni professione, non soltanto quella di recruiter. La linea guida per il cambiamento quindi dev’essere votata alla costruzione di competenze teoriche e tecniche. Ma queste non bastano.

human-73329_640Negli ultimi anni in tanti hanno cominciato a scoprire il mondo HR. Alcuni per vocazione, altri per moda, altri ancora per inventarsi una professione o affrontare la crisi occupazionale cercando di ricollocarsi sul mercato.

C’è sostanza dietro la forma di un futuro lavorativo costruito sulle promesse dei centri di formazione?
La risposta non è ancora ben definibile ma alcuni punti fermi esistono e da quelli si potrebbe ripartire per comprendere che dare dignità a una professione non vuol dire solo acquisire (o acquistare) i titoli per esercitarla ma significa prima di tutto avere la cosiddetta stoffa.

Avere la stoffa per fare qualcosa, e saperla applicare a quelle professioni in cui l’aspetto umano è predominante, non è facile, non è scontato, non risiede solo nelle competenze tecniche. A volte la stoffa non la si trova nemmeno dopo anni di esperienza sul campo.

La stoffa, quella vera, quella che trasforma un lavoro in vocazione vera e propria, è un’armonia di componenti. Da un lato ci sono tecnica ed esperienza, dall’altro una dote personale senza la quale un selezionatore sarebbe monco: l’empatia, la capacità di ascoltare oltre i suoni, di vedere al di là. Per questo motivo mi piace pensare al ruolo del recruiter, del selezionatore, del Direttore Risorse Umane come a una figura del tutto assimilabile a quella di un direttore d’armonia.
Maneggiare le umane risorse non vuol dire gestirle come meglio piace all’azienda ma tendere l’orecchio ai bisogni, prestare attenzione agli stimoli esterni di altre realtà aziendali, condurre colloqui scadenzati con le persone, accogliere le istanze, analizzare il clima esistente tra le mura dell’azienda.

Lavorare con le persone richiede uno spirito votato agli altri, un interesse spiccato per ogni occasione di accrescimento, una curiosità che vada oltre la compilazione di un questionario a fine mese o fine anno.
Il Direttore Risorse Umane, e chi collabora con lui, potrebbe somigliare a uno psicologo.
No, non lo dico perché ho studiato psicologia e perché ho cominciato il mio cammino lavorativo nell’ambito delle risorse umane. Lo dico perché anche chi ha studiato psicologia spesso non sa leggere nei comportamenti delle persone e non è abbastanza attento a ciò che lo circonda.
Una chiara dimostrazione di questo è il fatto che sia difficile poter trovare o consigliare a qualcuno un bravo psicoterapeuta. Si dice che chi ha studiato psicologia lo abbia fatto solo per curare se stesso. Oggi, a bocce ferme, non stento a confermare questa ipotesi e aggiungo che spesso neanche gli psicologi stessi riescono nell’arduo compito di curare se stessi.
Io ne sono la dimostrazione: ho collezionato più fisse e manie di chiunque altro conosca. Eppure voglio cercare costantemente un equilibrio, con e grazie agli altri.

Ci trinceriamo dietro titoli di studio, riconoscimenti, endorsement, attestati di stima provenienti da persone che ci conoscono troppo o troppo poco. Contano molto poco se non sappiamo guardare al di là, se non abbiamo un occhio che possa navigare in profondità.

E allora eccomi qui a riflettere sulle persone e sulle loro vocazioni. Ho buttato giù una lista, che in realtà credo possa essere potenzialmente infinita e trovare nuovi spunti in ognuno di noi.


1) Per lavorare con le persone bisogna essere umani, esercitare empatia, essere consapevoli di trovarsi di fronte a persone e non a numeri in tabella.
Ed è necessario aver imparato a fare tutto ciò nella propria vita, essenziale punto di partenza per chi vuole mettere queste caratteristiche personali al servizio del proprio lavoro e delle persone.
Questa professione richiede una spiccata vocazione e le conseguenze derivanti da chi non sa esercitarla sono sotto gli occhi di tutti: mancanza di feedback, domande sbagliate, colloqui rimandati all’ultimo secondo o condotti con poca serietà, poche informazioni fornite ai candidati in fase di selezione, lunghi tempi di attesa per il candidato.

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2) Una vocazione non è quantificabile e non esiste un modo infallibile per misurarla.
La capacità di trovare la persona giusta al momento giusto sembra essere il grande sogno inseguito da tante aziende, una chimera da conquistare a colpi di tecnologia.
Tuttavia il senso comune ci insegna che non è tutto oro quel che luccica ed Enrico Scarlato lo spiega bene in questo articolo pubblicato su SenzaFiltro.

3) Lo staff Risorse Umane è il biglietto da visita per far veicolare l’immagine dell’azienda.
In passato mi è capitato di osservare molti recruiter incaricati di farsi portavoce delle aziende nelle quali lavoravano.
Li ho visti pubblicare annunci di lavoro dai propri account social personali senza specificare importanti dettagli sulla posizione offerta. Alcuni di essi scrivevano vere e proprie antologie su Facebook per raccontare al mondo la tormentata strada che li aveva portati al riconoscimento come professionisti delle risorse umane. Alcuni di essi hanno realmente maltrattato il proprio ruolo professionale, e di conseguenza anche l’immagine dell’azienda nella quale lavoravano.
Parlare di lavoro come se ci si trovasse davanti alla vetrina di un negozio non è mai la scelta migliore. La professionalità non è un abito con le paillettes fosforescenti da sfoggiare senza criterio in ogni situazione e, in definitiva, non è un abito da indossare forzatamente anche quando non ci sta bene addosso.

4) Le competenze si acquisiscono, non si acquistano.
Pensare che si debba studiare prima di tutto per conseguire un titolo e non per imparare un mestiere o una professione è un’idea che rischia di diffondersi anche grazie ai tanti corsi che promettono un lavoro a fronte di un dazio da pagare in denaro.
Non basta avere un titolo per svolgere bene una professione. Non bastano neanche le lettere di referenze dei nostri compagni di corso e il perché è molto semplice: finché non ti metti in gioco e non metti nel lavoro tutta la tua umanità, del titolo potrai farne ben poco.
Un attestato da appendere in salotto non è un frutto magico caduto dall’albero e la coscienza del proprio lavoro è un approdo che richiede approfondite ricerche su se stessi e svariati anni di esperienze con le persone, non solo con i libri.

Una delle domande più significative che ho sentito durante un colloquio di lavoro è stata: Perché vorresti lavorare per le Risorse Umane?
Saper rispondere non è facile, non è scontato.

Scrive Greta Pavan in questo articolo “[…] fare un bilancio delle nostre soft skills ed essere sinceri con noi stessi rispetto a come sappiamo e non sappiamo essere, oltre che valutare ciò che sappiamo o non sappiamo fare, è il miglior modo per cominciare.
Conoscere le strategie utilizzate in sede di colloquio può dare un supporto e allenarsi all’ascolto del ritmo degli altri è cruciale, ma ricordiamo sempre la buona notizia: vestire i panni di chi non siamo è una fatica improba, destinata al fallimento.
La nostra personalità, nel tempo, desidererà fare capolino e portare un contributo insostituibile al nostro lavoro. Infiliamoci in tasca, dunque, anche una piccola e sana dose di fatalismo: a parità di competenze tecniche, non siamo tutti ugualmente adatti a ricoprire lo stesso ruolo.”

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
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Immagine di copertina: Photo by Antenna on Unsplash

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