Errare

Errare è un verbo che si distingue perché può avere due significati.
Si erra quando si viaggia: il termine viaggiatore errante indica colui che vaga e si sposta percorrendo luoghi e spazi differenti.
Errare però vuol dire anche sbagliare, “ingannarsi in un’opinione, sbagliare in ciò che si crede o si afferma”.

Qualche tempo fa una persona, parlandomi di lavoro, mi ha detto queste parole:
Non è importante stabilire chi abbia sbagliato o trovare un colpevole, tanto prima o poi sbagliamo tutti. Una frase che denota estrema consapevolezza dei limiti altrui ma soprattutto dei propri limiti, spesso così difficili da accettare.
Una frase che ognuno di noi dovrebbe ascoltare per abbracciare e imparare che accettare i propri errori, ammetterli e fare ammenda, è una dote e non una debolezza dalla quale fuggire.

In cosa sbagliamo? Quante volte ci chiediamo se in una situazione avremmo potuto agire diversamente? Quanto conta, nell’ammissione di colpa, la percezione di vergogna per il fatto di aver sbagliato?

In psicologia il Bias cognitivo è un costrutto “fondato, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie, utilizzato spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica. Si tratta, il più delle volte di errori cognitivi che impattano nella vita di tutti i giorni, non solo su decisioni e comportamenti, ma anche sui processi di pensiero.”
Bias peraltro è un termine inglese, che trae origine dal francese provenzale biais, e significa obliquo, inclinato.

Mi soffermo sull’aggettivo obliquo per riflettere su un automatismo interessante che ho notato mentre fotografavo la torre di Pisa.
L’inclinazione della torre è data dall’angolo formato con la base (il suolo), la pendenza che percepiamo con i nostri occhi dipende da quanto siamo in grado di vedere e cogliere la differenza tra l’oggetto che stiamo osservando e il suo sfondo.

Mentre fotografavo la torre inclinata, senza accorgermene, ho adattato l’inquadratura facendo apparire storti tutti gli elementi sullo sfondo fuorché la torre stessa. Come se anche il mio occhio, e la macchina fotografica, si inclinasse a sua volta.
Poi è bastato considerare e guardare meglio il contesto, o porre nella foto una persona che fungesse da punto sign-1719892_1920.pngdi riferimento, per vedere l’inclinazione della torre senza adattare la mia visuale.

Da cosa dipende una prospettiva compromessa?
Certamente da noi. Magari abbiamo subìto un momentaneo calo di zuccheri che ci fa vedere male le cose ma, in ogni caso, sta a noi capire la prospettiva che dovremmo adottare per vedere meglio quello che abbiamo intorno.

Nell’immagine delle torri pendenti ritrovo una chiave di lettura del nostro modo di guardare, ascoltare, interpretare e rielaborare ciò che avviene e ciò che pensiamo di poter giudicare.

Ci potrebbe capitare di voler addrizzare qualcosa che non capiamo o che è differente da noi e, per questo motivo, cercare di vederlo diversamente da come appare nella realtà.
Qui subentra il famoso bias cognitivo, quell’inclinazione che offusca la percezione e ci fa guardare in maniera unilaterale un oggetto, un evento, una persona.

Non è importante stabilire chi abbia sbagliato o trovare un colpevole, tanto prima o poi sbagliamo tutti.
Questa frase riecheggia nella mia mente e mi chiedo perché a volte sia così importante individuare gli errori e dargli un volto.
O perché sia così importante trovare gli errori negli altri senza ammettere i propri.

Mi chiedo come mai spesso conti più accusare il peccatore che capire il peccato e perché non ci si fermi a riflettere sulle cause dell’errore anziché accanirsi su chi ha sbagliato.
Sul lavoro la competizione dà un volto tutto particolare a questa faccenda degli errori. Ma gli sbagli riecheggiano nella nostra vita e attengono anche alla sfera privata.

Imparare a chiedere scusa laddove si è sbagliato, abbracciare la propria fallacia come spunto per ripartire, non è mai una debolezza.

Se quella volta avessi usato la farina anziché la fecola la mia torta sarebbe stata soffice e non un pezzo di marmo immangiabile?
Se avessi salutato quella persona prima che andasse via?
Se quel sabato fossi arrivata prima alla fermata del tram senza attendere tutta la notte quello successivo?
Se non avessi messo i crackers nell’uovo strapazzato avrei ottenuto una pietanza migliore?

Siamo tutti accomunati dallo stesso destino, anche quando si tratta di errori.
Che si sbagli oggi o domani poco importa: ognuno è fallace in qualcosa o lo sarà in futuro.

Perché quindi non ammettere gli errori?
Dalle mancanze quotidiane sul lavoro agli errori di valutazione nei confronti di una persona, dai comportamenti supponenti alla superbia, dalla scelta sbagliata di uno yogurt scaduto ad una errata lettura delle dosi per preparare una torta.
Ognuno di noi è stato fabbricato per sbagliare. Dire il contrario sarebbe come negare la morte o che la terra gira intorno al sole.

Errare è un’arte, mi sono detta.
Ammettere l’errore anche quando costa molta fatica fa di noi degli artisti della consapevolezza, ci fa fotografare meglio la realtà.
Chiedere scusa ci avvicina a quella statura morale che vorremmo raggiungere o che molti di noi pensano di aver già raggiunto. Ma poi chissà tutta sta saggezza da chi l’avranno acquistata.

Per una lettura più approfondita di tutte le tipologie di bias clicca qui.

Laura Ressa

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