Vanità, il tuo nome è social

L’esigenza di mostrare è figlia del nostro tempo e dei moderni strumenti di comunicazione di cui disponiamo.
Risulta evidente, dalla natura e dal numero di contenuti che visualizziamo online, che decidere di non mostrare il proprio privato farebbe sperimentare ad alcuni di noi una frustrazione così forte da guidare la conseguente scelta di sfogarsi mostrando.

Quanto più tale frustrazione si fa presente nella propria vita tanto più si cerca di condividere sui social alcuni momenti che potrebbero o dovrebbero restare privati (a propria discrezione, s’intende) in quanto privi di un messaggio di pubblica utilità.

Le interpretazioni potrebbero essere infinite e alcune di esse anche forzate. Ogni nostra azione sul web potrebbe essere sottoposta alle più svariate e spicciole interpretazioni psicologiche.
Tuttavia non ci sono dubbi sul fatto che la voglia di suscitare invidie, il bisogno di apprezzamento, la necessità di ricevere attenzioni o attestati di stima e l’estetica dell’esibizionismo guidino sempre più spesso i nostri passi sociali.
A quel punto il contenuto smette di essere contenuto per diventare un fine legato alla soddisfazione di sentirsi apprezzati.

selfie-1124695_1920Si arriva a scrivere sui social frasi inconcludenti o legate ad un particolare stato d’animo, senza che tale informazione sia in qualche modo utile a chi la leggerà, e senza argomentare ciò che pensiamo in una forma che abbia una parvenza narrativa o che perlomeno faccia sorridere il lettore.

I pochi che sostengono di non aver bisogno della soddisfazione effimera provocata dai like probabilmente hanno già raggiunto un livello superiore della scala evolutiva. Un livello per il quale gli strumenti tecnologici di cui disponiamo non stanno servendo a molto.

Alcune piattaforme social di successo sono nate proprio con l’intento di favorire la condivisione di aspetti privati ma, in un quadro sociale nel quale la nostra credibilità passa sempre più anche dal web e dalle infinite possibilità che i dispositivi mobili ci offrono, è impossibile non imporsi determinati filtri e non operare selezioni.

Non si tratta più soltanto di web reputation, già trattata in un precedente post e utile soprattutto per la costruzione di una reputazione professionale, ma del divario tra pubblico e privato. Un divario che, negli ultimi tempi, ha cominciato a sfuggire di mano ad una buona fetta di utenti dei social.

Capita a molti di mostrare online, con una certa costanza, immagini dei propri figli, delle vacanze, dei propri mariti o compagni o di altre situazioni legate al privato che sono poco utili a chi li legge ma, di contro, potrebbero suscitare attenzioni proprio perché soddisfano certe curiosità.
Pertanto per chi li legge, tali contenuti sono simili alle pagine di un giornaletto scandalistico sfogliato mentre si è in attesa del proprio turno dal parrucchiere, per chi li pubblica essi rappresentano la quintessenza del mettersi al servizio della curiosità altrui.

Abbiamo a disposizione più strumenti di quanti ne avessimo in passato eppure non sempre siamo in grado di utilizzarli in modo virtuoso, di produrre contenuti, di veicolare creatività o idee, di favorire un proficuo scambio di opinioni.

Ogni nostro momento privato diventa suscettibile di condivisione poiché la condivisione rappresenta la strada più facile da seguire.

Da utente dei social network, nel tempo ho cercato di costruire una personale etica e di regolamentare l’utilizzo dei miei canali web, decidendo cosa e quanto mostrare per evitare meccanismi di autocompiacimento legati ad aspetti talmente privati da non meritare particolari elogi da parte di chi li osserva.
Evitando, in ultima analisi, di svendere i momenti privati per il piacere di ricevere qualche like e di mostrare costantemente cosa facciamo e con chi siamo per la smania di dimostrare che ci stiamo divertendo.

Possiamo decidere di incentrarci sui contenuti che vogliamo, anche leggeri, cercando di promuovere, al tempo stesso, argomenti utili anche agli altri o che diano conto di ciò che sappiamo fare o mostrino che siamo in grado anche di argomentare un messaggio di senso.

Come si fa? Innanzitutto si potrebbe cominciare impostando un pubblico diverso a seconda della tipologia di contenuti che pubblichiamo.
Se postiamo foto personali chiediamoci a chi serva sapere tutto della nostra vita e magari creiamo una lista apposita di contatti (ad esempio i parenti stretti) ai quali affidare la visione delle nostre foto private.

face-157398_1280Ciò che decidiamo di condividere è spesso espressione del nostro lato più egocentrico ma ci sono modi migliori di esprimerlo.
Produrre contenuti sul web significa in primo luogo creare un’altra versione di sé, versione che a volte può tradursi in una pura galleria di scatti privati che aprono lo spioncino a tutti i curiosi.

Riporto qui un interessante articolo nel quale si fa riferimento ad uno studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences e condotto dai ricercatori Jesse Fox e Margaret C. Rooney.
La ricerca analizza la crescente passione per gli autoscatti.
Fox sottolinea che “Le persone che dimostrano una maggiore auto-oggettivazione tendono a postare un maggior numero di selfie sui loro profili social. Questo porta un maggior feedback da parte degli amici online, che li incoraggia a postare ancora più foto di se stessi.

Per chiarire ulteriormente il concetto, mi affido alle parole di Riccardo Scandellari e ad un suo video che ho trovato particolarmente esaustivo.
Loro lo fanno solo per farti rosicare“: l’annoso tema del confronto sociale qui è riproposto ancora una volta in chiave selfie.


Consiglio anche la lettura dell’articolo Le notifiche sono tossiche di Alberto Puliafito.

Laura Ressa

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