Io mostro, tu mostri, egli mostra

L’esigenza di mostrare è figlia del nostro tempo e dei nostri dispositivi di comunicazione.
Dalla natura e dal numero di contenuti che vediamo online, è evidente che decidere di non mostrare il proprio privato farebbe sperimentare ad alcuni una frustrazione tale da guidare la conseguente scelta di sfogarsi mostrando.

Ogni nostra azione sul web potrebbe essere sottoposta a spicciole interpretazioni psicologiche, tuttavia non ci sono dubbi sul fatto che la voglia di suscitare invidie, il bisogno di apprezzamento, la necessità di ricevere attenzioni o attestati di stima e l’estetica dell’esibizionismo guidino sempre più spesso i nostri passi social.

 

Condividiamo per sentirci apprezzati?

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Sì. Si arriva a scrivere sui social frasi inconcludenti o legate ad un particolare stato d’animo, senza che tale informazione sia in qualche modo utile a chi la leggerà, e senza argomentare ciò che pensiamo in una forma che abbia una parvenza narrativa o interessante.

 

I pochi che sostengono di non aver bisogno della soddisfazione effimera provocata dai like probabilmente hanno già raggiunto un livello superiore della scala evolutiva. Un livello per il quale gli strumenti tecnologici di cui disponiamo non stanno servendo a molto.

Alcune piattaforme di successo sono nate proprio con l’intento di favorire la condivisione di aspetti privati ma, in un quadro sociale nel quale la nostra credibilità passa sempre più anche dal web, è impossibile non imporsi filtri e non operare selezioni.

Non si tratta più soltanto di web reputation, già trattata in un precedente post, ma del divario tra pubblico e privato. Un divario che negli ultimi tempi ha cominciato a vacillare.

Abbiamo a disposizione più strumenti di quanti ne avessimo in passato eppure non sempre siamo in grado di utilizzarli in modo virtuoso, di produrre contenuti, di veicolare creatività o idee, di favorire uno scambio di opinioni che non sfoci in litigio.

Da utente social, nel tempo ho cercato di costruire una personale etica e di regolamentare l’utilizzo dei miei profili decidendo cosa e quanto mostrare per evitare meccanismi di autocompiacimento legati ad aspetti privati.

Possiamo decidere di incentrarci sui contenuti che vogliamo, anche leggeri, cercando di promuovere, al tempo stesso, argomenti utili anche agli altri o che diano conto di ciò che sappiamo fare o mostrino che siamo in grado anche di argomentare un messaggio di senso.

 

Come si fa a decidere?

Si potrebbe cominciare impostando un pubblico diverso a seconda della tipologia di contenuti che pubblichiamo.
Se postiamo foto personali chiediamoci a chi serva sapere tutto della nostra vita e magari creiamo una lista apposita di contatti (ad esempio i parenti stretti) ai quali affidare la visione delle nostre foto private.

Ciò che decidiamo di condividere è spesso espressione del nostro lato più egocentrico ma ci sono modi migliori di esprimerlo.
Produrre contenuti significa in primo luogo creare un’altra versione di sé, versione che a volte può tradursi in una galleria di scatti privati che aprono lo spioncino ai curiosi.

Segnalo un interessante articolo nel quale si fa riferimento ad uno studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences e condotto dai ricercatori Jesse Fox e Margaret C. Rooney.
La ricerca analizza la crescente passione per gli autoscatti.
Fox sottolinea che:
Le persone che dimostrano una maggiore auto-oggettivazione tendono a postare un maggior numero di selfie sui loro profili social. Questo porta un maggior feedback da parte degli amici online, che li incoraggia a postare ancora più foto di se stessi.

Per chiarire il concetto, mi affido alle parole di Riccardo Scandellari e a un suo video che ho trovato esaustivo.
Loro lo fanno solo per farti rosicare: l’annoso tema del confronto sociale qui è riproposto in chiave selfie.

Consiglio anche la lettura dell’articolo Le notifiche sono tossiche di Alberto Puliafito.

 

Laura Ressa

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