Devi fare la gavetta: il manuale del giovane umile

Capita spesso di assistere a conversazioni tra amici o conoscenti e ascoltare frasi di varia natura sui più svariati argomenti.
Un esiguo numero di persone riesce ancora a fare discorsi propositivi che promuovano idee nuove e suggerimenti utili. Nella maggior parte dei casi si assiste spesso ad uno sciorinamento di luoghi comuni sul mondo del lavoro e su cosa sia necessario fare.
La situazione potrebbe essere questa: uno dei due interlocutori sale sul pulpito e, dall’alto di un’esperienza lavorativa fatta di poche acerbe esperienze, intavola un discorso sull’umiltà incitando l’altro, che magari un mestiere lo possiede da qualche anno, a partire dal basso e a fare la gavetta.
Come in altri casi simili a quello appena citato, emerge che l’indignazione dell’italiano medio-giovane sul tema dell’occupazione riesce ad esplicarsi al massimo nella frase “devi fare la gavetta” o in sue declinazioni.

copy-of-miniature-figure-1745718_1920Elaborare giudizi sull’operato altrui è molto facile: si tratta di un’attività che non richiede un particolare impegno e che ha il pregio di farci credere di aver raggiunto consapevolezza e maturità. Il più delle volte però significa soltanto che sappiamo esprimere pareri più di quanto sappiamo agire.
Tener conto del vissuto di chi abbiamo di fronte, prima di fornire le nostre dritte sulla vita, è considerata un’attività superflua.
Alla prima esperienza pensiamo di poter dominare il mercato del lavoro o di riuscire a trovare solo proposte occupazionali per noi svilenti. In quest’ultimo caso la colpa, stando a ciò che mi è capitato di ascoltare più volte, non viene quasi mai fatta coincidere con leggi nazionali che non valorizzano le capacità e i titoli di studio, ma nella cattiva stella che ci perseguita.

Crediamo che il mondo non ci valorizzi e che le cause derivino da un fato a noi avverso. Questa visione apocalittica ci fornisce la spinta decisiva a voler insegnare ad altri come si sta al mondo.
Nulla di più sbagliato.

Basterebbe imparare a convivere senza giudicare, senza presunzione, senza la convinzione di aver raggiunto una vetta morale che non ci appartiene e che cola a picco alla prima argomentazione sensata, in risposta alla quale non sappiamo come controbattere.

La dialettica è uno strumento prezioso. Possederla vuol dire comprendere le situazioni e moderare i comportamenti, discernere, dosare le parole ed evitare di farne abuso.
Un vero peccato che la propensione al giudizio si stia radicando soprattutto tra i più giovani, tra coloro che dovrebbero guidare il cambiamento e invece si esprimono già come anziani prossimi al pensionamento.

Non si cambia un certo stato di cose pensando che i nostri giudizi siano utili agli altri. Di fatto non lo sono.

Luoghi comuni e frasi fatte andrebbero lasciate fuori dal nostro curriculum; meglio fornire un aiuto o un supporto a chi riscontra difficoltà di inserimento e, se le cose ancora non vanno nella direzione auspicata, si continua a impegnarsi per il raggiungimento di un obiettivo chiaro.
In caso contrario, si rischia di diventare giovani tuttologi esperti in demagogia e vite altrui.

L’umiltà, che sia applicata sul luogo di lavoro o al di fuori, non si insegna.
E chi ha la presunzione di poterlo fare, quasi certamente non ne possiede neanche un briciolo.

Laura Ressa

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