Help recruiters find you. Senza farli scappare

Help recruiters find you è uno slogan che spesso capita di leggere su internet.
Questa frase ci spinge a fare attenzione al modo in cui ci rendiamo visibili a potenziali recruiters, ai selezionatori con i quali un giorno potremmo ritrovarci faccia a faccia per un colloquio di lavoro.
L’esortazione significa: aiuta i recruiters a trovarti. Perché sì, il recruiter ti cerca prima di convocarti e ciò che vedrà sul tuo conto potrebbe non piacergli. 
Ho trovato parecchio esaustivo il contributo Reputazione, buone maniere a altre vecchie storie (di Mafe De Baggis) di cui ripropongo uno stralcio:

Non si tratta a mio parere di evitare certi contenuti o di sottolinearne altri, ma di imparare, una volta per tutte, a considerare Internet come parte del mondo in cui abitiamo, mondo in cui, anche in tempi meno connessi, una buona o cattiva reputazione ha sempre fatto la differenza.


Curare i contenuti online è nostra responsabilità.

Non si tratta solo di una chiara ammissione fatta dalle aziende e dai selezionatori: la pratica di reperire informazioni sul conto di qualcun altro è radicata e non considerarne il peso sarebbe da sprovveduti.
Le frasi che lanciamo sul web, un giorno potrebbero essere lette da un potenziale datore di lavoro e in quel caso indietro non si torna.

web repUna serie di accese discussioni sono state aperte negli ultimi tempi in merito alle tematiche da condividere e a quelle sulle quali invece sarebbe meglio non pronunciarsi sui social.
Si è parlato della scelta di condividere o meno le foto dei propri figli, di parlare delle proprie scelte personali e dei traguardi raggiunti.

 

Tutto giusto. Il gusto diffuso ha indotto alcuni di noi a condividere le proprie esperienze più intime.

La libertà è un concetto altissimo, a patto però che ci siano ben chiari i confini di azione e le ripercussioni che può avere su internet l’immagine che forniamo di noi stessi.

In questo post vorrei prendere in esame uno dei social network più famosi (Facebook) e alcuni dei tanti modi di condividere che potrebbero rivelarsi autodistruttivi per la propria reputazione online.

 

1) La qualità dei contenuti non dipende dal numero di like

Paradossalmente potremmo notare che quanto più sono personali le frasi o le immagini che pubblichiamo sui social, tanto più otterranno like.
La conta dei like ci conferma che il nostro contenuto ha svelato al mondo (o solo ai nostri amici) qualcosa di personale.
Renderlo noto però è una scelta a volte non ben ponderata.
Probabilmente non sempre ci chiediamo se le nostre parole siano utili davvero a chi ci leggerà. E poi, sappiamo realmente chi le leggerà?

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2) Le foto mostrano chi siamo

Non parlo soltanto di foto profilo ma di quelle (spesso pubbliche) spacciate per elementi artistici e che ci ritraggono in situazioni personali, con alcuni dettagli del nostro abbigliamento o persino status symbol come la nostra nuova automobile, la moto, l’orologio d’oro, i bracciali, gli anelli.
La lista di oggetti che ci piace mostrare è potenzialmente infinita.
Ci chiediamo mai che tipo di messaggio veicoliamo con quel tipo di foto?

 

3) Il tag selvaggio, nuova pesca a strascico

Il tag molto spesso viene utilizzato a casaccio.
Tagghiamo i nostri contatti soprattutto per lanciare un messaggio a chi ci legge e quindi, a seconda delle situazioni, taggheremo un amico con il quale abbiamo appena parlato al telefono per dire a tutti quanto siamo contenti di averlo sentito, taggheremo un’amica con la quale siamo appena usciti, ci registreremo con la localizzazione geografica in un posto taggando altre persone che abbiamo salutato da pochi minuto.
Anche gli scopi, come le situazioni, variano.
Se tra i lettori dei nostri status ci fosse anche il responsabile HR di una grossa azienda che sta scegliendo se convocarci per un colloquio di lavoro e non solo il nostro collega o il nostro ex che vorremmo far morire d’invidia?
Abbiamo verificato che la notizia o il link che stiamo pubblicando derivi da fonti attendibili e veicolino notizie reali?

 

4) Impostazioni di privacy

Anche per questa scelta ci appelliamo al libero arbitrio, fermo restando però che esso non è necessariamente garanzia di buoni consigli.
Possiamo decidere di mostrare tutto di noi: cosa stiamo facendo, cosa stiamo mangiando, con chi siamo appena usciti. Cerchiamo però di compiere scelte oculate, soprattutto se siamo professionisti o se vorremmo diventarlo.
Un recruiter bada anche a questi aspetti.

 

 

Laura Ressa

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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