Web reputation: maneggiare con cautela

Help recruiters find you è uno slogan che spesso capita di leggere sul web.
Al di là del luogo in cui la si legga, questa frase ci spinge a fare attenzione al modo in cui ci rendiamo visibili a potenziali recruiters, ovvero ai selezionatori con i quali un giorno potremmo ritrovarci faccia a faccia per un colloquio di lavoro.
L’esortazione, qui in lingua inglese, è traducibile con aiuta i recruiters a trovarti facilmente.
Ciò mette una pulce nell’orecchio: il recruiter ti cerca sul web prima di convocarti e ciò che troverà sul tuo conto è tua precisa responsabilità
Ho trovato parecchio esaustivo il contributo Reputazione, buone maniere a altre vecchie storie (di Mafe De Baggis) di cui ripropongo una frase:
Non si tratta a mio parere di evitare certi contenuti o di sottolinearne altri, ma di imparare, una volta per tutte, a considerare Internet come parte del mondo in cui abitiamo, mondo in cui, anche in tempi meno connessi, una buona o cattiva reputazione ha sempre fatto la differenza“.

Curare i contenuti e le frasi che condividiamo online è nostra responsabilità.
Non si tratta solo di una chiara ammissione fatta dalle aziende e dai selezionatori: la pratica di reperire informazioni sul conto di qualcun altro è radicata e non considerarne il peso sarebbe da sprovveduti.
Noi stessi ci improvvisiamo investigatori e la curiosità ci guida soprattutto quando ci accostiamo al web. Dovremmo quindi comprendere che le frasi che lanciamo sul web, un giorno potrebbero essere lette da un potenziale datore di lavoro.

web repUna serie di accese discussioni sono state aperte negli ultimi tempi in merito alle tematiche da condividere e a quelle sulle quali invece sarebbe meglio non pronunciarsi.
Si è parlato della scelta di condividere o meno le foto dei propri figli, di parlare delle proprie scelte personali e dei traguardi raggiunti.

Si è discusso della necessità di rivolgersi ai propri defunti usando uno status Facebook, si è dibattuto molto anche sul corretto utilizzo di LinkedIn e di come questa piattaforma, prima destinata a tematiche prettamente professionali, sia adesso utilizzata come un mezzo per condividere contenuti che hanno poca attinenza con il mondo del lavoro.

Tutto giusto. Il gusto diffuso ha indotto alcuni di noi a condividere le proprie esperienze più intime.

La libertà è un concetto altissimo, a patto però che ci siano ben chiari i confini di azione e le ripercussioni che può avere su internet l’immagine che forniamo di noi stessi.
In questo post vorrei prendere in esame uno dei social network più famosi e alcuni dei tanti modi di condividere che, a mio avviso, potrebbero risultare auto-distruttivi per la propria reputazione dinanzi a un recruiter.

1) La qualità dei contenuti non dipende dal numero di like.
Paradossalmente potremmo notare che quanto più sono personali le frasi o le immagini che pubblichiamo sui social, tanto più otterranno risonanza a livello di apprezzamenti.
La conta dei like ci conferma che il nostro contenuto ha svelato al mondo (o solo ai nostri amici) qualcosa di personale. Renderlo noto però è una scelta a volte non ben ponderata.
Probabilmente non sempre ci chiediamo se le nostre parole siano utili davvero a chi ci leggerà. Soprattutto, sappiamo realmente chi ci leggerà?

face-book-669144_12802) Le foto mostrano chi siamo, non sottovalutiamo la loro risonanza.
Non parlo soltanto di foto profilo, del cui gusto non discuto. Parlo di foto (spesso pubbliche) spacciate per elementi artistici e che ritraggono noi in situazioni personali, alcuni dettagli del nostro abbigliamento o persino status symbol come ad esempio la nostra nuova automobile, la moto, l’orologio d’oro, i bracciali, gli anelli.
La lista di oggetti che ci piace mostrare è potenzialmente infinita.
Ci chiediamo mai chi vedrà quell’immagine, che messaggio fa veicolare?

3) Il tag selvaggio è la nuova pesca a strascico.
Il tag molto spesso viene utilizzato a casaccio, ma con scopi ben precisi.
Tagghiamo i nostri contatti soprattutto per lanciare un messaggio a chi ci legge.
Quindi, a seconda delle situazioni, taggheremo un amico con il quale abbiamo appena parlato al telefono per dire a tutti quanto siamo contenti di averlo sentito, taggheremo un’amica con la quale siamo appena usciti, ci registreremo con la localizzazione geografica in un posto taggando altre persone che abbiamo salutato da pochi minuto.
Anche gli scopi, come le situazioni, variano.
E se tra i lettori dei nostri status ci fosse anche il responsabile HR di una grossa azienda che sta scegliendo se convocarci per un colloquio di lavoro e non solo il nostro collega o il nostro ex che vorremmo far morire d’invidia? Abbiamo verificato che la notizia o il link che stiamo pubblicando derivi da fonti attendibili e veicolino notizie reali?
Colleghiamo sempre la mano al cervello anche in caso di tag.

4) Privacy
Eccoci giunti al punto cruciale della carrellata: l’impostazione della privacy applicata ai contenuti social.
Anche per questa scelta ci appelliamo al solito vecchio libero arbitrio, fermo restando però che esso non è necessariamente garanzia di buoni consigli.
Possiamo anche decidere di mostrare tutto di noi: cosa stiamo facendo, cosa stiamo mangiando, con chi siamo appena usciti, cercando però di compiere scelte oculate, soprattutto se siamo professionisti o se vorremmo diventarlo.
Un recruiter bada anche a questi aspetti.

5) Lo spazio dopo le virgole e dopo i punti
Non mi dilungherò sulla lingua italiana e sul suo uso/abuso, ma almeno lo spazio dopo i segni di interpunzione dovremmo averlo imparato alle scuole elementari.
Volete che un recruiter abbia una buona impressione sul vostro conto in base a ciò che emerge dal web? Cercate di badare anche agli spazi.

Laura Ressa

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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Un pensiero su “Web reputation: maneggiare con cautela

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