Ironia e lavoro stanno bene insieme?

Si può fare ricorso all’ironia quando si trattano tematiche professionali?
Questa è una domanda che mi sono posta più volte e alla quale ho spesso cercato di rispondere pensando alle misure dell’ironia, ai contesti nei quali è lecito usarla e agli scopi comunicativi. Non sempre ho trovato risposta e non sempre ho saputo cosa fosse giusto fare.
Esprimere un’opinione con il tatto e l’austerità richiesta in determinati contesti?
Dosarla e servirsene come veicolo di provocazione o per fare sfoggio della propria abilità narrativa?
Trasformarla in vanto personale o in uno strumento funzionale alla trasmissione del messaggio?

 

La risposta non è facile né scontata, forse perché ci si pone la domanda sbagliata.

Sono giunta alla conclusione che non conti troppo il come e il dove ma il perché si decida di ricorrere all’ironia.
A cosa serve realmente utilizzarla in contesti comunicativi pubblici?
Il dizionario può essere un buon punto di partenza per rispondere alla domanda.
L’etimologia del termine ci dice che la parola deriva dal greco eironèia ovvero “finzione” e Treccani specifica che nell’uso comune l’ironia è la dissimulazione del proprio pensiero con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento.

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Fonte: Pixabay

Se siamo dei comici, o facciamo dell’ironia il nostro punto di forza per una professione che ne presuppone l’utilizzo, il dilemma è presto risolto: essere ironici è il nostro strumento comunicativo professionale e imprescindibile.

 

 

 

 

Come comportarsi con l’ironia a lavoro?

Probabilmente ci poniamo le domande sbagliate, è vero: la comunicazione prevede una costellazione infinita di possibilità e strumenti, dunque la domanda reale risiede nello scopo che vogliamo raggiungere.
In base ad esso sceglieremo il mezzo migliore.
La scelta dipende anche dai destinatari del nostro messaggio: A chi ci rivolgiamo? Stiamo parlando ad amici o a possibili clienti?

Declinare il messaggio in base a chi lo riceve, e definire preventivamente lo scopo che vogliamo raggiungere, è il fulcro che guida le scelte stilistiche quando ci apprestiamo a comporre testi o a fare ciò che in gergo si chiama content marketing.

Naturalmente se scriviamo comunicati stampa, stiamo creando contenuti per un sito aziendale o stiamo descrivendo le funzionalità di un nuovo prodotto, dovremo necessariamente attenerci alle regole aziendali.

Il dilemma si pone nuovamente quando ci ritroviamo a realizzare un testo in modalità autonoma, a nostra firma, restando tuttavia comunque portatori di una certa professionalità e in certa misura portavoce dell’azienda a cui apparteniamo.
Quello che scriviamo o facciamo su internet è tracciato e basta una foto fuori posto, un commento poco carino o un contenuto mal presentato per dare un’idea di chi siamo realmente e quindi anche dell’azienda per la quale lavoriamo e che ha deciso di investire su di noi.

La credibilità online può essere un campo minato se non si sanno scegliere i tempi giusti, calibrare i termini, individuare i contesti, se si tende a polemizzare senza apportare alcun contenuto innovativo o che sia fonte di dibattito e confronto.
Il valore aggiunto che ognuno apporta è la vera chiave di volta. Da esso deriva la reale utilità di un testo o di un intervento.

Dobbiamo parlare solo per essere presenti sul web e far girare il nostro nome o vogliamo dire qualcosa di sensato che possa servire a chi ci legge?
A chi serve ciò che scriviamo?

Laura Ressa

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