Al di là e al di qua di un curriculum

“Through the barricades” cantavano gli Spandau Ballet.
Ognuno ha le proprie linee di confine, gli ostacoli da scavalcare, la staccionata da superare con un balzo alla Nino Castelnuovo. Come scavalcare l’ostacolo e quali mezzi utilizzare dipende da quanta strada siamo stati abituati a fare a piedi e da quanta agilità abbiamo accumulato con l’esperienza, tale da permetterci di passare facilmente da un lato all’altro della barricata con la stessa agilità di un vero atleta.

Castelnuovo la staccionata la superava a piedi uniti, saltando agilmente, alcuni però possono decidere di aggirarla lateralmente, altri passando al di sotto in stile limbo, altri ancora possono evitare il confronto con la barriera sradicando l’ostacolo, altri impiegano qualche minuto in più e la staccionata la superano posizionandosi al di là della barriera un piede alla volta.
In quest’ultimo caso l’agilità non sarà la stessa di un atleta consumato ma quella di una nonnina con difficoltà motorie, il risultato finale però sarà il medesimo: approdare sulla sponda opposta. Dunque, a prescindere dal come, il dove delinea sempre chi siamo e la meta raggiunta o da raggiungere.
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Non sono mai stata un’atleta ma sul lavoro mi è capitato spesso di dover spendere del sudore, e non solo in senso metaforico. Credo che raggiungere degli obiettivi consista anche nel dover impiegare uno sforzo in più, a volte fisico.
Riflettevo sui chilometri macinati negli anni e su come le mie esperienze professionali siano sempre state caratterizzate da un filo conduttore costante: il tragitto a piedi, la scarpinata, il sudore, la fatica che precede l’arrivo.
Come per un corridore, farsi strada nel mondo del lavoro significa anche scegliere la via meno facile, allungare il percorso, intraprendere nuovi itinerari, sondare il territorio, cercare la strada migliore (che non sempre coincide con la più breve ma magari con la più ricca di negozietti e musei nei quali sostare per riempire la borsa o nutrire la mente).
Sempre citando il mondo musicale, che fornisce mille spunti, Niccolò Fabi qualche anno fa cantava “Ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso”. Beh, io aggiungerei che ogni insegnamento professionale ha il suo luogo di lavoro giusto e non in tutti i luoghi sosteremo per sempre.
Tralasciando la riflessione sulla precarietà occupazionale, ammetto che la fluidità del lavoro mi ha spesso spaventato in passato.
L’idea di essere di passaggio o di poter esser vista come un riempitivo temporaneo da salutare al termine del percorso semestrale con la frase di rito “il budget non ci consente di tenerti in azienda” prima rappresentava per me un grande limite.
A conti fatti, dopo un po’ di anni passati a conoscere colleghi, a reinserirmi in contesti nuovi, ad imparare, a riempire quaderni di appunti, ad applicare nuove procedure aziendali, questa fluidità mi ha arricchito aggiungendo tasselli diversi e a loro modo interessanti ed educativi.
Non parlo solo di competenze o soft skills, parlo del mio lato umano. Di quella sensibilità che ti permette di capire quando parlare e quando tacere, quando fare un passo avanti o uno indietro, quando è il caso di coltivare nel tempo alcuni rapporti e quando far coincidere la chiusura del rapporto di lavoro con una chiusura umana e professionale.

Questo non lo impari dagli appunti che accumuli, non te lo insegnano i colleghi: te lo insegna soltanto la fluidità stessa e ciò che riesci a ricavare da essa quando cominci a non vederla più come una staccionata di filo spinato.
Mi è capitato spesso di essere candidata e selezionatrice (non contemporaneamente), con tutte le conseguenze che entrambi i ruoli comportano. Mi è capitato anche di vedere come altre persone reagiscono e agiscono a seconda che si trovino al di là o al di qua di un curriculum.

Potrei riassumere quello che ho imparato dal lavoro (e dalle persone) nei seguenti punti:

Prudenza: fidatevi di chi avete intorno ma non troppo, dite il giusto nei giusti contesti o, per dirla in dialetto barese, “una parola di meno e arr’tirt a cast” (traduzione: una parola in meno e torna casa);

Low profile: mai esporsi troppo sui canali online e offline se non si padroneggia al meglio la propria lingua madre, e parlo soprattutto di chi fa il selezionatore di professione;

Do less but do it better: questa è facile e la lascio alla libera interpretazione;

Trappole psicologiche: un termine abusato ma utile per riassumere l’innescarsi di strani rapporti di lavoro che vogliono sfociare in legami stretti, in richieste di intimità amicale. No. Se non l’avete fatto vi invito a leggere il libro “A che gioco giochiamo” di Eric Berne e poi ne riparliamo meglio;

Estendi il sapere, dona e ti sarà donato: non fare delle procedure aziendali acquisite una tua personale dote. Non lo sono e come tali andrebbero sempre condivise. Nulla di ciò che condividi con gli altri ti farà perdere tempo, anzi ti arricchirà;

Tratta i colleghi (e i dipendenti) come vorresti essere trattato tu: facile questa, a meno che non si abbiano tendenze masochiste;

Professionalità: ritorno al punto low profile e lo approfondisco aggiungendo che la professionalità si impara, ma questo è vero solo in parte. In larga parte in realtà la professionalità risiede già in ognuno di noi in forme e misure diverse. La si costruisce a scuola, nel gruppo di amici, a partire dalle persone di riferimento e dalla famiglia.
Sì, parte tutto da lì.

Umorismo ma non troppo: intervallare e alleggerire le mansioni con delle battute ogni tanto non fa male ma attenti alle prove che possono essere raccolte su whats’app, ad esempio.
Non scrivete lettere aperte ai CEO senza cognizione di causa (dato che i risultati come abbiamo visto possono rivelarsi tutt’altro che positivi), non siate amici delle persone con cui lavorate, non raccontatevi segreti e non dite mai troppo chiaramente se c’è qualcuno che non potete digerire o di cui non apprezzate i modi. Non siate però neanche falsi, dite sempre ciò che pensate con stile e alle persone giuste. La comunicazione efficace si fonda proprio su una corretta scelta del canale ma soprattutto del destinatario;

Al mercato si vende il pesce, la verdura e la frutta ma non le persone: questo è un punto chiave che ho riscontrato sia in chi cerca lavoro sia in chi cerca candidati per una posizione lavorativa. L’idea che si possa fare della propria professionalità un trofeo da condivisione social è radicato quanto l’aggiornamento selfie della propria timeline.

Non dobbiamo dimostrare a nessuno i nostri traguardi se non a noi stessi nel segreto delle nostre riflessioni più private, o ai nostri potenziali datori di lavoro nel caso ci stessimo guardando intorno alla ricerca di un lavoro.
Se abbiamo bisogno di gridarlo forse non siamo così convinti delle nostre potenzialità e cerchiamo qualcuno che commenti “ma che bravo!” o che declini il suo enorme apprezzamento verso di noi con tutti i mezzi e le faccine che oggi il web ci fornisce. Naturalmente esistono luoghi e modalità più o meno indicati per sottolineare le nostre competenze: LinkedIn è un esempio di strumento professionale. Altri canali social lo sono meno.

Il riscontro su ciò che siamo e su quanto siamo bravi o possiamo migliorare dovrebbe derivare, a mio avviso, dal capo, dai colleghi (e anche qui selezionare bene la fonte ed elaborarla nel proprio cervello per coglierne la genuinità), dai nostri eventuali clienti, da noi stessi (senza modestia né autocelebrazione).

Se siamo dei selezionatori questo è ancora più vero perché il modo in cui ci poniamo nei confronti della platea che ci legge delinea l’idea che i nostri lettori si faranno circa l’azienda a cui apparteniamo.
Selezionare i mezzi e le modalità migliori per cercare talenti è il primo passo verso la professionalità. Abusare di una certa supponenza, dei canali social, dell’italiano, apostrofare chi ci critica o ci commenta, non va affatto bene.
Questo in effetti è il passo più complesso: definire la propria personalità prima della propria professionalità. Un passaggio che in molti saltano a piè pari.

In generale saltare la staccionata giusta forse è il vero segreto, macinare chilometri dentro noi stessi (e fuori) ci porta lontano.
Con metodi e tempi diversi, ma lontano.

Laura Ressa

 

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