Dal mito dell’empatia al mito delle categorie umane. Di mito in mito, chi vogliamo essere?

Crediamo spesso di sapere con esattezza cosa ci sia nella testa degli altri, però ragioniamo soltanto con la nostra e dunque non sempre siamo in grado di capire. Anche se talvolta ne abbiamo la presunzione.
È difficile non incappare in questo errore di valutazione, ma magari lo commettiamo a fin di bene per cercare di comprendere e aiutare.
Troppo spesso siamo certi di sapere come il mondo venga percepito da chi ci sta attorno e pensiamo che in fondo gli altri ragionino esattamente come noi.

L’empatia è sottovalutata e sopravvalutata allo stesso tempo. Continua a leggere

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Se la parola Leadership fa l’effetto delle unghie sulla lavagna

Quando leggo o sento parlare di leadership storco un po’ il naso, non perché non creda nel potere di una buona leadership ma perché parto dal presupposto che la maggior parte delle persone la intendano solo come una tacca in più in organigramma o come un aumento di stipendio. Si tratta di un mio punto di vista, probabilmente errato, ma la mia predisposizione a questo argomento parte sempre con il piede sbagliato.
Riappropiarci della libertà di scelta sui nostri attrezzi del mestiere e sul lavoro ben fatto è il passo imprescindibile, secondo me, per agire con coscienza. Perché si, io credo che ci voglia prima di tutto coscienza per essere un leader. Continua a leggere

Abbandona la “Sconfort zone”: il tuo lavoro ben fatto sei tu

“È la terza volta in 15 giorni che sento raccomandare agli imprenditori che per coprire certi ruoli a costo (quasi) zero basta prendersi uno stagista, un giovane laureato, uno studentello a cui dare pochi soldi, al massimo un rimborso spese. Ha tanto da imparare e così spendiamo poco.
Lo trovo inquietante: certamente un giovane ha da imparare, ma il suo tempo ed i suoi studi vanno retribuiti come meritano e non si può pensare di squalificarli a prescindere.”

Ritrovo per caso una frase scritta da mia sorella qualche tempo fa e penso al lavoro ben fatto e alla cosiddetta comfort zone di cui tanto spesso sento parlare. Continua a leggere

A day in the life

“Per me fu un giorno memorabile, perché mi cambiò molto. Ma in ogni vita succede lo stesso. Immaginiamo un giorno a scelta isolato dal contesto e pensiamo a come sarebbe stato differente il corso della vita. Fermati, lettore, e rifletti a lungo sulla lunga catena di vil metallo o oro, spine o fiori, che non ti avrebbe mai legato, se non fosse stato per la formazione di quel primo anello in quel giorno memorabile.”
(Charles Dickens, Grandi speranze)

Dickens descrive la crucialità di un giorno memorabile ed io, per costruire i miei giorni memorabili, vivo ancora nella convinzione che farei molte più cose se sapessi in anticipo come andranno a finire. Anche se ci dicono che sia proprio quello il bello – non sapere – a me farebbe stare più tranquilla sapere tutto in anticipo perché avrei tempo per capire cosa fare e quando. Ad esempio non avrei paura degli aerei se sapessi in anticipo che di sicuro atterrerò viva. Continua a leggere

Michelangelo, la volta affrescata, la bellezza di una volta e noi: pesciolini rossi inconsapevoli?

La storia del pesciolino rosso e della nostra consapevolezza raccontata da Vincenzo Moretti su #lavorobenfatto mi frulla in testa da tempo. Ma come spesso accade quando si tratta di fare autocritica, ci viene da scappare o da spegnere le orecchie e il cervello.
Ci viene soprattutto voglia di non parlarne perché in fondo le nostre pratiche comuni sono, appunto, così comuni da non considerarle nemmeno sbagliate. In effetti non si tratta di errore ma di pigrizia, la pigrizia che ci spinge a non sapere, a categorizzare, a ignorare o a spingerci verso il minimo delle nostre possibilità perché è faticoso andare oltre e scavare. Mi ci metto io stessa nella scia: la velocità con cui leggo contenuti su uno schermo e con cui scrivo testi con la tastiera mi ha disabituato in molti casi alla lettura su carta e alla scrittura con penna. Mi ha disabituato alla lentezza e all’approfondimento.
Mi ritengo quindi molto al di sotto delle mie possibilità e di quello che potrei e che dovrei riuscire a fare.
E penso al passato. Continua a leggere

Persone, Corrispondenza: due parole per il nostro presente

Su #lavorobenfatto si parla di cinque parole per ricordarci di credere in un futuro e in un presente che siano la fionda per lanciare in avanti nuove opportunità. Le parole da cui Vincenzo Moretti è partito su Nòva24 sono: lavoro, persone, territorio, innovazione, internet. Tutti possiamo partecipare alla discussione e io non ho potuto certo tirarmi indietro, soprattutto dopo aver letto questa frase: “a me nessuno lo leva della testa che più siamo in tanti a pensare, a contribuire, a partecipare, con idee, approcci e punti di vista diversi, e meglio è.” 

Dunque ho proposto le mie parole per il presente (una di esse in realtà era già stata proposta da Vincenzo). Qui racconto quali sono quelle che ho scelto e come si innestano nel nostro presente, nel nostro futuro e, io credo, in tutti gli spazi e i tempi che ci è dato di occupare con le nostre vite. Continua a leggere

Parlare di valori, tutti ne siamo capaci. Ma quante maschere mettiamo tra il dire e il fare?

Sempre più spesso mi chiedo se durante gli eventi di settore in cui si parla tanto di potenziale umano e di persone da far crescere in azienda si rifletta su cosa poi portare a casa al termine di questi incontri oppure ci si limiti a raccogliere biglietti da visita, qualche contatto utile, penne con loghi o pieghevoli illustrati.
Spero che qualcuno porti con sé buone prassi – così si dice in gergo – ed esempi da mettere in pratica ogni giorno che in qualche modo rispecchino le parole dette o ascoltate.

Cosa ci si porta dietro, nei propri luoghi di lavoro, in termini di attenzione verso i collaboratori e di valorizzazione delle peculiarità di ognuno nel rispetto di ruoli, obiettivi di crescita e valore personale? Parto da questo esempio ma sono tante le circostanze in cui dire e fare sono distanti. Continua a leggere