Riconciliarsi con se stessi per ritrovare valore e senso in tutto il resto

“«Nel momento in cui più persone hanno iniziato a documentare con costanza le loro esistenze, quello che era un passatempo si è trasformato in un imperativo: per esistere, devi documentare quello che fai». Gli incentivi sociali – il desiderio di piacere, di essere visti – sono diventati economici: il meccanismo dell’esposizione su internet è diventato un mezzo – all’inizio nuovo, controverso, interessante, oggi praticamente indispensabile – per lo sviluppo di una carriera. […]. Il sogno iniziale, che internet potesse garantire un sé migliore, più vero, è scivolato via. «Se prima eravamo liberi di essere noi stessi soltanto online, oggi siamo incatenati alla nostra presenza online, e ne siamo consapevoli. Piattaforme che promuovevano la connessione sono diventate mezzi di alienazione collettiva. La libertà promessa da internet ha iniziato a sembrare qualcosa il cui maggiore potenziale risiede nell’uso improprio».” Continua a leggere

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Chiamalo con il tuo nome [il tuo lavoro]

Si lavora per sopravvivere, per potersi permettere casa e cibo, per mandare i figli a scuola e procurare loro vestiti, libri, quaderni. Si lavora anche per potersi permettere, di tanto in tanto, qualche viaggio o qualche svago che amiamo.

Si lavora — dicono — anche per raggiungere una certa soddisfazione personale, per una vocazione, per passione, per una competenza in cui siamo bravi e per una sete di esplorazione che in alcuni casi ci porta ad amare il nostro lavoro. Si tratta di casi fortunati, ma ce ne sono: quindi partiamo da quelli.

Per amare il proprio lavoro serve uno sforzo personale. Serve guardare le cose dal lato positivo, in alcuni casi serve farsi piacere quel che si fa anche se non corrisponde in modo preciso all’idea romantica del nostro lavoro dei sogni. Continua a leggere

Fare ciò che si ama o Amare ciò che si fa?

Nei giorni scorsi un collega fresco di matrimonio ci ha donato dei vasetti colorati contenenti confetti bianchi. Piccoli ricordi del suo giorno speciale.
I vasetti erano di quattro colori diversi e ad ogni colore era associata una frase: “Ridere spesso”, “Far crescere l’amore”, “Credere nei sogni”, “Fare ciò che si ama”. Ognuno di noi ha potuto scegliere il proprio vasetto. Continua a leggere

Restare e partire: le costanti di un viaggio zaino in spalla fino alla fine del mondo – Intervista a Simone Seri

In questa intervista c’è per me tutto quello che si può narrare e capire sul viaggio e sulle sue ricadute nel nostro essere. Mentre la rileggo mi compare nella testa un grande brainstorming di parole che si accavallano a cascata: porti sicuri e luoghi sconosciuti, incertezza del dopo e ricerca di leggerezza, bagagli personali da riempire e volti familiari da riabbracciare. E mi rendo conto che questo vortice di parole è impossibile da contenere in uno schema o in un titolo, è difficile contare quante siano le parole che lo compongono.
Il viaggio che Simone Seri mi ha raccontato in queste righe, con immagini da lui scattate a corredo del racconto, è l’avventura di un nomade che vede nel proprio camminare in mezzo agli altri la più bella via per dare un senso al fatto di essere venuto al mondo. Continua a leggere

La famille qui voyage: la meraviglia di incontrarsi in qualche parte del mondo

A Maggio mi trovavo a Roma con mia madre e mia sorella. Stavamo passeggiando sul Gianicolo quando ci siamo imbattute in un insolito camper con su scritto a grandi caratteri “La famille qui voyage” (che in francese vuol dire: la famiglia in viaggio). Mi è sembrato un caso alquanto singolare perché anche noi siamo una famiglia e anche noi eravamo in viaggio.
Quella scritta quasi mi invitava a entrare, ma ho avuto solo il coraggio di scattare una foto e poi sono scappata via anche per fuggire da una pioggia torrenziale.
Qualche minuto dopo ho pubblicato la foto su Instagram e ho scoperto che dietro quel nome c’è la storia di una famiglia che vive viaggiando e raccontando le proprie scoperte. Nella didascalia di quella foto chiedevo loro di rispondere a qualche domanda, quindi eccoci qui.
Nelle prossime righe leggerete, sia in inglese che in italiano, l’incontro “di penna” tra me e la famille qui voyage (mamma Gizem, papà Paul, e i loro figli Payna e Rumi).

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Dal mito dell’empatia al mito delle categorie umane. Di mito in mito, chi vogliamo essere?

Crediamo spesso di sapere con esattezza cosa ci sia nella testa degli altri, però ragioniamo soltanto con la nostra e dunque non sempre siamo in grado di capire. Anche se talvolta ne abbiamo la presunzione.
È difficile non incappare in questo errore di valutazione, ma magari lo commettiamo a fin di bene per cercare di comprendere e aiutare.
Troppo spesso siamo certi di sapere come il mondo venga percepito da chi ci sta attorno e pensiamo che in fondo gli altri ragionino esattamente come noi.

L’empatia è sottovalutata e sopravvalutata allo stesso tempo. Continua a leggere

Se la parola Leadership fa l’effetto delle unghie sulla lavagna

Quando leggo o sento parlare di leadership storco un po’ il naso, non perché non creda nel potere di una buona leadership ma perché parto dal presupposto che la maggior parte delle persone la intendano solo come una tacca in più in organigramma o come un aumento di stipendio. Si tratta di un mio punto di vista, probabilmente errato, ma la mia predisposizione a questo argomento parte sempre con il piede sbagliato.
Riappropiarci della libertà di scelta sui nostri attrezzi del mestiere e sul lavoro ben fatto è il passo imprescindibile, secondo me, per agire con coscienza. Perché si, io credo che ci voglia prima di tutto coscienza per essere un leader. Continua a leggere