Il mito della felicità e il fazzoletto di carta

Guillaume Apollinaire ha scritto “Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici.”
Sono rimasta colpita quando ho letto questa affermazione perché, da che ho memoria, ho vissuto nell’idea diffusa che si dovesse cercare spasmodicamente una felicità di cui, di fatto, nessuno sa dare una definizione certa e compiuta. Molte persone basano sul concetto di felicità percepita una vita fatta di apparenze e di abiti di felicità da indossare per dimostrare di avercela fatta. Purtroppo però una volta varcata la soglia di casa o del proprio cuore, non sempre le vite sono rose e fiori come vogliono apparire.

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Il 2020 ci ha fatto indossare mascherine ma ha fatto cadere le maschere

Da anni si assiste in Italia a una triste quanto inesorabile ascesa dei privilegiati in qualsivoglia ambito e contesto professionale. Per ora accantoniamo un attimo le belle eccezioni. La situazione di malessere è generalizzata, nessuno si senta assolto ma neanche con la coda di paglia troppo lunga.

Oggi sul lavoro paghiamo spesso lo scotto di chi è arrivato prima di noi e ha fatto terra bruciata intorno a sé con la cattiva gestione, il management malato, la scellerata corsa al potere, la malafede dei singoli.

In questi mesi mi sono confrontata con molti conoscenti provenienti da diverse realtà aziendali. Grazie a loro ho appurato che molte pratiche sono ancora in auge nei contesti professionali: prendersi meriti non propri, parlare al plurale di competenze e attività del singolo, non far crescere le persone, non avere le competenze tecniche e morali per gestire gruppi e aziende. Tutte queste sono enormi falle della società prima ancora che del mercato del lavoro e contribuiscono a fare dell’Italia un paese ancora arretrato.

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Jepis: artigiano narratore che fa il pane e i podcast, zappa l’orto e crea documentari

Voi lo avete mai conosciuto un giovane di 32 anni che usa la tecnologia come pane quotidiano e che sa anche impastare il pane quello vero? Giuseppe Jepis Rivello, artigiano e narratore, è capace di sfornare storie e pane nella stessa giornata. Ma non si ferma a questo perché Jepis coltiva il suo orto, governa le galline, regola le attività della sua giornata in base al meteo ed è il fondatore di Jepis Bottega.
Ho scoperto che la sua vita è scandita ogni giorno dalle attività che svolge a contatto diretto con la terra. E sulla sua terra, Caselle in Pittari (ormai nota anche come #Cip), costruisce il filo dei suoi racconti, dà voce alle storie di artigiani, maestri d’arte e mestieri, persone in apparenza comuni ma con un profondo bagaglio di esperienza e conoscenza che sta nelle loro mani, nell’ingegno, nel cuore, nella testa.
Ho intervistato Jepis in diretta Facebook e YouTube lo scorso 7 Dicembre e lui, come spesso fa, ha regalato racconti e saggezza in un’ora che è volata via in un batter d’occhi per quanto è stata bella e densa.

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Artigiani dal passato: viaggio nel 2200 di tre moschettieri custodi del tempo

[22 Novembre 2200, articolo proiettato in ologramma sul numero I della testata onspace “Words of Worlds” (世界的话) diffusa in ogni lingua delle galassie e dei pianeti abitati finora scoperti.]

Anno 2200, stazione spaziale FaberFortunaeSuae situata tra le galassie, in orbita attorno al pianeta Cieco.
Un artigiano, che si era fatto ibernare nel lontanissimo 2040 insieme a due suoi amici, di recente si è svegliato.
Dopo aver contattato un conoscente scienziato che aveva condotto studi sull’ibernazione, Franco provò a fare una richiesta assurda per quel tempo: farsi ibernare per vivere nel futuro. All’epoca lui e i due amici Jepis e Davide che si imbarcarono con lui nell’impresa folle, non sapevano se si sarebbero mai risvegliati. Eppure dopo quasi 200 anni è avvenuto: qualcuno li ha ritrovati nella loro antica bottega e li ha svegliati.

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Girone dei Disperati: ovvero cucirsi addosso i meriti degli altri

Dev’essere difficile la vita di chi ogni giorno si sta a scervellare su come ritagliarsi qualche spazio infinitesimale di gloria personale sui social, con gli amici, con i conoscenti o con i colleghi. Ed è triste soprattutto perché quella gloria è in queste persone solo grasso che cola, l’appropriamento indebito di meriti altrui.
Sulla mia strada ho avuto la fortuna di trovare persone che mi hanno aiutato a riflettere sulle miserie umane: miserie già abbastanza evidenti ma che difficilmente sono capace di digerire e ridimensionare ridendoci su. Ho cercato di delineare una sorta di fenomenologia dei disperati racimolatori di meriti non propri, e spero che queste riflessioni trovino riscontro anche nella vostra esperienza. Provo anche a formulare qualche piccola soluzione con un messaggio che credo sia importante per tutte quelle persone che le capacità vere le possiedono e che devono secondo me trovare la voce per opporsi a certe regole sociali non scritte e non giuste.

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Il brand designer che guida mongolfiere e fotografa le metà – Intervista a Luca Pagliara

Luca Pagliara è Brand Designer, aiuta le aziende a costruire la loro identità visiva online e offline. Classe ’89, pugliese, creativo, con la passione per le scatole vintage, la fotografia e… le mongolfiere (scoprirete perché) e una mongolfiera in particolare tatuata sull’avambraccio.
Di sé su LinkedIn scrive: “Sperimento, leggo, approfondisco, ascolto, osservo. Faccio della comunicazione il mio lavoro, la mia passione, il mio modo di essere. […] Credo che il vero valore della conoscenza sia la condivisione, imparo e sento l’esigenza di condividere questo sapere con gli altri.”
Con lui ho cercato di scandagliare cos’è la creatività, come si costruisce una comunicazione efficace, cosa vogliono vedere le persone nella comunicazione dei brand, quali valori sono imprescindibili per lavorare bene in team. Non perdetevi le parole di Luca in questa intervista!

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Migliorare se stessi e osservare gli altri. Invidia o ammirazione?

Il modo in cui percepiamo e interpretiamo la realtà passa anche dal modo in cui osserviamo gli altri. Passa, io credo, soprattutto da come vediamo noi stessi e dall’obiettivo che ci siamo prefissati nella vita.

La tendenza che io reputo più inutile, specialmente a livello “umano”, è il giudizio spietato e decontestualizzato su ciò che fanno gli altri con l’intento di minarne l’autenticità, le capacità o le scelte. Da lì si pongono infatti le fondamenta di un sentimento che si sviluppa quando guardiamo ai progressi del prossimo come a una minaccia personale per se stessi. In quel caso c’è da chiedersi: di cosa ho paura realmente? Qual è il mio obiettivo?

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Netnografia: cercare i perché dei comportamenti online senza giudicare – Intervista a Alice Avallone

Alice Avallone è etnografa digitale per le aziende e insegna alla Scuola Holden di Torino. Io l’ho conosciuta proprio alla Holden durante due corsi online rispettivamente sugli small data e sull’arte di raccontare storie in rete.
La connessione tra le parole, i comportamenti delle persone e la rete è molto forte, soprattutto da quando il digitale è estensione naturale delle nostre vite.
Per questo Alice ha deciso di unire alle scienze sociali la ricerca in Rete con lo scopo di comprendere le relazioni umane online analizzando codici, comportamenti e linguaggi che le persone usano. Alice è una bravissima docente e una professionista in grado di trasmettere con passione le sue competenze affinché possano farsi patrimonio di chiunque sia curioso di capire il perché dei comportamenti online e le tracce umane che animano quegli ambienti digitali.

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Perché ha ancora senso formarsi in un’Italia in cui il merito viene calpestato ogni giorno

Ho sempre creduto che la formazione, insieme all’esperienza, sia un tassello fondamentale per crescere come persone, come professionisti, come lavoratori in grado di comprendere che il cambiamento, anche quando si tratta di cambiare le procedure più consolidate, significa evoluzione e significa svolgere i propri compiti con sempre maggiore efficacia.

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Salutami prima di svoltare l’angolo [ricordi dal balcone della nonna]

Il balcone di casa di mia nonna affacciava, e affaccia ancora, su una strada piccola e stretta. L’affaccio da quel balcone offriva una visuale su vari angoli della strada oltre i quali non era dato poter osservare. Uno di questi angoli in particolare era più vicino e quindi più visibile dal balcone.
Si trattava dell’angolo che conduceva a casa mia: ecco, non era proprio dietro l’angolo casa mia allora ma la direzione per arrivarci era quella.
A quante scene ha assistito il balcone di nonna!
Ha visto il mio primo giorno di asilo e il mio primo giorno di scuola elementare, questo è certo perché casa di nonna affacciava sulla mia scuola. Sì, saranno davvero tante le scene a cui avrà assistito quell’affaccio, e quei muri, e quel palazzo antico. Tante quante ne può osservare una nonna che guarda sua nipote crescere e affacciarsi al mondo come mettendo fuori la testa su un balcone.

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